Prese idriche e prese…in giro: a Favara la storia si ripete

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Tra corsi(d’acqua) e ricorsi(storici) la querelle non conosce fine

altNella città il cui toponimo arabo significa “ricchezza d’acqua” da oltre 100 anni tiene banco, paradossalmente, il problema idrico. Acqua insufficiente, recipienti sui tetti, giornate condizionate dall’arrivo dell’acqua corrente, pagamenti a forfait, allacci abusivi, bollette esose con tariffe spropositate rispetto al servizio offerto dai gestori di turno. Giorni fa il presidente del Consiglio Comunale Leonardo Pitruzzella ha convocato una seduta aperta ai cittadini della pubblica Assise. Sindaco, giunta e consiglieri si sono confrontati con parlamentari, sindacati, ex amministratori, associazioni di categoria, semplici cittadini.

 

 

Rispetto alla “rabbia” interna che cova dentro ogni cittadino, costretto a ricevere tante bollette con more ed interessi e poca acqua dai “cannola”, la riunione si è svolta in termini propositivi con interventi razionali, proposte e puntualizzazioni. Il problema è che mancava la controparte, chi gestisce il servizio idrico, la “Girgenti Acque”, società che continua a “dialogare” con i cittadini attraverso comunicati stampa e emissione di bollette. Non passa giorno che il tema non tiene “banco” non solo tra gli addetti ai lavori ma negli esercizi commerciali, sale da barba, circoli ricreativi e marciapiedi. Nessuno è soddisfatto del servizio reso dall’Ente gestore e molti, alle prese con una eterna crisi economica, non riescono a pagare il tributo e sentono sempre più vicino il rumore degli attrezzi degli operai che mettono il “tappo” nella presa idrica. In prima linea un nutrito gruppo di consiglieri comunali, ma anche il Comitato cittadino dei beni comuni, attivo con il suo “portavoce” Massimo Centineo, l’Adiconsum che offre il patrocinio legale con l’avvocato Giuseppe Di Miceli, altre associazioni e la “pasionaria” Maria Nona, riferimento per molti cittadini. Ma le questioni legate all’approvigionamento idrico, ai contatori che non ci sono, alle bollette “salate”, la storia del paese è piena di pagine, scritte da proteste del popolo e prese in giro dei governanti di turno. Quella che vi proponiamo è una “cronaca” datata 9 giugno 1912, raccontata in un giornale di 4 pagine monotematiche la cui “testata” è tutto un programma: “Il contatore”. In quel periodo la decisione adottata dall’amministrazione-Miccichè di controllare il consumo idrico tramite altcontatori privati suscitò in città la protesta della gente. Il Comune, che dal 27 febbraio 1910 (sindaco Angelo Giglia) riceveva l’acqua potabile dal consorzio del “Voltano”, aveva cercato di regolarizzare la distribuzione interna disciplinando il quantitativo di liquido erogato. Ma per un paese economicamente povero, l’instalalzione dei contatori pesò sulle finanze familiari in maniera notevole. Per ogni apparecchio, marca Tayloi e Sons, cassa in ghisa, i prezzi variavano dalle 62 alle 87 lire. La deliberazione dell’A.C. ma soprattutto la scelta dei contatori, i più cari in mercato e senza criteri “trasparenti” di fornitura causò una vibrata protesta. Nell’editoriale pubblicato sulla prima pagina del “Contatore” Luigi Valenti presentò così lo spirito della protesta popolare: “”E’ questo il grido che sgorga spontaneo dal petto di tutti i cittadini che vedono nella imposizione del contatore per l’acqua, più che un mezzo per salvaguardare gli interessi del Comune, il mezzo per fare arricchire gli amici”. Il riferimento era rivolto alla ditta Pistelli che, stando alla tesi sostenuta dal giornale, sarebbe stata “protetta” dall’amministrazione comunale durante l’appalto, a discapito degli altri concorrenti, Pirrera e Galiano, che addirittura presentarono, all’asta, un migliore ribasso. La protesta della popolazione scaturiva dal fatto che il mininum di consumo giornaliero a famiglia di acqua stabilito dal Comune era di duecento litri, quando in effetti a Favara erano poco più di cinquanta i nuclei che possedevano recipienti e vasche di una notevole capacità, tali da poter garantire il consumo di questo quantitativo. Per questi motivi, l’installazione dei contatori appariva inutile. A carico degli utenti, oltre alle spese per l’acquisto e installazione del misuratore, gravava anche la manutenzione: si trattava dunque di un vero e prorio nuovo tributo per il popolo favarese. Libertino Arnone, che poi sarà sindaco nel 1922, in un suo articolo addossava la responsablità della scelta politica a quel “Nume onnipossente”, all’anagrafe il Commendatore Angelo Giglia, già sindaco del paese per ben 14 anni, definito in un pubblico comizio “il padrone di Favara”. Giglia era stato accusato di aver dichiarato la seguente frase, in occasione dell’annuncio dell’adesione del Comune al Consorzio del Voltano: “L’acqua innaffia i fiori, lava la veste e spegne l’incendio”. Libertino Arnone replicò così, davanti una piazza gremita di cittadini in rivolta: “Ma no, Comm. Giglia, l’acqua non solo innaffia i fiori, l’acqua è salute, è vita, ma per essere alttale bisogna che essa scorra in ogni casa e non nel vallone di Favara, dove scorre ancora dopo tre anni che l’abbiamo avuta”. La presenza di un giornale cone il “Contatore” fu il segnale del cambiamento che subì Favara in quegli anni. Il paese, abituato spesso ad accettare passivamente un sistema oligarchico, si andava lentamente svegliando, prendendo contatto con la gestione del Palazzo. La gente iniziò ad indagare, scrutare, seguire da vicino la vita amministrativa, affollare le sedute della pubblica assise, fare sentire la propria voce. La protesta per l’installazione dei contatori non fu fine a se stessa, ma rappresentò un indice del generale malcontento nei confronti di un sistema politico che da anni governava. I contadini, i minatori, gli artigiani, i commercianti, pressati da tasse e travagliati dai soliti problemi, fecero sentire la proria vice, dando segno di una vera emancipazione. Solamente duecento erano state le domande per stipulare il “contratto” per l’acqua pubblica. Ma Favara, in quegli anni, non era uscita dall’emergenza-epidemie e la situazione igienica era ancora allarmante. Ad aiutare, con un apporto economico, il popolo nel portare avanti la battaglia fu il dott. Paolo Bongiorno, uno dei più noti farmacisti del paese e appartenente ad una famiglia benestante, che sposò la protesta.. In un paese ricco d’acqua, la gente soffriva paradossalmente la sete per l’incapacità di versare il “tributo” nelle casse del Comune e le donne continuavano a fare ricorso, con sacrifici notevoli, alle fontanelle pubbliche dei “canali” e “giateddra” (nella foto). La “macchina del tempo” ci ha portato indietro di cento anni: ma la cronaca raccontata sembra “uscire” dalle pagine di un quotidiano in edicola in questi giorni.

Giuseppe Piscopo

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