“… Scotti, un personaggio dotato di fantasia, per chi lo conosce …”

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L’interrogatorio di Arnaldo Forlani reso ai Pm di Palermo

Ci sono due importanti processi che si celebrano in questo momento a Palermo, quello al Generale Arnaldo Forlani e Ciriaco De Mitadei Carabinieri Mario Mori per concorso esterno in associazione mafiosa, già in fase avanzata del dibattimento e quello sulla trattativa Stato-mafia alle prime battute dell’udienza preliminare: processi che potrebbero cambiare la storia d’Italia.
Il paese è diviso tra chi tifa acriticamente per la Procura di Palermo e la invita ad andare avanti ad ogni costo e chi, invece, ritiene che certe vicende – per le quali prove certe sembrino mancare – sia meglio lasciarle al giudizio degli storici.
Indagini e procedimenti con milioni di pagine di interrogatori, intercettazioni, perizie e documenti in cui si può trovare tutto ed il suo contrario, ed in cui, ad una lettura appena attenta delle carte, rischiamo di dover rivedere le nostre convinzioni su fatti e vicende che hanno segnato la storia della Sicilia e dell’intera nazione negli ultimi quarant’anni.
E probabilmente rischieremmo anche di dover cambiare idea su uomini celebrati da sempre quali icone della legalità e dell’antimafia: dall’esame di queste carte, ormai divenute pubbliche – in quanto depositate nei rispettivi giudizi – ne tiriamo fuori una delle tante in cui le contraddizioni stridono.

