Pippo, il postino della democrazia

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Da Sambuca un’interessante pagina della storia della Resistenza in Sicilia

Giuseppe MontalbanoE’ notte a Sambuca. E fa freddo. Il giovane Pippo è appena uscito di casa. Porta con sé un messaggio da recapitare ai compagni e alle compagne. E’ la convocazione della nuova riunione clandestina degli antifascisti sambucesi. Pippo sa che bisogna stare attenti a non essere scoperti dalle camicie nere. Ma lui ha un gran coraggio. E dire che ha appena 13 anni. Prima di mettersi in cammino si domanda sempre: Se mi scoprono che possono farmi? L’olio di ricino l’ha bevuto solo una volta, e non gli è nemmeno dispiaciuto. Insomma: la corazza ce l’ha dura, Pippo. Sono già le 2. Tra poche ore dovrà andare a scuola. Ma al momento ha un impegno più importante: fare il postino della democrazia.

 

 

Un ruolo che non gli pesa affatto, al contrario. Perché lui è un uomo di 13 anni a cui non è mai piaciuto mascherarsi da Balilla e giocare alla guerra. Non gli piacciono nemmeno i fez dei gerarchi. E’ stato solo l’istinto a fargli capire che occorreva schierarsi con chi era dall’altra parte. E dall’altra parte c’erano loro: i comunisti, i socialisti, gli azionisti, i popolari. Uomini e donne impegnati nel difficile compito di opporsi al regime nella Sambuca del 1938, due anni prima dell’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia fatto dal Duce dal balcone di Palazzo Venezia. Intanto occorre sbrigarsi. Pippo consegna il primo messaggio a Maria. Un donnone con gli attributi più duri di quelli dei maschi, leader delle donne comuniste. Maria, materna come il nome che porta, che costringe Pippo ad entrare in casa, a bere un bicchiere di latte caldo, perché là fuori fa troppo freddo. Pippo gradisce ma si affretta: ha ancora tanti messaggi da recapitare. Poi si arrampica sul monte Adranone per raggiungere il nascondiglio di Giovà, maestro elementare socialista costretto a fuggire per sottrarsi ai manganelli. Può dargli poco, Giovà: solo una mela. “Manciatilla cù tutta ‘a scoccia, è cchiù duci”, gli consiglia. Infine Pippo sveglia anche Totò, gran suonatore di quartino caduto in disgrazia perché non ha mai voluto saperne di iscriversi al PNF. Consegna il messaggio anche a lui, ricevendo in cambio un buffetto e un pugno di mandorle. Albeggia. Adesso può tornare a casa, Pippo. Stanco, ma soddisfatto. A scuola forse crollerà dal sonno. Ma non gli importa. Anche stavolta ha fatto quello che era giusto fare. Perché i fascisti prima o poi se ne andranno. E Pippo sogna che Sambuca un giorno sarà libera. Libera e solidale, con Maria che il latte caldo lo darà anche al figlio malato di tisi di Carlo il picchiatore; che Giovà accetterà di fare lezioni private di aritmetica a quell’asino di Franco, il segretario politico del PNF; che a Totò saranno Sambuca di Sicilia

tributati gli applausi scroscianti degli ex fascisti dopo un assolo memorabile tratto da “L’italiana in Algeri” di Rossini. Non sa ancora, Pippo, che di quella Sambuca che si trasformerà nella “piccola Mosca”, dove il PCI governerà per cinquant’anni ininterrotti, lui sarà un protagonista. Sarà sindaco, sarà anche senatore della Repubblica. Non lo sa ancora. Per ora gli basta solo essere pronto alla prossima missione

                                                     Massimo D’Antoni


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