Plancton

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“Veniamo dall’Africa e non abbiamo pace” sussurra la voce “perché siamo morti in mare”. Un racconto di Anna Burgio.

Anna BurgioMi ritengo un uomo fortunato. Non è da tutti lavorare all’ufficio del catasto e beneficiare di una finestra con vista mare.
Non amo il mio lavoro, ma ringrazio ogni giorno il cielo di averne uno. Impiegato all’ufficio del catasto, trascorro lunghe ore con la testa china su carte che non mi dicono niente. Contatti con i colleghi pochi, e di pura cortesia. Quella finestra, che corre lungo tutta la parete, è il mio respiro. D’inverno la tenda viene lasciata aperta, d’estate rigorosamente tirata per il troppo sole; ma io giro le strisce in posizione trasversale, in modo da potere vedere in ogni caso fuori. Perché fuori c’è il mare.

Di tanto in tanto, con pause mai predefinite, alzo la testa dalle mie tristi carte e volgo lo sguardo a destra, verso l’orizzonte.
È inverno; ed io mi fermo un attimo a immaginare e pregustare l’arrivo della primavera.
È primavera; ed io mi fermo un attimo a immaginare e pregustare l’arrivo del fine settimana.
Perché in primavera, nei fine settimana, posso ricominciare a prendere la mia barchetta e, di notte, ritrovare me stesso nel mare oscuro e nella mia amata pesca.

La primavera è arrivata. Di venerdì in venerdì, di sabato in sabato, giunge anche l’estate. Quest’anno, però, di pesci non c’è neanche l’ombra. Ogni notte si fa alba, e io torno a casa con il secchio vuoto. Tuttavia insisto, tenace; del resto, il piacere consiste nel gesto, non nell’esito del gesto.
Una notte senza luna e senza pesci il silenzio tutt’attorno mi avvolge e mi sommerge. A un tratto percepisco qualcosa di strano. Scruto nel buio, a cercare non so bene cosa. Calma. Poi, ancora, mi sembra di avvertire un rumore sommesso, che va e viene, che c’è e non c’è. È il mio nome, ripetuto, ovattato. Presto l’orecchio. Comprendo che si tratta di gemiti, gemiti lenti e quasi impalpabili che si alzano dal fondo del mare. Sono voci che diventavano una voce sola, un unico lamento che mi chiama:
“Gianni, Gianni…”
Divento ancora più attento.
“Veniamo dall’Africa e non abbiamo pace” sussurra la voce “perché siamo morti in mare”.
Un brivido ghiacciato mi percorre nella notte calda. Ma è un attimo. Non mi chiedo nemmeno se si tratti di sogno o realtà, quando mi accorgo che sto rispondendo, con una naturalezza che mi sorprende:
“Di cosa vi lamentate? La sepoltura in mare ha una tradizione millenaria, potete dunque riposare in pace”.
“Noi non siamo uomini di mare” la voce corale replica “noi veniamo dalla terra asciutta e torrida, abbiamo visto il mare per la prima volta quando ne siamo rimasti uccisi. La terra è la nostra casa. Nella terra vorremmo avere la nostra sepoltura”.
“Ognuno ha un proprio destino” ribatto, per niente convinto dalle mie stesse parole “vuol dire che questo era il vostro, quello di diventare nutrimento per i pesci”.
Non capisco che cosa mi stia accadendo: non sono mai stato cinico, tutt’altro. Sono stato piuttosto accusato, spesso, di avere una sensibilità che viene definita femminile. Eppure neanche adesso penso di essere cinico, mi sento invece lucido, del tutto presente a me stesso, nonostante la situazione illogica e surreale.
alt“Hai usato una buona parola” la voce dal fondo sembra avere una sfumatura d’ironia, adesso “Nutrimento. Avresti anche potuto dire plancton, e non avresti sbagliato affatto”.
“Plancton? Perché plancton?” chiedo. Ma la voce tace, mentre l’alba si leva chiara e serena.
Torno a casa turbato, confondendo nella mia testa gli uomini morti e i pesci scomparsi. Degli uomini morti so tanto, non passa giorno che non arrivi notizia, in estate, di sbarchi di clandestini, di barconi rovesciati, di dispersi, di cadaveri recuperati. Tuttavia non ho mai visualizzato, prima d’ora, i cadaveri che galleggiano alla deriva, o che giacciono sul fondo, sepolti i loro corpi e la loro storia da metri e metri d’acqua.
Ma i pesci? Cosa c’entrano i pesci?
Comincio a pensare ai pesci con un’altra ottica, non come animali da catturare, bensì come fenomeno da studiare. Mi metto in cerca di notizie. Trovo diverse ricerche scientifiche che tentano di spiegare il depauperamento delle risorse ittiche nel Mediterraneo. Causa principale sembra essere la sovrapesca, insieme all’inquinamento e all’innalzamento della temperatura dell’acqua. Ma – mi chiedo – tutto ciò dovrebbe portare a un cambio delle specie, o alla riduzione delle dimensioni, o – ancora – a una diminuzione del pescato. Quello che sta accadendo, invece, è la scomparsa pressoché totale di ogni specie, di ogni tipo, di ogni qualità di essere marino.

