Quando la bontà diventa spettacolo

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Feste dei vip, partite di calcio di giocatori o di uomini famosi, spettacoli di cantanti e attori, a volte la beneficienza dei ricchi è uno schiaffo a chi ha bisogno. Il filosofo Maurizio Iacono ci spiega il perchè.

Alfonso Maurizio Iacono

Alfonso Maurizio Iacono

A Viareggio il mare è inquinato. Lì vicino, a Forte dei Marmi, a casa Bocelli, la cena costerà settemila euro a testa. Portate e bevande fantastiche. Il meglio dell’Italia nel mondo. Si festeggerà la grande Sofia Loren con italiani e americani ricchi e famosi. Pare che ci andrà anche Renzi. Niente russi ricchi, a quanto sembra, grandi frequentatori di Forte. Sono in guerra con l’Ucraina. Piuttosto imbarazzante. In un paese di ben più forti contrasti del nostro, anni fa vidi a Rio de Janeiro il palazzo dell’Hotel Sheraton circondato da due immense favelas, un’ironia della povertà che derideva tristemente la ricchezza.

Noi non siamo un paese di così forti contrasti e forse, o per fortuna, non abbiamo quell’ironia in grande scala determinata dall’abisso fra ricchezza e povertà, eppure qualcosa non va. Niente da dire su i ricchi e famosi che fanno feste costose e si divertono. O meglio, ci sarebbe molto da dire, ma, stando così le cose, sono affari loro. Perché, ed è questo il dettaglio, fare della beneficienza? Si dirà, ma come, saranno devoluti molti soldi per la ricerca sul morbo di Parkinson, e si vuol criticare una simile buona azione? Nella crisi attuale, mentre la disoccupazione aumenta, l’economia ristagna, l’insicurezza e la depressione dilagano, gli emigranti annegano, i poliziotti si incazzano con il governo, la risposta è sì. Ho sempre pensato che le feste dei vip, le partite di calcio dei giocatori o degli uomini famosi, gli spettacoli di cantanti e attori di primo piano, siano uno schiaffo a chi ha bisogno, perché il loro scopo è di esibire la propria ricchezza imponendo il proprio potere di essere buoni e di imporlo a chi ricco non è. Non sono le donazioni da criticare, ma la loro esibizione sì. La parola carità, di cui questi spettacoli di beneficienza sono una variante a mio parere perversa, pone non pochi problemi e merita alcune precisazioni. Innanzitutto la carità non si identifica con l’elemosina. Il latino caritas traduce nella tradizione cristiana il greco agape che segnala un rapporto fra diseguali, più precisamente tra l’amore disinteressato di chi dona e la riconoscenza di chi riceve. Una cosa bellissima, che però nasconde in sé una trappola. Se l’amore disinteressato non è poi così disinteressato, ma nel dono prevale l’esibizione di sé, allora la relazione si inquina. Se alla fine il dono risulta essere un affare per sé e per la propria immagine esibita, anche allora la relazione si inquina. Se il mostrare agli altri la propria bontà ha la meglio sull’atto buono, allora il fine si è rovesciato.

Fra qualche giorno uscirà anche in Italia il libro di Piketty, Il Capitale del XXI secolo (Bompiani) che tanto interesse e tanta discussione ha già suscitato in Francia e soprattutto negli U.S.A. Piketty ritorna a una discussione sui classici e su Marx, ma facendo riferimento anche alla grande letteratura sociale da Jane Austin a Honoré de Balzac, per un’analisi della distribuzione delle ricchezze dal XVIII secolo a oggi, smentendo quel senso comune secondo cui le disuguaglianze nel modo capitalistico di produzione alla fine trovano un equilibrio. Piketty al contrario, dopo anni di ricerche e con dati alla mano, denuncia la distribuzione delle ricchezze che stanno creando sempre più nel mondo l’abisso tra ricchezza e povertà, sostenendo che è tale abisso da fermare, in particolare attraverso il governo del pubblico sul privato. E’ esattamente ciò che non si sta facendo ed proprio quest’abisso il vuoto di cui è fatta la crisi.

Virgilio, che accompagnò Dante all’inferno e al purgatorio, assai prima di questo viaggio fece dire al troiano Laocoonte: “Timeo Danaos et dona ferentes” (Eneide, II, 49), temo i Greci e i doni che portano. Quello che c’è da temere oggi è lo spettacolo della bontà.

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