Pisa e l’abbandono del palazzo della Sapienza

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Una storia che va ben oltre i confini della città

altIl richiamo di Salvatore Settis a proposito del palazzo della Sapienza di Pisa, una storia che va ben oltre i confini della città, deve essere raccolto. Quando si scoprì che il palazzo della Sapienza, in seguito al terremoto dell’Emilia, aveva subito gravi e pericolose lesioni e, in base alla verifica dei vigili del fuoco, venne chiusa, di fronte al facilmente prevedibile rimpallo fra ministeri e istituzioni sul da farsi, avevo suggerito che vi fosse una figura istituzionale esterna alle parti interessate a gestire le assai probabilmente difficili relazioni fra Ministero dei beni Culturali, Ministero dell’Istruzione, Università di Pisa, Comune di Pisa e così via

Avevo pensato al Governatore della Regione, ma era soltanto un’ipotesi, peraltro caduta nell’acqua senza neanche fare un cerchio, che tuttavia intendeva esprimere la preoccupazione di dover assistere a un triste balletto fra le varie istituzioni volto a non fare in pratica nulla e a lasciare le cose come stanno, con la Biblioteca inagibile e il Dipartimento di Scienze Giuridiche fatto a pezzi e sparso qua e là. Ma l’inazione ha davvero lasciato le cose come stanno? Nient’affatto. L’attività commerciale di Piazza Dante e della zona adiacente è affondata. Non solo, ma quello che aveva la piacevole aria di essere un campus, dove studenti di Giurisprudenza, di Lettere, di Scienze Politiche, ma anche di altre Facoltà a migliaia, giravano per la piazza, si incontravano, si scambiavano notizie, libri, messaggi, mangiavano insieme, incrociavano i professori che a loro volta si scambiavano le idee attraversando le brevi distanze che uniscono la Sapienza con Palazzo Ricci e palazzo Carità, l’edificio di Scienze Politiche che avvicina al Lungarno e poi dall’altra parte verso Piazza dei Cavalieri dove vi è la Normale e la sua biblioteca, in quel modo casuale che casuale non è, perché donne, uomini, libri, cibo, idee si mescolavano in una specie di inconsapevole, quotidiano, festoso omaggio al sapere, oggi è scomparso. Piazza Dante è un deserto. Se minimamente si riflettesse su questo deserto e su ciò che significa in termini di identità collettiva e culturale per un’università, una biblioteca e una città che hanno tutte un’importanza nazionale e internazionale, dovremmo allarmarci non poco per il suo futuro. Se minimamente ci si soffermasse sul fatto che non è in gioco soltanto la Sapienza, la Biblioteca Universitaria o la Facoltà di Giurisprudenza, ma un’intera storia che ha segnato la qualità del rapporto con il sapere, quello vero, quello che non si brucia stupidamente il giorno dopo, si dovrebbe allora considerare prioritaria non la guerra fra biblioteca e giurisprudenza con il rimpallo delle responsabilità fra istituzioni, ma l’urgenza progettuale di ricostituire quello spazio di vita sociale e culturale. E’ ora che si cambi metodo e che in modo trasparente si cominci a vagliare, per esempio, la possibilità d’uso del palazzo di Piazza Carrara. Un vecchio discorso, come ci ricorda Settis. Da tempo, anche quando, a mia volta, sono stato preside, si parlava, per quel palazzo, di assegnarlo a Lettere o a Giurisprudenza. Poi tutto finì. Perché? Se si parte dal presupposto che la priorità è la ricostituzione di quel tessuto di vita sociale e culturale ucciso a causa della chiusura della Sapienza, allora le forze istituzionali interessate dovrebbero porsi insieme il problema del superamento dei vari indirizzi che hanno portato ad altra destinazione quel palazzo di piazza Carrara che fu dell’Intendenza di Finanza e che ora sta lì semiabbandonato. E’ una questione di priorità e di capacità e volontà di governo, nazionale e locale di sapere togliere gli ostacoli senza che ci si nasconda, come un tempo si usava dire, dietro a un dito.

Alfonso Maurizio Iacono

da Il Tirreno

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