La settimana trascorre lenta, il tempo tra una domenica e un venerdì non mi è mai sembrato così lungo. In ufficio lo sguardo si incanta a osservare la superficie del mare, mentre la mente scende in profondità – assieme all’anima – alla ricerca di una voce, di mille voci.
Sento nelle orecchie il suono del mio nome – “Gianni, Gianni…” – e il timbro di chi mi chiama cambia: ora è un uomo giovane, che immagino forte e pieno di vita, ora è una donna dai seni cadenti, ora è un bambino dagli occhi languidi che mi fanno sciogliere di tenerezza. È una voce e sono mille voci, e stanno chiamando me.
Le carte aspettano, possono aspettare. Il lamento di chi muore mentre sta cercando la vita sovrasta ogni inutile carta. Mi sottopongano pure a qualunque censura, a qualunque provvedimento disciplinare: le carte non contano, voci di morti frementi di vita mi stanno chiamando.
A casa la ricerca diventa affannosa, forsennata. Continuo nelle mie ricerche, scontento, insoddisfatto. Girovago da una pagina web all’altra, da un sito all’altro.
altMi imbatto in un articolo che mi dà da pensare: alcune persone, trovandosi con la loro barca in prossimità delle Colonne d’Ercole, hanno assistito alla migrazione di frotte di pesci che abbandonavano il Mediterraneo per riversarsi sull’Atlantico. È un flusso senza fine, dicono, e non esiste spiegazione logica. Ma la notizia, sul momento, non mi dice nulla.
Niente di razionale, del resto, può spiegare la voce dolente e tragica dei morti in mare. Quella voce porta con sé una miriade di emozioni che nessun computer, nessuna biblioteca potrebbero raccontare e decifrare. Sono uomini e donne che erano partiti con la speranza nel cuore, che avevano preso a morsi la paura, che avevano ingoiato la rabbia con boccate amare.
Sono uomini e donne costretti a lasciare la propria terra per trovarne un’altra in cui sarebbero stati forse disprezzati, se mai fossero riusciti ad arrivare. E tutto questo, solo per assicurarsi la fonte principale dell’esistenza, il pane, il nutrimento.
Il nutrimento.
Plancton.
Dalle lontanissime reminiscenze scolastiche, mi torna in mente il significato letterale della parola. Plancton in greco significa essere vagante, errante. Vuol dire nomade, in balia delle correnti, ma anche – e forse proprio perché senza verso e senza direzione – nutrimento fortuito e occasionale ma indispensabile, per i pesci.

Dalla finestra della mia casa il mare non si vede, ma all’improvviso mi appare davanti, chiaro, piatto, infinito. In un attimo realizzo di avere finalmente compreso. È venerdì, ed è il tramonto. Il tempo di preparare la mia barchetta, di prendere il largo, ed è già quasi notte.
Niente ami, stasera, niente esche, niente lenze, niente secchi. Niente. Stasera non servono. Stasera servono soltanto orecchie pronte e anima pura.
Mi fermo, aspetto.
“Gianni, Gianni…”
“Sono qui…”
“Sei qui, lo sappiamo. Sei qui, consapevole – adesso – che ti sei nutrito di noi. Di noi, che siamo venuti a cercare cibo, e siamo diventati cibo per i pesci. E i pesci che di noi si sono saziati sono diventati cibo per voi, per te. La catena alimentare è diventata innaturale, terribile, raccapricciante. Non lo capiscono gli uomini, lo hanno capito i pesci. Stanchi di sfamarsi di noi, presi da una pietà senza fine, hanno preferito andare via, lasciandoci il loro mare come tomba non voluta. Il Mediterraneo grida, Gianni, e voi non volete ascoltare.”
Mi vedo sorridere, e ancora una volta non mi sento cinico.
Se ri-cor-dare è veramente riportare al cuore – mi chiedo adesso – in quale recondito anfratto si è nascosto il cuore nostro?
Pronuncio la parola “migranti” con gli occhi chiusi e le mani giunte, come se si trattasse di una preghiera, per loro e per noi, che migranti siamo stati. Per noi non erano barconi fatiscenti, ma navi instabili e incerte, e treni fumosi e puzzolenti; a parte ciò, nulla era diverso, perché anche noi – clandestini – avremmo voluto diventare temporaneamente invisibili per poi ricomparire a nuova vita. E anche noi abbiamo dovuto affidare la nostra esistenza a chi si stava approfittando di noi. E abbiamo dovuto fidarci, volenti o nolenti, contro ogni ragionevole previsione.

Migranti. Nessuna parola, stanotte, ha per me un suono più dolce.
Per la prima volta io, impiegato dell’ufficio del catasto, mi sento parte dell’universo.

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