I pubblici ministeri Antonino Di Matteo, Paolo Guido e Antonio Ingroia, titolari di queste delicatissime indagini ed esponenti della pubblica accusa, avranno sicuramente letto – come tanti in Italia – il famoso articolo di Pier Paolo Pasolini, Il vuoto del potere in Italia, pubblicato dal Corriere della Sera l’01 febbraio 1975, ma noto a tutti come L’articolo delle lucciole.
Non stiamo qui a ricordarlo per intero e chiunque, se vuole, può cercarlo e trovarlo facilmente sul web: un processo al palazzo ed al “regime” democristiano: “Durante la scomparsa delle lucciole – scrive l’intellettuale friulano – gli uomini di potere democristiano hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino)…”.
Ma chissà se gli stessi pubblici ministeri hanno anche letto un altro libro di Pierpaolo Pasolini, Empirismo eretico, in cui Pasolini, ucciso nel 1975 – e di cui oggi ricorre l’anniversario della morte -, parlava del linguaggio di Moro quale metafora di una vasta e disperata visione delle cose italiane: “Come sempre solo nella lingua – scriveva – si sono avuti dei sintomi”. Sintomi, riprende Sciascia nel suo Affaire Moro, “del correre verso il vuoto di quel potere democristiano che era stato, fino a dieci anni prima, “la pura e semplice continuazione del regime fascista”.Vincenzo Scotti
I democristiani, insomma comunicavano pubblicamente attraverso il linguaggio dell’incomunicabilità.
Sarà stata pertanto grande la sorpresa dei Pm quando hanno convocato, durante le loro inchieste, democristiani autorevoli ed alcuni quasi novantenni come De Mita, Gargani, Forlani, Mancino, Mannino, Scotti, nel sentirsi rispondere alla loro domande con sufficiente chiarezza e ricchezza di particolari; particolari non sempre, forse, valutati nella loro giusta misura.
Tra le milioni di pagine dei faldoni allegati alla richiesta di rinvio a giudizio per la trattativa Stato-Mafia, attualmente all’esame del Gup di Palermo, Piergiorgio Morosini, spicca, tra gli altri, l’esame reso il 25 gennaio 2012 – quale persona informata sui fatti – di Arnaldo Forlani, politico di lungo corso della DC, Segretario del partito, Presidente del Consiglio, più volte Ministro.
A Forlani – nel 1992, l’anno delle stragi di mafia, Presidente del Consiglio nazionale della Dc – i Pm chiedono conto della sostituzione dell’allora Ministro degli Interni Vincenzo Scotti con il Sen. Nicola Mancino a seguito della costituzione dell’ennesimo governo Andreotti: Scotti, sembra ritenere la pubblica accusa, venne sostituito (con la promozione al Ministero degli Esteri) per la sua ferma determinazione mostrata sino a quel momento, insieme a Claudio Martelli quale Ministro della Giustizia, nel combattere la mafia (in un governo guidato, guarda caso, da Giulio Andreotti) e sostituito proprio con Mancino che, a detta di alcuni collaboratori di giustizia come Brusca, sarebbe stato il terminale della trattativa della mafia con lo Stato, nonostante risulti oggi indagato solo per falsa testimonianza.
Ipotesi certamente allettante: si toglie Scotti, integerrimo ed inflessibile nei confronti della lotta alla mafia – come mai lo era stato nella trentennale carriera democristiana – e si nomina Mancino al fine di mettere al posto giusto una persona che darà una mano.
Senza entrare pienamente nel merito di una vicenda estremamente complessa da conoscere per intero, quantomeno per l’imponente mole degli atti, proprio l’interrogatorio di Forlani dà degli spunti interessanti, a chi ovviamente vuol comprenderli e svilupparli.
In particolare Forlani racconta che Scotti, al di là della sua preferenza di restare agli Interni e non andare agli Esteri, era contrario alla decisione assunta dalla Dc di separare – oggi diremmo finalmente – i ruoli di governo da quelli parlamentari e pertanto tutti coloro che sarebbero stati nominati ministri o sottosegretari avrebbero dovuto dimettersi: cosa che avvenne per tutti gli altri democristiani che fecero parte di quel governo.Scotti con il capo della Polizia Vincenzo Parisi
Conseguenza delle dimissioni, ovviamente, la perdita dell’immunità parlamentare a cui Scotti, quindi, non intendeva rinunciare.
Ma Forlani racconta anche che la nomina di Scotti a Ministro degli Interni nel 1990 fu suggerita da un tale chiamato Antonio Gava – suo predecessore al Ministero degli Interni e suo capocorrente -, e che la sua sostituzione con Mancino nel 1992 fu decisa, in tandem, dall’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato e dal Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro: la Dc indicò una rosa di nomi e Amato e Scalfaro piazzarono gli uomini nei Ministeri.
Ottime pertanto le credenziali sia di Scotti, che insieme a Gava e Flaminio Piccoli venne lambito dalle vicende giudiziarie della trattativa (la storia d’Italia ne è piena) con il boss della camorra Raffaele Cutolo per la liberazione dell’assessore regionale campano Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse; altrettanto ottime quelle di Mancino, sponsorizzato dall’ormai scomparso Capo dello Stato che, tra l’altro, aveva un ottimo rapporto con l’ex Capo della Polizia Parisi il quale, se fosse ancora vivo, avrebbe dovuto sedersi anche lui, a giudizio dei Pm che indagano sulla trattativa Stato-Mafia, sul banco degli imputati.
Anche Scalfaro, è bene ricordarlo, sedette sulla potente poltrona di Ministro degli Interni con Parisi suo capo della Polizia e poi del Sisde. Ma guai oggi a parlar male di lui, padre della patria e tra i più strenui avversari di Berlusconi dal momento che, completato il mandato di Presidente della Repubblica, ha girato in lungo e in largo l’Italia per difendere la Costituzione insieme a intellettuali, scrittori, giornalisti e magistrati: Scalfaro, se fosse ancora vivo, direbbe ancora “non ci sto”.
Pur con l’ovvia precisazione, almeno per me, dell’incommensurabile distanza che mi separa dall’intellettuale di Racalmuto e parafrasando Sciascia: ” … non sto facendo delle postume malignità. Sto soltanto ricordando cose che, nella euforia celebrativa, si vogliono dimenticare e far dimenticare. Cerchiamo di tirare il collo alla retorica, per come prescrive una buona regola …”.
Scalfaro aggredito durante i funerali di BorsellinoPertanto meglio prendersela con Napolitano che ha ricoperto, guarda caso anche lui, il ruolo di Ministro degli Interni.
Chissà perché dunque i Pm palermitani prendono come oro colato – dopo quasi vent’anni – e senza alcuna perplessità e nessun dubbio, le dichiarazioni di un politico come Scotti, parlamentare Dc ininterrottamente dal 1968 al 1994 e dunque dentro le segrete cose della DC; Sindaco di una città come Napoli, fulcro di interessi della camorra, nel 1984; più volte Ministro in governi presieduti da politici come Andreotti, Cossiga, Fanfani, Craxi e Berlusconi; coinvolto, e basta rivedere qualche vecchia puntata di Report, nell’inchiesta sulle sale Bingo che vedeva favorita una società della quale era Presidente – fondata insieme a tale Luciano Consoli – mentre ricopriva l’incarico di Ministro del Tesoro.
La sua società, Formula Bingo, ottiene 214 delle 240 concessioni grazie all’alleanza con una multinazionale spagnola del gioco d’azzardo, la Codere e lo stesso Scotti, Presidente, tra l’altro di Ascob, l’associazione dei concessionari delle sale, preme in Senato per rendere abusive le tombole nei circoli e consentire l’introduzione di slot machine e videopoker.
Indagato per peculato ed abuso d’ufficio nella vicenda dei fondi neri del Sisde (reato prescritto) ma per questa ragione condannato dalla Corte dei Conti, in primo e secondo grado, a risarcire 3 milioni di euro allo Stato per aver brigato con l’allora direttore dei servizi segreti, Alessandro Voci, nell’acquisto di un appartamento a Roma.
Questo il cristallino politico che, a distanza di 17 anni, insieme a Claudio Martelli (ma solo dopo l’entrata in scena di Ciancimino junior, ritenuto – sic – inattendibile dalla Procura di Caltanissetta) inizia a ricordare: qualunque altro politico con un pedigree del genere, che riacquista la memoria dopo tanto tempo, sarebbe stato preso a calci da qualsiasi pubblico ministero.
Forlani, pur con le sue colpe e responsabilità non indifferenti nello sfascio italiano della prima Repubblica – mafia compresa -, dall’alto dei suoi 87 anni, ci restituisce un profilo forse più aderente al personaggio.
E basti solo questa battuta: “Scotti è stato un bravo Ministro però è personaggio dotato anche di fantasia insomma, per chi lo conosce …”; per aspera ad veritatem.

In allegato l’interrogatorio di Arnaldo Forlani reso ai Pm di Palermo il 25 gennaio 2012.

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