Prenotazione aerea verso la felicità

|




Il tuo racconto per Malgradotutto

Prenotazione aerea verso la felicità
di
Rosa D’Agostino


altDiplomata da poco, mi ero iscritta all’università in economia e commercio. Solo poche materie per capire che non faceva per me, meglio trovare una sistemazione, ma non era facile. L’occasione mi fu data da una compagna di scuola: cercavano una impiegata in un’agenzia di viaggi. Un lavoro di soli tre mesi come sostituta di alcuni impiegati che dovevano andare in ferie.

Era il mio primo lavoro. Una collega mi butta quasi in faccia un orario ferroviario dicendomi: “studiatelo come ho fatto io!”. Un bell’inizio. Non ci capivo niente. Tante difficoltà, tanta carta consumata perché la corrispondenza doveva essere impostata in un certo modo, ma alla fine ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta a prenotare cuccette, a fare prenotazioni di wagons let, di alberghi, di ostelli ed altro.

Della biglietteria aerea si occupava un collega. Non dava nessuna spiegazione, come se di quel lavoro potesse interessarsi solo lui. Ma le cose andarono in un altro modo: dopo i tre mesi di contratto a tempo determinato, il collega presuntuoso parte per militare e il direttore mi richiama, questa volta con contratto a tempo indeterminato.
Un giorno anche il direttore si assenta. Io dovevo aprire l’ufficio e rimanere là da sola. Una gran tensione, una gran paura di sbagliare, di dialogare con i clienti.
Avevo aperto da poco, cambiato i timbri. A quel tempo si faceva tutto manualmente, non c’erano computer, di moderno avevamo solamente una macchina da scrivere elettrica, una stampante e una telescrivente. Ecco il primo cliente della giornata: alto, bello, occhi azzurri. Vuole prenotato un volo per Mombasa. “Accidenti!! Ed ora come faccio?”. Cerco di fare mente locale: “Giorgio quando doveva prenotare telefonava alla compagnia chiedendo la disponibilità e gli orari. Allora telefono, chiedo, mi confermano il volo con un messaggio sulla telescrivente, compilo il biglietto, timbro, stacco la parte che va a lui, trattengo la parte che resta in ufficio, mi faccio pagare e alla fine faccio un sospiro di sollievo: “Ce l’ho fatta!!”.
Un sorriso dal signor Bruno Speranza, un buon giorno e gli occhi azzurri spariscono.
Poco dopo entra un ragazzino, ha in mano un bouquet di rose bianche, al centro c’è un biglietto, lo apro: “Per te. Sono rimasto affascinato dal tuo imbarazzo, dalle tue guance rosse. A presto, il prossimo biglietto me lo dovrai prenotare tu”.
A quella mia prenotazione ne sono seguite altre. Il collega rientrato dal servizio militare se ne va per aprire un’agenzia di viaggi per conto proprio. Io resto sola in quell’ufficio e il direttore si assenta spesso per viaggi.
È passato un anno ed ecco che Bruno Speranza si ripresenta in ufficio. Solita prenotazione, ma questa volta la partenza è prevista per fine mese: venti giorni in Sicilia. Io non dico nulla ma Bruno sembra leggermi negli occhi. “Voglio rimanere un paio di giorni, voglio riflettere, capire cosa mi sta succedendo. Posso invitarti ad uscire, a fare una passeggiata? Voglio sentirti parlare non di voli, ma di musica, di poesia, di sentimenti. Voglio sapere di più di te”. Ho risposto si di colpo, come se non aspettassi altro da tanto, dal primo giorno che lo vidi entrare in ufficio.
All’uscita Bruno è fuori ad aspettarmi. Passeggiamo a lungo. Io parlo della mia vita, lui della sua, mi dice che è un medico, che manca dalla Sicilia da quindici anni, ma torna ogni anno per trovare i genitori. Mentre parla mi tiene la mano, mi accarezza ed io non so sottrarla, anzi mi piace quel contatto. Sento una protezione, un calore nuovo.
