Quando il mare ti ruba la vita a 24 anni

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Sciacca non ha dimenticato la storia di Domenico “Mimmo” Marchica, giovane pescatore subacqueo morto durante un’immersione nell’estate del 1977.

 Mimmo MarchicaVittorio si alza da tavola. Ha appena finito di pranzare. E sta sorseggiando il caffè mentre, dal balcone della sua casa di via Gramsci, osserva il mare di Sciacca. Una splendida abitudine, la sua. Anche quel pomeriggio ammira il panorama mozzafiato che gli offre il sole che si staglia sul mare: uno spettacolo emozionante e ancora oggi inimitabile. Lo sguardo di Vittorio è improvvisamente attratto da un particolare. Sul molo di ponente intravede un capannello di gente.

Da lontano non capisce cosa ci facciano lì tutte quelle persone assiepate, molte delle quali guardano giù, sotto il pelo dell’acqua. Può solo intuire che deve essere successo qualcosa. Esce dal portone e si dirige nel piazzale di Gaie di Garaffe. Si avvicina all’assembramento. L’ atmosfera non è buona, percepisce un brusio sempre più insistente. Poi una, due, tre voci in successione che ripetono lo stesso refrain: – Murìu Mimmu, murìu Mimmu…Vittorio continua a camminare verso il gruppo.

Non sa ancora di quale Mimmo stiano parlando. Eppure Sciacca non è grande, allo Stazzone non sono poi molti quelli che si chiamano così. Ma il suo inconscio gli impedisce ancora di pensare al suo più caro amico. A lui, a Mimmo Marchica, leader degli “stazzunara”, sportivo e abile appassionato di pesca subacquea. Vittorio realizzerà che si tratta proprio di lui solo nel momento in cui, dalla banchina, un possente agente di polizia, aiutato da un paio di volontari, ne prende in braccio il corpo esanime. Si avvicina all’amico, Vittorio. Non pensa ad altro che a fare qualcosa di utile. Istintivamente gli apre la zip della muta da sub. Il petto di Mimmo non sembra gonfio come, ragionevolmente, dovrebbe essere quello di uno che può aver ingoiato un bel po’ d’acqua. Gli pare persino di percepire un sussulto respiratorio. Accenna ad un massaggio cardiaco, per quello che può saperne lui che lavora all’Enel. L’ambulanza intanto è arrivata. Il ragazzo viene trasportato d’urgenza in ospedale. Corsa inutile, purtroppo. Mimmo Marchica, 24 anni, brillante studente di medicina, vi giunge morto. Probabilmente per sincope da apnea prolungata. Lo sconcerto si abbatte su Sciacca. E’ il primo pomeriggio di martedì, 23 agosto 1977. È il giorno della storia di Mimmo che cambia il suo corso, della sua vita che si spezza, dello spartiacque che cambia la vita della sua famiglia e dei suoi amici.
Sportivo, compagnone, organizzatore di spedizioni in quel mare da lui amatissimo ma che sarà la sua trappola mortale, è uno che fermo non ci sa proprio stare, Mimmo Marchica. Di quel giorno nella memoria collettiva degli “stazzunara” resterà iconoclastica la sua Fiat 500, rimasta parcheggiata vicino al molo, ad attenderne invano il ritorno da quell’immersione fatale. Quella 500 che lo rendeva riconoscibile a tutti, che anche quel giorno fece dire a più di qualcuno:
– Taliàti, Mimmo a moddu è. Chidda è ‘a machina. Capaci chi sta circannu
“pizzicannacchi” (così qui chiamano la tipica granseola).

Sciacca. Il molo vecchioA Mimmo la sua Fiat 500 lo aveva accompagnato in mille scorribande. Perché se a Sciacca, come spesso accade ancora, lo scirocco impedisce di tuffarsi, lui chiamava a raccolta i suoi amici fraterni, tutti come lui amanti del mare: Vittorio, Roberto, Nino, Anselmo. Li costringeva a seguirlo a Palermo. A Sferracavallo, o all’Addaura. D’altra parte, per Mimmo, un posto valeva l’altro per una bella immersione, a godere dei fondali, a caccia di un grosso pesce ovviamente da mangiare la sera in uno schiticchio con tanto di carbonella intonando le canzoni di Lucio Battisti. E non era stato forse il minuscolo bagagliaio della sua Fiat 500 che una volta aveva ospitato perfino una cernia da 18 kg, pescata poco proprio prima e portata in processione allo Stazzone?
Poco tempo prima di quel maledetto 23 agosto ’77 amici e parenti si erano già preoccupati per lui. Da ore nessuno aveva notizie. La madre di Mimmo allertò Anselmo e Vittorio, pregandoli di andarlo a cercare. La notte prima su Sciacca aveva piovuto. Il maltempo aveva reso il mare torbido, e l’oscurità aveva impedito a Mimmo di immergersi per la caccia subacquea che aveva programmato.
Ma poteva tornarsene a casa così, senza aver fatto niente? Ecco che, dunque, Mimmo rimediò con una raccolta di “babbaluci”. Lo ritrovarono a Maragani, tra il mare e la campagna, soddisfatto della raccolta ma dispiaciuto di aver fatto stare in pena tutti. Perché non riusciva a stare fermo, quello lì. Il fucile di Mimmo fu recuperato dal suo amico Vittorio. Ad autorizzarlo fu la magistratura. Era là, sott’acqua, appoggiato su uno scoglio. Durante la sua immersione Mimmo aveva chiesto a qualcuno che dalla sua auto gli portassero la sua lampada subacquea. C’era un pesce che non voleva saperne di finire nel mirino. Lui risaliva, prendeva fiato e tornava giù. Due ragazzini divertiti cronometravano il tempo che Mimmo riusciva a stare in apnea: quarantotto secondi, un minuto e venti, un minuto e quaranta. Si erano esaltati, i due. Poi però il cronometro era andato avanti. Troppo avanti, ma Mimmo non era ancora risalito. L’apnea prolungata fa perdere lucidità.
Alla memoria di Mimmo Marchica è stato intitolato il Circolo nautico “Il Corallo”, fondato appena un paio di settimane prima della sua morte. A proporre quella intitolazione fu un altro suo grande amico: Gaspare Falautano. Lo fece il giorno stesso dei funerali del giovane. Una lapide fu poi deposta sott’ acqua, proprio sullo scoglio dove Mimmo Marchica perse la vita. Ma il tempo e le mareggiate l’hanno fatta sparire.
Sono passati trentacinque anni da quel martedì pomeriggio del 1977. Vittorio ora è in pensione. Ancora oggi, ogni giorno, dopo mangiato, si alza da tavola e, dalla veranda della sua casa di via Gramsci, osserva il mare azzurro di Sciacca. E ripensa, commosso, a quella canaglia di Mimmo, che non riusciva mai a stare fermo.

Massimo D’Antoni

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