“Facciamo della nostra vita il nostro capolavoro”

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Viviana Giglia, 30 anni, licatese, laureata in scienze dell’educazione, racconta la sua disabilità: “Ho scelto di narrare di me per l’aiuto che ai lettori può dare la mia storia, siano essi disabili o persone normo-dotate che si trovino ad affrontare la difficoltà di accettare un handicap”

Viviana Giglia“Accettare il proprio dolore significa vivere nella speranza ma con la consapevolezza del reale. E’ anche vero che quando vivi un dolore non c’è nulla che possa aiutarti, rifiuti tutto. L’ho fatto anch’io”. Sono alcune parole tratte da “Un legame profondo, inaspettato” il racconto con cui Viviana Giglia, 30 anni, licatese, laureata in scienze dell’educazione, ha vinto il Secondo Premio del Concorso Nazionale bandito da “Disabili News”, intitolato “Un Premio al tuo racconto”. Avremmo voluto indagare di più nella storia di questa donna bella, forte, dall’intelligenza brillante, capace di scrivere e comunicare in modo efficace, emozionante, concreto, travolgente. Avremmo voluto saperne di più, per trovare una formula che aiutasse tutti alla sopportazione di quel dolore sordo, invisibile, che va ben al di là delle sofferenze fisiche e che è nel cuore di molti di noi.

Avremmo voluto continuare a sentire la sua voce, che arriva dolcissima attraverso le parole, che ci racconta in modo crudo, senza retorica, senza timori, quanto sia difficile l’accettazione, di quanto sia arduo continuare a sperare. Il senso del suo racconto – che abbiamo avuto il privilegio di leggere prima della sua pubblicazione nell’E-Book “Disabili: Storie di vita”, una raccolta dei migliori racconti brevi vincitori del concorso – va ben al di là delle intenzioni dell’autrice. Viviana Giglia ritiene che il suo racconto possa essere utile ai “disabili che nella storia s’identificano o alle persone normo-dotate che si trovino ad affrontare la difficoltà di accettare un handicap”. Invero la storia del suo percorso di vita è una lezione per ogni persona che viva o che abbia vissuto un dolore e che stia affrontando ancora la sofferenza. Ci indica la via della speranza, della fede, della scoperta di nuovi insperati incontri, di nuovi e straordinari traguardi, dell’attesa di altre eccezionali esperienze. Certo, nel suo racconto preponderante è il tema della disabilità: ma ne traspare un’analisi sorprendente, perché, priva di sentimenti di commiserazione, Viviana riesce perfino ad essere spietata con se stessa. Come quando ammette di aver nutrito lei, per prima, i pregiudizi nei confronti dei disabili, pur avendo già la consapevolezza della malattia, o come quando teme di aprirsi all’amore, per paura di perderlo, o quando ancora offre uno spaccato di una società spesso ipocritamente solidale e fronte coeso nell’ignoranza, nella denigrazione, nell’isolamento dei “diversi”, come di coloro che non sono considerati “normali”, secondo canoni che non si capisce chi, né perché, abbia osato definire. In questo e in molto altro ancora si palesa l’universalità dei sentimenti che trasudano dalle parole del suo racconto. C’è l’affetto smisurato per la madre, la gioia per il dono di un amore inaspettato e un’idea di futuro da conquistare con le unghie e coi denti, con la costanza che la contraddistingue,la consapevolezza delle proprie forze come dei propri limiti, e lo sconforto di chi vorrebbe probabilmente avere braccia più lunghe e mani più grandi per proteggere i propri cari da ogni sofferenza. Nel racconto c’è spazio per un profondo senso di realtà, per un viaggio attraverso l’esistenza che, nonostante tutti gli ostacoli, rimane esaltante, unico e irripetibile. Per dirlo con Viviana Giglia, insomma, dipende da ciascuno di noi trovare la forza di rimboccarci le maniche per provare a fare della nostra vita il nostro “capolavoro”.

Anna Maria Scicolone

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