Il giorno dopo è sabato, l’ufficio è chiuso, ci vediamo di mattina, facciamo un giro in macchina. C’è silenzio tra noi, io mi sento imbarazzata, giro lo sguardo per guardare fuori dal finestrino, ma lui mi accarezza, s’avvicina e mi sfiora le labbra. Poi scendiamo dalla macchina, camminiamo lungo la circonvallazione. Sotto la chiesa di Cristo re c’è un piccolo bar, mi offre un gelato. Sostiamo a guardare una scimmietta in gabbia ed un pappagallo che parla. Ridiamo come due ragazzini. Dall’alto osserviamo lo stretto: la Madonnina, una nave che sta entrando in porto, dei gabbiani che svolazzano in cerca di cibo. Bruno ogni tanto mi guarda, cerca di leggermi qualcosa negli occhi, sembra voler dire qualcosa, ma niente, tutto procede così fino al momento di salutarci.
Il giorno dopo mi aspetta sotto casa: solito giro in macchina, poi ci fermiamo in una zona balneare. È ottobre inoltrato, a Messina fa ancora caldo, ma nelle spiagge non c’è nessuno, solo qualche pescatore. Io tolgo le scarpe e cammino nell’acqua, è fredda ma mi piace. Poi ci sediamo, parliamo, mi racconta della sua vita, della sua solitudine. Parla sempre tenendomi stretta la mano, niente di più, neanche un bacio.
A quella passeggiata ne seguono altre, tutte uguali , niente di diverso, solo sguardi, qualche carezza e il tempo scorre, scorre veloce.
Arriva il giorno della partenza. Bruno mi dice che tornerà fra sei mesi.
Sei mesi lunghi interminabili. Ogni mese un ragazzino si presenta in ufficio con un fascio di rose rosse, al centro un biglietto con scritto: “aspettami”.
E’ il mese di Aprile, ero intenta a fare della contabilità e non avevo notato che lui era davanti a me, in silenzio. Bussa sul bancone: “Posso? Ti disturbo?”. Alzo gli occhi e avvampo, non so che dire.
“Mi sento solo, tremendamente solo e sono rimasto attratto dal tuo viso, dalla tua spontaneità, dalla tua timidezza. È da un anno che ci penso, non ho molto tempo per corteggiarti, voglio solo che ci pensi. Io tornerò fra sei mesi solo per te, verrò in questa agenzia e ti chiederò la solita prenotazione. Non dirmi nulla ora, quando verrò, se vorrai seguirmi prenota due biglietti anziché uno. Avrai quindici giorni di tempo per prepararti, provvedi in tempo per il passaporto e le vaccinazioni. Io ti aspetterò. Non dirmi niente, lo so che sei emozionata, ma leggo nei tuoi occhi che non verrò inutilmente e so per certo che sei tu la donna della mia vita”. Poi mi prende la mano e me la bacia.
Dopo un paio di minuti entra in agenzia un ragazzino, ha in mano un bouquet di rose rosse, al centro c’è un biglietto con scritto una sola parola: “Aspettami”.
Sei mesi mi sono sembrati interminabili, la valigia era pronta già da due mesi prima. Mia madre era preoccupata, non voleva che partissi perché non sapevo niente di lui, perché dovevo andare in una terra lontana, ma io ero decisa, se dovevo sbagliare volevo sbagliare con la mia testa.
Era il mese di maggio quando Bruno si presenta di nuovo in agenzia, mi chiede la solita prenotazione guardandomi negli occhi e io: “D’accordo, allora prenoto due voli per Mombasa in data 30 Novembre”.
Bruno mi prende la mano e me la bacia, i suoi occhi brillano, ora hanno il colore del cielo, lo stesso cielo che vedo dall’oblò dell’aereo che mi porta lontano verso la felicità.
Sono passati cinque anni. Cinque anni di felicità intensa resa ancora più completa dall’arrivo di due gemellini, un maschietto ed una femminuccia: Aisha e Samir.

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *