Quando gli americani arrivarono a Racalmuto

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1943: una pagina di storia siciliana nello straordinario ricordo di chi ne è stato testimone. L’intero racconto sul sito www.contraomniaracalmuto.blogspot.com.

Calogero Taverna al Serrone fotografato da Alessandro Giudice Jyoti

Lo storico Calogero Taverna

… Nel 1943 mio zio l’aveva scampata per miracolo in Africa sotto un bombardamento a tappeto: volle che si portassero due buchè alla Madonna del Monte, due buchè con fiori, erano alti filiformi vitrei. Nicu Lu Sardu, il barbiere fotografo, venne a casa mia, a tutti i nipoti ci fece mettere a scala per altezza e ci fece la fotografia con avanti i due buchè. Non erano ancora nati mio fratello Angelo e Lina la figlia di mio zio paterno Calogero. Non eravamo allegri, non sorridevamo, specie io che assumevo l’area pretesca ad appena nove anni. Questo non significa che eravamo tristi, solo compunti, dignitosi come possono essere sette bambini il più anziano di soli nove anni. Non capivamo che stavamo vivendo un periodo tragico della storia d’Italia, stavamo perdendo la guerra che aveva voluto Mussolini.

Ricordo il giorno in cui quello lì di Roma, da Piazza Venezia sfidò le maggiori potenze del mondo. Scesi con mia nonna materna a San Franciscu: vi era il raduno delle cinque sorelle (i cinque fratelli, uno faceva il “dirigibile”, l’altro stava accanto a mia nonna in un dammusu tentando impossibile fortuna da “scarparu” ed era sordastro, l’altro ancora stava facendo invece fortuna con una salumeria avviatissima a Palermo – dopo dovette scappare per i bombardamenti, e finì a Racalmuto con una bellissima figlia e due masculi non disprezzabili, ma finì, se non in miseria, col disperdere i suoi risparmi); due fratelli in America. Erano in dieci figli.

A San Franciscu, donne e giovinette (la zza Lillina, Teresina, etc.) si trasformarono nelle ancestrali prefiche e piansero, e imprecarono, e chiamavano Mussolini con improperi che non ricordo, forse oltre la decenza. Disertò per prima la ‘zza Mariù: aveva il figlio cadetto ed era fanatico. Sembrava che avesse il fascismo nel sangue; aveva però appena diciassette o diciotto anni e sotto Giuggiu Agrò e con a lato l’autoritario ingegnere Falletti i calci nel culo che ebbe a dare nel raduno fascista del sabato alle scuole nuove restarono proverbiali. Balilla e avanguardisti, militarescamente bardati e con fucili di legno, dovevano marciare impeccabilmente. Di statura meschinella, mal nutriti, per natura ribelli, non erano uno spettacolo, finivano fuori schiera e il calcio nel culo se lo meritavano …

Giovani avanguardisti

Giovani avanguardisti

Le piccole italiane, ora giovincelle appetite dai guerreschi in calore, le addestrava la maestra Taibi, maschia ma non insensibile … In un primo tempo, alla fine di giugno, ci radunammo tutti in casa mia vecchia casa che mio padre aveva fatto aggiustare dal mussumulisi sperperando tanti suoi risparmi sudati, letteralmente parlando, con i suoi viaggi a Palermo per rifornirsi di “roba” che poi forniva lucrosamente a tanti venditori ambulanti. Un altro mio zio faceva quel mestiere, aveva la “bardanella” che un aiutante, quando non faceva il facchino, portava a tracollo girovagando per i paesi vicini: Milocca, lu Naduri, Castrufilippu e soprattutto Montedoro. Aveva purtroppo scarsa fortuna. Bellissimo quel mio zio, vestiva “allicchittatu”, lo ricordo in eterno lucidarsi le scarpe. Le donne, sedicenti zie, venivano anche da Palermo per corteggiarlo. Salivano in un terrificante solaio della casa paterna di mia nonna. La quale aveva di che strillare. Lassù figlio e “parente” palermitana facevano i loro comodi. Così pensava mia nonna ed io penso che pensasse giusto. Mio zio giovanissimo cominciò ad avere disturbi di stomaco: Vomitava tanto. Non voleva, però, curarsi; aveva terrore dei ferri. Morì di cancro nel ’50 a soli trent’anni. Era mio “pipino”. Gli volevo un bene dell’anima. Me ne voleva di più. Ave, carissimo zio, ovunque tu sia!

Mia zia monaca sembrava l’esperta di bombardamenti. All’improvviso a Racalmuto, sul cielo di Racalmuto, cominciarono a volteggiare aerei, pareva che giostrassero: in picchiata e poi s’inerpicavano, rumori assordanti. Le sirene che preannunciavano aerei già in sorvolo, che dovevano segnare la fine ed invece gli apparecchi militari americani ancora lì stavano, dal Castelluzzo alla montagna, da dietro il Serrone sino al mare e dal mare in paese. Luccichii, lampi in cielo. Mitraglie che dannatamente crepitavano lassù in alto, senza senso … fortunatamente. Veramente non ce ne davamo più apprensione, tutto divenne consueto, insenso ma non preoccupante. Mia zia sosteneva che quando suonava la sirena nel rifugio dovevamo andare … ma rifugio a Racalmuto non c’era. Almeno di notte, disse mia zia sotto in cantina dovevamo dormire. Scendemmo tutti i parenti stretti nella nostra cantina che era ampia ed aveva archi di supporto che secondo mia zia ben potevano proteggerci da improvvisi lanci di bombe. Cunzarunu letti. Per noi bambini era più un divertimento che un rifugiarsi. La novità appariva gradevole, spezzava la monotonia dei giorni a scuola chiusa. Mia nonna paterna, però, non volle venire: nella sua alcova, quella antica alla siciliana si sentiva più al sicuro.

Mio zio Pietro la seguì. Mia nonna Concetta venne un paio di notti, non si trovava a suo agio. Se ne tornò nel suo catoio. Mia zia monaca non poté lasciare la mamma sola e melanconicamente andò a dormire nel mono ambiente della mamma. La festa evaporava. Giunti così ai primi di luglio mio padre decise che il tempo ormai era caldo e ben si poteva andare “ fori” a la Curma. Si prese il solito carretto; il carrettiere, il solito, sistemò tanta di quella roba su quei pochi metri quadrati del tavolato del carro che sembrava un miracolo. Le lunghe tavole del letto matrimoniale di mia nonna – che su quello ancora dormiva con me bambino accanto a farle compagnia – fuoriuscivano dietro, con i trispa a cavalcione. Il marito le era morto da oltre trent’anni. E lei vedova rimase con il nero del lutto perennemente addosso. Jppuni nero, falletta nera, calze nere, scarpe – ineleganti tappini – nere; il fazzoletto largo in testa come soggolo, però, era bianco, candido. Aveva la dentiera ed ogni sera se la levava. Io bambino non capivo e ormai vi avevo fatto l’abitudine …

Sicilia 1943 - foto di Robert Capa

Sicilia 1943 – foto di Robert Capa

Fu così che ai primi caldi di luglio 1943 ci trovammo a la Curma. Mia nonna aveva ereditato una piccola proprietà, manco due tumoli di terra, bonificati, però, con alberi di pero, di pesco, di fico. Grande il castello di fichidindia che faceva da pudica cortina alla “robba”. C’era un casolare siciliano con feritoie per scrutare e se del caso sparare. Era dell’Ottocento. Tre ambienti si direbbe oggi: la cammara, tre metri per tre metri, l’ingresso giù con scala d’accesso e sotto la scala la mangiatoia; di fronte, la cucina all’antica; adiacente una stalla grande.

L’ingresso era parte su pietra gessosa – la chiamavamo balata – e parte sulla nuda terra, battuta comunque e con sopra residui di paglia da tempo immemorabile; frammisti rami secchi di pruni. Amplissima la mangiatoia. Proveniva dall’ampia proprietà di mio bisnonno. Questi nell’ottocento si era dato alla speculazione zolfifera. Non aveva avuto molta fortuna. Bucava la terra, cercava zolfo. Quasi mai lo trovava, debiti contraeva. Sul letto di morte fece testamento, lo dettò al notaio che riservò per se stesso una buona fetta della nostra terra alla Curma. Una parte comunque pervenne a mia nonna. A quella casa non piccola, non grande, ero affezionato. Pervenuta a mia madre, fu venduta in un momento di nostre difficoltà economiche. Non sono riuscito a recuperarla.

Ora, spalla; i proprietari attuali sparsi per il mondo non hanno tempo e voglia di buttar l’acqua fuori, come si dice. Appena si arrivava si faceva subito la “ittena”, una rudimentale panca in pietra; v’era dentro una sorta di nicchia grande e vi si affiggeva una immagine sacra grande; di solito il sacro cuore di Gesù. Il miracolo avveniva nella “cammara”. In quei pochi metri quadri mia nonna faceva disporre il suo grande letto matrimoniale. Nell’angolo di fronte si apparecchiava il lettino per mia zia monaca che aveva per paravento due lenzuola legate ad un filo ad L che partiva da un chiodo alla parente di fronte, si attorcigliava ad un bastone che faceva da angolo e si fissava ad un altro chiodo alla parete di lato.

Un lettino a terra nel mezzo ci usciva. Nel letto grande dormivano mia nonna due nipoti accanto e due altri ai piedi del letto. Mia nonna il suo materasso lo voleva di lana, per gli altri il materasso era un ripieno di paglia che si andava a prendere dalle aie fresche della tradizionale trebbiatura con le bestie. La raccolta era già alle spalle.

Sicilia 1943: lo sbarco

Sicilia 1943: lo sbarco

Fu così che nella notte del 10 luglio 1943 facemmo la tremenda esperienza di una bomba americana esplosa là vicino, a Piru. Si disse che a tarda notte avevano acceso il fuoco per cuocere i pomodori nel grande pentolone di rame e farne poi l’“astratto”. Non morì nessuno per quell’incauto richiamo del volteggiante aereo americano, pronto a sganciare una bomba su innocui contadini alle prese con le conserve di pomodoro. Dopo guerra, a dignità nazionale ripresa, una denuncia penale occorreva fare contro quei nostri liberatori, figli o imparentati di emigranti compaesani.

Svegliati di soprassalto, nulla capendo, stropicciandoci gli occhi impauriti, non avemmo neppure il tempo di farci dire da mia zia monaca cosa era successo. Subito, subito, iusu, intimò con voce strozzata mia zia monaca. Bummi ittaru, bummi ittaru, soggiunse la zia che dicemmo essere esperta. Ci sdraiammo giù, all’ingresso, sopra la paglia antica frammezzata da pruni pungenti. I culetti di noi bambini ebbero dolorose pizzicate. Le anziane per decenza tacquero. Stettimo alquanto in attesa di chissà quale nuova deflagrazione. Per fortuna nulla ebbe a seguire. Allora, mia zia salì sopra, prese coperte e lenzuola. Sotto, tutto aggiustò al fioco lume di una “lumera” ad olio. Risistemati da cristiani, mia zia monaca prese il suo rosario e cominciò a biascicare le solite avemaria. “Ave Maria, piena di grazie, il Signore è teco. Tu sei la benedetta” ….. e noi di seguito: Santa Maria madre di Dio, prega per noi peccatori …

Mia nonna ebbe un moto di stizza. “U cafè vuogliu”. Aveva voglia mia zia monaca a dire: Madre mia, non si può!. Se accendiamo il fuoco, ci bombardano. Mia nonna, perentoria: u cafè vuogliu. Paziente e remissiva mia zia monaca, salì di sopra, prese il caffè scese giù e lo versò nel pentolino di acqua. Ristoratici in qualche modo, la tardissima ora ci portò tutti in un sonno che almeno per noi bimbi fu profondo e tranquillo.

