Pino Bennici, quando una storia appassiona e accende la memoria

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Sull’illustre personaggio grottese l’autorevole testimonianza dell’Avvocato Vincenzo Campo.

L’Avvocato Vincenzo Campo

Pino Bennici… Pino Bennici… ma io, questo qui, l’ho conosciuto, l’ho incontrato o ne ho sentito dire, in qualche modo o da qualche parte in qualche occasione.

Un nome e un cognome comuni, Pino, e cioè Giuseppe, quasi nome comune di persona, in Italia e soprattutto in Sicilia; Bennici poi, non è comunissimo ma  non è neanche raro.

Avevo un compagno di scuola che portava questo cognome, e conoscevo pure suo padre, suo zio e pure i suoi due fratelli.

Poi lui, finito il liceo, se n’andò da qui; andò a studiare fuori, forse a Roma o a Torino, non lo so, e fuori cominciò a lavorare; e lì, non so se in Liguria o nel Piemonte, lavorò per una vita intera, almeno trent’anni, finché non decise di ritornare che s’era liberato un posto d’un certo prestigio, quale era la direzione d’una divisione del nostro ospedale –che lui, non l’avevo detto, era ed è medico.

Per quello che so non mantenne che rapporti isolati e sporadici con la nostra città e con la gente di qui, finché visse fuori; solo, credo, con i parenti stretti e per i brevissimi periodi di quella parte di vacanze che decideva di trascorrere qui. Giusto il tempo e il modo di rivedere gl’intimi, e neanche gli amici, che, per non averli frequentati neppure ne aveva più, qui.

Completamente dimenticato, cancellato dal novero della gente di qui.

Perché è così: perché la gente dimentica, e dimentica facilmente, e ancora più facilmente dimentica chi la gente ha dimenticato.

Lui, il mio Bennici, se n’andò e poi, che sia stato per scelta o che sia stato per caso, ci ha cancellati tutti; e per converso tutti noi abbiamo cancellato lui: come non fosse mai esistito; perché era “uno”, magari “uno” bravo nel suo mestiere, ma “uno”, solo “uno” che niente di mitico o d’eroico aveva fatto nella sua vita. Ed è il destino di tutti noi che siamo solo “uno”, che siamo niente di che.

Che poi, anche ad essere stati qualcuno invece che “uno”, non è che la memoria resti vivida, perché solo le cose più importati di quella persona si ricordano, quella cosa eroica o mitica o di rilievo che ha fatto, o quelle due o quelle tre, che del resto che ha fatto nulla si ricorda e perciò nulla si sa –come non fosse mai successo.

Poi, d’un tratto, come dicevo, quel mio Bennici d’Agrigento, e non il Pino di Grotte o Racalmuto che sia, del quale dirò dopo, è ritornato, ed è ritornato da “importante”; non certo eroe o mito, ma importante come era, a capo d’una divisione d’un ospedale d’un certo rilievo e comunque dell’unico e solo nostro ospedale

E alla memoria di tutti o quanto meno di tanti, il mio Bennici è riapparso, quasi rinato e a momenti come mai dimenticato.

“Ma ‘u sa cu è? U figliu di Lillu… com’è ca ‘un t’u ricordi…” “ah! si! Ora ci ca pensu… chiḍḍi Bennici ca stavanu ‘mmezzu a chiazza, vicinu a San Franciscu… ora mi veni ‘n testa e macari l’aiu davanti l’occhi: biunniscu, beḍḍu, longu, lustrusu…; ma chi fici? Si marità? Nn’avi figli?” “ quannu ma’: nenti; schettu arristà; sulu travagliu, in Alta Italia, ‘un sacciu si d’e parti di Torinu o di Genova; sulu travagliu. E chi travgliu! Di grande qualità! Un nome, nel suo campo; tanto che ha maturato titoli da che gli hanno consentito d’essere nominato primario, scalzando anche altri più anziani di lui; ha fatto studi e pubblicazioni, è un luminare; un lu-mi-na-re”

E così, a poco a poco, col passare la notizia di bocca in bocca, e, come si sa e come succede in questi casi con l’aggiungere una volta un fatto vero o immaginato, o solo immaginato e dato per vero, e un’altra volta la risoluzione d’un caso clinico difficile che magari difficile-difficile non era, e un’altra ancora una pubblicazione vera o presunta, e quel Bennici che era scomparso dalla memoria della città, come mai esistito, riappare, rinasce e ricompare; e per di più ricompare come persona dia riverire, ricordare e ossequiare. Della  cui conoscenza potersi onorare e fregiare.

Insomma, da inesistente ritorna vero e magari un po’ mito. A me pare che con Pino sia successa la stessa cosa.

Ho letto, mi sono incuriosito, ho sentito e ho saputo di lui, delle gesta rilevanti, nel bene e nel male, che nella vita del precedente oblio grottese avrebbe compiuto. È partito il primo a parlarne e poi, ad uno ad uno, e ad ogni altro è tornata la memoria; e così in tanti, e tanti meritevoli di stima e d’apprezzamento, ha riferito delle gesta, d’eroe o da gaglioffo, del Bennici che conosce. O che dice d’aver conosciuto, che è la stessa cosa.

Ora che ho saputo di lui e di queste sue gesta, mi torna in mente un vecchio fatto, che ho sentito per caso e che ho pure dimenticato perché non m’interessava, e che mai avrei ricordato se nessuno avesse parlato di lui. Un fatto che forse, dico “forse”, riguarda lui, perché non sono affatto sicuro che sia la stessa persona, anche perché grottese non sono.

Ero a Palermo a casa di mio zio Ciccio, che era di origini grottesi; e lui, mio zio Ciccio, avvocato e uomo d’affari, parlava con un altro suo compaesano, avvocato come lui e come lui stabilitosi a Palermo.

Mio zio raccontava che lui ed altri stavano lavorando per far sì che la Willis, la fabbrica delle famose jeep dell’esercito americano, aprisse uno stabilimento in Sicilia, per fabbricare qui le Jeep: Willis Mediterranea, si sarebbe chiamata; e riferiva che il collegamento con la Willis l’aveva creato attraverso un italo-americano di origini grottesi che aveva partecipato con le Forze alleate allo sbarco in Sicilia, un tipo originale ed estroso un po’ avventuriero e un po’ artista, bene introdotto, a quanto pareva e per quanto se ne poteva sapere, negli ambienti che contavano degli Stati uniti.

“Eee, Cì, e come si chiama, questo qua?” “Cì – che anche l’altro si chiamava Ciccio- si chiama Pino e non so con precisione, se sia Bennici, Bennica o Bonnica; me l’hanno detto, ma mi sfugge; una cosa seria, però” “Ah! Cì, sai chi dev’essere? Il figlio di Antonio, o Alfonso, Bennici, quello che aveva le terre del Barone Mistretta, che poi se n’andò in America o in Venezuela… era un po’ più grande di noi, aveva una decina d’anni di più, Pino; era simpatico e di compagnia…  suonava la tromba, te lo ricordi?”

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