“Quel fenomeno da baraccone snobbato dalla politica”

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Le riflessioni di Carmelo Sardo, giornalista del Tg5, a seggi appena chiusi

Carmelo SardoFacile ora dire che dovevamo aspettarcelo. Che la gente stanca e nauseata della casta, si lasciasse ammaliare da uno che parla il linguaggio del popolo che non ne può più e che urla alle folle “li mandiamo tutti a casaaaaa…” E se oltre a questo linguaggio sanguigno, e diciamolo senza retorica, soprattutto populistico, riconosciamo all’oratore un’innegabile abilità col microfono in mano che gli deriva da un indubbio talento e da anni e anni di palchi cavalcati a far sbellicare di risate trasversalmente, non era difficile, appunto, immaginare che Beppe Grillo avrebbe fatto il botto. Eppure, lasciatemelo dire, fino a pochi mesi fa, prima che lo tsunami grilliano prendesse vigore, nessuno o quasi se lo filava.

Perfino i più fini analisti lo liquidavano come un fenomeno da baraccone, ignorando il magma crescente al suo seguito, trainato da un’indignazione sempre più crescente verso un ceto politico travolto nel contempo dall’onda lunga degli scandali che si traducevano in nuovi arresti, nuove inchieste, nuovi processi, come se la lezione di vent’anni prima di mani pulite non fosse servita, e anzi, per paradosso, avesse generato eredi ancor più spregiudicati. A quel tempo il popolo martoriato ragionava dietro a un’equazione che più o meno suonava così: “loro rubavano ma noi almeno mangiavamo”. Oggi, due decenni dopo, l’equazione si è appesantita: “loro hanno continuato a rubare e noi non mangiamo più”: insomma, oltre al danno la beffa. E qui e la sono spuntate le figure inquietanti di certi tesorieri dei partiti che hanno fatto da volano alla collera del popolo: i Lusi, i Belsito, i Fiorito, e il figlio di Bossi, e la Minetti, e altri e altri, che hanno contribuito involontariamente ad ingrossare lo tsunami grilliano che oggi travolge tutto e tutti. Grillo di suo c’ha messo l’abilità oratoria, ma non è arduo immaginare che chiunque avesse dimestichezza con un certo linguaggio avrebbe raccolto i consensi che oggi porta a casa lui. Un fermento cresciuto via web, che si è cibato di post e di tag, per usare il linguaggio tecnologico dei tempi moderni, e che ha contagiato al netto della consapevolezza di un’ideologia. Non sono un analista politica, e non oso avventurarmi nel delineare i possibili scenari che si profilano con il quadro politico che si va delineando. Chi si alleerà con chi per governare. Chi tradirà questo per quell’altro. Chi rinuncerà alle promesse di fedeltà pur di guadagnare una poltrona. Una cosa appare evidente: Grillo non ha mantenuto la sua più importante promessa, il credo con cui ha acceso le piazze: non ha mandato a casa la politica. Qualcuno, è vero, non avrà più uno scranno in parlamento. Men che meno una carica istituzionale. Ma i partiti sono ancora lì. Politici di lungo corso a decine restano. C’è chi dice: per fortuna! Perché, piaccia o no, per governare un paese democratico ci vuole anche esperienza e saggezza. Senso di responsabilità e una certa affidabilità. Ce l’hanno queste doti i neofiti parlamentari del movimento cinque stelle? Bisogna augurarsi di si. Arrivano in parlamento armati delle sacrosante rivendicazioni del popolo che arranca. Ma dovranno confrontarsi democraticamente con la politica. Quella buona. Quella che punterà a rilanciare il paese e ad affrontare tutti i suoi mali. Smentendo anche una fastidiosa etichettatura con cui molti hanno francobollato i seguaci di Grillo. E gli ultimi episodi sembrano confermare questo andazzo. Se il buongiorno si vede dal mattino, per usare una metafora facile e abusata, bé quei “grillini” che votano e fotografano la scheda barrata sul simbolo del “movimento cinque stelle”, pubblicandola sui social network come un trofeo da esibire con orgoglio, più che ingenui confermano -per usare un eufemismo- un’acerbezza e un’inesperienza di democrazia che non dovremmo liquidare come stupidaggini, ma farne tesoro e ragionarci sopra, per capire che aria tira. Certo, si potrà obiettare, di segnali in questa direzione ce n’erano già stati, e ben più inquietanti che non la sprovvedutezza di fotografe la scheda (che, giova ricordarlo, non solo rischia di annullare il voto, ma è pure un reato!). Per esempio, e lo cito non perché appartenga alla categoria e mi stia particolarmente a cuore, ma come pensate si possa definire la scelta di Beppe Grillo e del suo entourage di scegliersi le tv e i giornalisti da accreditare al comizio finale di piazza san Giovanni a Roma, escludendo quasi tutti i cronisti italiani? La risposta l’ha data la polizia che d’autorità (meglio: democraticamente!), ha disposto che venissero accreditati tutti. Su questa vicenda, ho letto qua e là commenti molto piccati di giovani adulatori di Grillo e del suo pensiero, che non solo gli hanno dato ragione, ma hanno calcato la mano contro la stampa accusandola di aver snobbato il fenomeno e non offerto lo spazio adeguato al comico genovese. Ma come? Ma se è lui che ha sempre rifiutato interviste, dibattiti televisivi, confronti e quant’altro! Vi posso assicurare che più d’una volta il tg dove lavoro ha spedito i propri inviati alle calcagna di Grillo e ogni volta avere una sua dichiarazione, un suo commento era una guerra. Mi piacerebbe che qualcuno di loro rispondesse, senza peccare di faziosità, a una semplice domanda: perché Grillo non accetta interviste? E non cedo qui alla tentazione di facili dietrologie. Ma ora non è più tempo di interrogarsi ancora su queste questioni superate, qualcuno potrebbe obiettare, dal successo travolgente dello tsunami. Ora si tratta di andare a fare l’Italia, o si muore, come dice Grillo. Ma non lo diceva qualcun altro?

 

Carmelo Sardo

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