Ponti costruiti con calcestruzzo, siamo tutti dei sopravvissuti

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Come è possibile che nessuno abbia fatto una mappa di tutti i ponti che l’ingegner Morandi progettò con grande ardimento ma anche con materiali destinati a deteriorarsi?

Crollo Ponte Genova (foto da internet)

Vi sono molti ponti Morandi.  Ne conosco piuttosto bene uno. Si trova nella città dove sono nato, Agrigento. Grazie a una denuncia di Mareamico, è attualmente e per fortuna chiuso. Fu costruito dopo la frana del 19 luglio 1966, quando una parte della città letteralmente affondò in seguito a una selvaggia speculazione edilizia che ancora deturpa ferocemente Agrigento. Me lo ricordo bene. Ero lì quando accadde. Spaventoso contrasto tra la Valle dei Templi con i resti stupefacenti della città antica e le due colline dove il mondo antico e medievale è sconfitto da un delirio di palazzi messi arrogantemente a caso nei favolosi anni ’60. Dopo la frana, fu fatto quel ponte. Si aggiunse orrore a orrore. Ma tant’è, come con la sopraelevata di Genova, si disse che sì, era brutto, ma agevolava il traffico. E’stato chiuso prima del tragico crollo di Genova. Per una volta qui, nella mia città natale, il buon senso ha prevalso.

Ho fatto un giro su Google cercando i ponti Morandi in Italia e nel mondo: quello di Benevento è in pericolo e ora, dopo Genova, è stato chiuso; un ponte crollò in Venezuela, anche se in seguito a un incidente con una nave, e un altro in Libia è stato chiuso per deterioramento. Ora, non sono un ingegnere e non ho alcuna competenza in fatto di ponti, ma in quanto cittadino, che guida e attraversa i moltissimi ponti che collegano il nostro paese, mi chiedo: come è possibile che di fronte alla chiusura del ponte in Libia e di quello che collega Agrigento e Porto Empedocle non si sia fatto 2+2=4, non ci sia chiesto cioè se per caso il problema non riguardi tutti (tutti) i ponti costruiti con il calcestruzzo?

Come è possibile che nessuno abbia fatto una mappa di tutti i ponti che l’ingegner Morandi progettò con grande ardimento ma anche con materiali destinati a deteriorarsi? Bisognava proprio aspettare la tragedia di Genova perché i competenti si accorgessero del problema? Se si mettono insieme le tragedie del Vajont, di Chernobyl, di Costa Concordia, di Viareggio, di Genova, ma l’elenco potrebbe continuare, ci si accorge facilmente che il problema è la sicurezza.

Questa è un’ovvietà, che però diventa meno ovvia se ci si domanda perché lo stato e le imprese private si comportano come dei tossicodipendenti, pensano cioè soltanto alla dose di oggi, per quel che riguarda domani si vedrà. La sicurezza costa. Meglio rinviare. Si trova sempre qualche tecnico che per paura o indolenza affermerà che non ci sono problemi. Ha scritto Mary Shelley: “di quante cose potremmo venire a conoscenza se codardia e negligenza non ostacolassero la nostra ricerca!”. Questo vale anche per le catastrofi che si possono prevedere. La verità è che con la sicurezza bisognerebbe fare al contrario di ciò che si fa con il garantismo giuridico. In questo caso si è innocenti fino a prova contraria. Nel campo della sicurezza si dovrebbe essere colpevoli fino a prova contraria, nel senso che, a differenza che con la legge dove si condanna (o si dovrebbe condannare) soltanto al di là di ogni ragionevole dubbio, qui ogni ragionevole dubbio dovrebbe essere motivo di intervento e di giudizio.

Le imprese, ha ricordato Luciano Gallino, non hanno più una responsabilità sociale, ma soltanto una responsabilità nei confronti dei loro azionisti. Questo fa sì che gli interessi degli azionisti influenzino direttamente o indirettamente politiche di licenziamenti e rinvii dei necessari investimenti sulla sicurezza. Quando lo stato è connivente con ciò, le tragedie arrivano e degli innocenti pagano con la vita. Ha scritto S. Paolo (non Marx): “la brama di ricchezze è all’origine di ogni male”. Ogni donna giusta e ogni uomo giusto dovrebbero combattere l’avidità e la negligenza. Chiunque di noi avrebbe potuto passare in quel terribile momento sul ponte di Genova. Siamo tutti dei sopravvissuti.

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