Alle prime luci del giorno, giunse il fratello della cuginetta di mia madre e se la portò via. Subito dopo, giunsero mio zio Pietro e mio padre e tutti quanti, nonna e nipoti, ci riportarono in paese. A Sant’Antonino, mio fratello Luigi, il bambino di manco tre anni e lo zio Pietro videro volteggiare sopra di loro gli impazziti aerei americani. Scesero da cavallo, e ripararono sotto un rovo ai bordi della strada. Sopra gli aerei sparavano a vuoto, in continuazione. Quei piloti saranno stati drogati, che non vi era bisogno alcuno di sparare. Non c’erano militari, e lo sapevano, non c’erano tedeschi e lo sapevano.

L'arrivo delle truppe amerciane in Sicilia

L’arrivo delle truppe americane in Sicilia

Vero è che Mussolini, o chi per lui, aveva fatto piazzare sopra il fortilizio del Castelluccio un gran cannone. Non vi erano però artificieri, non vi erano soldati. Anche a lu “Cannuni” avevano piazzato un cannone. Lì, i soldati c’erano, ma neppure un colpo ebbe a sparare. Inettitudini? Ordini segreti? Intesa col nemico? Mah! Un dubbio mi assale. Non c’era alcun bisogno di bruciare tanto carburante, di sprecare tante munizioni, di mettere a repentaglio tante vite umane; tanti loro soldati, anche e far tanto spreco di apparecchi, come a quel tempo li chiamavamo. Ed allora, nessuno mi toglie dalla mente che tutto dipese dagli interessi delle grandi industrie di armi americane …

Qualcuno mi dice che per un certo tempo carri armati tedeschi bivaccarono sotto l’arco di Tulumello, mentre fanti in gran numero stazionavano ai bordi del Purgatorio, finché non giunsero autocarri a prelevarli. Subito dopo, come avvisati, arrivò la ronda americana liberatrice … C’è chi ricorda una ronda di tre americani che scendono dalla guardia, per San Giuliano, svoltando per via Fontana all’insù e chi è certo di una pattuglia di cinque militari che sbucano all’improvviso. E questo è solo un dettaglio. Chi è certo di occhi corruschi e di placidi sguardi di graduati tedeschi e chi presume avieri drogati delle Forze Alleate. Ma tanto collima e tanto basta per varare uno squarcio di storia racalmutese.

Noi licenziamo il nostro rincorrere i nostri ricordi infantili. Valgano per i nostri compaesani senza fisime letterarie, senza voglia di avere la certezza in tasca, senza assumere atteggiamenti censori, senza volere violentare chi la pensa diversamente. Soprattutto senza idolatrie preconcette e senza sarcasmi astiosi. Per chi la storia la vuole come sta nella carta stampata forniamo una raccolta di appunti e contrappunti informatici.

 

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One Response to Quando gli americani arrivarono a Racalmuto

  1. Salvatore Rispondi

    15 febbraio 2015 a 20:47

    Bellissimo!
    Finora, su questo giornale, ho solo letto gli interventi, le polemiche e le problematiche sociali, economiche e politiche sollevate dal Dott. Taverna nella veste di opinionista, che, a dire il vero, non mi hanno mai convinto. Oggi, invece, scopro un Taverna poeta e narratore.

    Il Dott. Taverna ci racconta cosa è stata la guerra per chi la subiva quotidianamente e passivamente, ponendosi nell’ottica dei bambini: “Non capivamo che stavamo vivendo un periodo tragico della storia d’Italia, stavamo perdendo la guerra che aveva voluto Mussolini”. Ci racconta che la notte dormivano tutti in cantina per proteggersi dalle bombe ma: “per noi bambini era più un divertimento che un rifugiarsi”.
    Un racconto suggestivo, ricco di particolari e di immagini.
    A proposito degli attacchi aerei americani, ad esempio, il Dott. Taverna ci offre un’immagine cinematografica che richiama un film di Kubrik, Full Metal Jacket, in cui un soldato americano, in preda ai deliri da guerra, spara all’impazzata da un elicottero che sorvola le risaie su bambini, donne e vecchi chinati a lavorare: “Sopra gli aerei sparavano a vuoto, in continuazione. Quei piloti saranno stati drogati, che non vi era bisogno alcuno di sparare. Non c’erano militari, e lo sapevano, non c’erano tedeschi e lo sapevano”.

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