“Favara è il punto di forza della mia arte”

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“Intere zone del centro storico della mia città mi suscitano rabbia per quello che si sta perdendo”.Parla Carmelo Nicotra, tra gli artisti, a Catania, della mostra internazionale “La materia del sogno”.

Carmelo NicotraCarmelo Nicotra, 29 anni, è tra gli artisti della mostra “La materia di un sogno”, inaugurata sabato scorso negli spazi espositivi della Fondazione Brodbeck a Catania: un evento di arte contemporanea di livello internazionale, che ha unito opere della collezione del mecenate Paolo Brodbeck a quelle di tre giovani artisti siciliani. Nicotra ha proposto due frammenti dello stesso progetto: “Necrologio” e “Istogramma”, il risultato di un’indagine e le sue statistiche, che l’artista ha condotto tra gli anziani di Favara, per stabilire le tradizioni legate al lutto. In particolare, lo studio si rivolge all’usanza di vestirsi di nero per un periodo di tempo che varia a seconda dell’importanza del lutto stesso, che ha una percezione differente e per certi versi anche sorprendente, a seconda del tipo di rapporto avuto in vita con il defunto.

In “Slogan”, invece, opera esposta nella facciata di Palazzo Biscari, Nicotra richiama l’attenzione, con una sorta di manifesto pubblicitario, sul rischio chiusura delle Biblioteche Riunite “Civica e Ursino Recupero”. Allo scopo, l’artista ha scelto la pagina ingiallita di un’antica guida di Catania per lanciare uno slogan con un linguaggio arcaico, inusuale: “Tutto ivi è grande, tutto magnifico, tutto meraviglioso”. Lo stesso messaggio ha circolato per Catania sulla fiancata di un autobus di linea urbana, con la pagina ingiallita e lo slogan in evidenza.
– Dopo la 54^ Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, un’altra esaltante esperienza per il giovane artista favarese Carmelo Nicotra. Ce la può descrivere?
“È un’altra opportunità straordinaria poter essere tra artisti internazionali di altissimo livello, miti come Luigi Ghirri, tra i maestri indiscussi della fotografia, sul quale è in atto una retrospettiva al Maxxi di Roma. O come Richard Long, Franz West, le cui opere possiamo trovare al MoMa di New York. Artisti come Tony Cragg, Tomas Ruff, Mario Merz”.
– Quando ha cominciato a dedicarsi all’arte?
“Sicuramente sono nato con questa sensibilità, che ho coltivato da piccolissimo ma la maturità e la consapevolezza è arrivata negli anni dell’Accademia, a Palermo, quando i miei maestri hanno creduto nel mio lavoro, e, poi, con i primi riscontri, le prime mostre e l’interesse che suscitavano”
– Quando ha capito di poter personalizzare la sua arte e caratterizzarla rendendola inimitabile?
“Tra il primo e il secondo anno dell’Accademia di Belle Arti, quando il mio professore di pittura mi ha aiutato a non guardare troppo lontano, ma ad osservare una realtà come Favara, da cui ero andato via, e da cui credevo di essermi liberato. Mi ha aiutato a riflettere che dovevo lavorare proprio sul mondo da cui venivo, imparare a vederlo sotto un’altra ottica, attuare una ricerca con senso critico e anche con ironia, in modo da raccontare una realtà che avevo negato e che invece è diventato un luogo di osservazione, un punto di forza della mia arte. Era inutile provare a imitare un’arte che era lontana da me, come quella americana: sono siciliano e devo raccontare la realtà che conosco. È nata in me la consapevolezza di un’arte più contestualizzata, interpretata con un linguaggio contemporaneo e internazionale”.
– Il fascino della memoria. Quali sentimenti le suscitano il patrimonio di conoscenza di un anziano favarese o i segni del tempo di un luogo o di un oggetto?
“Mi emoziono sempre quando mi rapporto con gli anziani o con i luoghi: intere zone del centro storico di Favara, mi suscitano rabbia per quel che si sta perdendo e che si dirada. Non sono un bigotto conservatore accanito, ma non accetto la distruzione senza criterio, senza un intervento, senza una destinazione. Posso comprendere la demolizione quando c’è una riqualificazione, un progetto di sensibilizzazione, un’idea di abitare, di vivere un luogo in modo diverso e non ammetto che si possa cancellare la memoria di un edificio e di chi vi ha abitato. Anche i luoghi che fanno parte di un tessuto urbano marginale vanno considerati con lo stesso interesse, la stessa cura che riserviamo alle persone, come monumenti della nostra memoria”.
– Si sente senza pelle, quando viene sfiorato dalla realtà di luoghi e personaggi?
“Sicuramente tratto sia i luoghi che le persone allo stesso modo: il tempo conferisce loro un’aura di fascino. Nei confronti delle persone, in particolare quelle anziane, ho un costante senso di angoscia che mi pervade, che è legato alla paura della perdita: la perdita di un bagaglio culturale e di memoria che ogni individuo possiede. Nella video installazione “Ars dicendi” ho provato a recuperare quella memoria orale, di proverbi e detti che altrimenti rischia di perdersi per sempre con tutto altil suo contenuto, fortemente identificativo della nostra cultura. Non ci può essere futuro se non sappiamo quello che siamo, da dove veniamo. Quel che è stato ci ha caratterizzato nella nostra identità, nelle nostre abitudini, nel nostro modo di essere: la nostra identità è costituita da una stratificazione di persone, di culture, di storia”.
– La dominanza del bianco o la ricerca dell’essenziale nel tratteggiare le figure o la scelta dei materiali da quali emozioni o ricordi scaturiscono?
“Ogni progetto si confronta con la tecnica; il sentimento che c’è dietro il lavoro è concettuale: occorre unire il pensiero astratto con la materia. È abbastanza naturale elaborare dei pensieri, ma è più complesso dar loro una forma. Nella mia formazione ho guardato molto l’arte astratta geometrica, frutto di un retaggio culturale che parte da Malevic e arriva fino a Rothko e oltre, mista alla figurazione per esempio di Hockney la cui conoscenza mi ha aiutato a maturare una sensibilità legata al segno e alla forma. Il bianco su bianco utilizzato nei collage “Front” rende meglio l’idea di luoghi, di oggetti che non ci sono più, che sono invisibili come ectoplasmi. L’utilizzo del pvc mi consente di ‘dipingere con la carta’, realizzando quasi delle sculture. La scelta dei materiali dipende dalla forma che intendo dare a un concetto”.
– Quali progetti futuri?
“Una collettiva di artisti siciliani nel nuovo spazio museale ZAC ai cantieri culturali della Zisa, a Palermo, intorno alla fine di giugno e poi in Cina, dove verrà proposto il progetto di arte relazionale “Convivium”, curato da Valentina Barbagallo in collaborazione con Balloon Project e Lab Yit, e inoltre sto collaborando al progetto F.U.N Favara Urban Network per il Castello Chiaramonte di Favara che inaugura il 29 giugno”.
La mostra alla Fondazione Brodbeck sarà visitabile fino al 27 luglio.

Anna Maria Scicolone

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