Pietro Grasso, al cinema col Padrino

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In anteprima l’intervista al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso: così film e libri hanno raccontato la mafia. Il dialogo con Gaetano Savatteri inserito nel catalogo del Noirfest di Courmayeur, dove il 13 e il 14 dicembre il magistrato parteciperà al convegno “Noir(r) e le mafie”. Magistrati, storici, registi e giornalisti si confrontano sul modo di raccontare la mafia e l’antimafia

Pietro GrassoLa mafia, soprattutto la Cosa Nostra siciliana, è uno dei temi portanti della letteratura, del cinema e della fiction italiana. Ma è sempre stata raccontata nel modo giusto? Al di là del “politicamente corretto”, a volte imposto con piccoli stratagemmi di sceneggiatura o con adeguati finali, il racconto sulla mafia non ha finito per contribuire alla mitizzazione del crimine organizzato, a costruirne la sua leggenda nera di mistero, impenetrabilità e invincibilità? E come mai è sempre stato difficile, invece, raccontare l’antimafia se non quando questa coincideva con le storie, tragiche ed esemplari, dei grandi eroi e martiri caduti sul fronte della lotta alle mafie? Domande al centro del dibattito “Noi(r) e le mafie” (previsto a Courmayeur per il 13 e il 14 dicembre con la partecipazione di Don Winslow, Evan Wright, Andrea Purgatori, Ivan Lo Bello, Pif, Salvatore Lupo, Patrick Fogli, Marcello Fois, Maurizio Torrealta, Giorgio Di Girolamo e coordinato da Gaetano Savatteri) e di cui abbiamo parlato con Pietro Grasso, a lungo magistrato a Palermo e ora Procuratore nazionale antimafia.

Procuratore Grasso, la mafia è stata raccontata fin dall’indomani dell’Unità d’Italia. E fin da allora ha avuto un grande successo di pubblico: fu celebre, ad esempio, la commedia “I mafiusi della Vicaria”, in scena subito dopo il 1860 in moltissimi teatri italiani. Per quali ragioni, secondo lei, le mafie, e in particolare Cosa Nostra, hanno suscitato quest’interesse nella narrativa, a partire da quella popolare?

Per molto tempo la letteratura popolare ha portato avanti l’idea del mafioso buono, dispensatore di giustizia e detentore delle regole di rispetto e onore. Il mafioso veniva raffigurato come una sorta di protettore di chi non aveva potere e di chi non godeva di diritti, soprattutto là dove lo Stato veniva avvertito come lontano o nemico. Una mafia, quindi, descritta come sistema di protezione di un territorio e di coloro che risiedevano in quel territorio. E’ chiaro che c’erano tutti gli elementi per far nascere un grande interesse popolare rispetto a questo fenomeno, al quale si aggiungevano altri elementi di fascino come la segretezza e il mistero.

Ma é evidente che siamo di fronte a una mistificazione. Eppure questa idea é stata dominante per lunghissimo tempo. Quando ero ragazzo, in Sicilia prevaleva ancora il concetto che l’essere mafiosi fosse una particolare caratteristica dell’essere siciliani, quasi che la mafia avesse origine antropologica nella natura stessa della sicilianità.

Questa mistificazione, come lei la definisce, è stata possibile attraverso intellettuali, scrittori e giornalisti. Dunque, una vera e propria operazione culturale…

Certo, ma non sappiamo quanto quest’operazione sia stata consapevole o inconsapevole, in buona fede o in malafede. Né possiamo mettere tutti nello stesso mucchio. Sappiamo ad esempio, dalle intercettazioni, che il boss palermitano Giuseppe Guttadauro voleva influenzare e sfruttare l’impegno di alcuni grandi giornalisti italiani per mettere in piedi una campagna garantista che finisse per agevolare gli interessi di Cosa Nostra. E questo è sicuramente un tentativo di manipolazione pianificato a tavolino. Ma non dimentichiamo che perfino di autori come Leonardo Sciascia e dello stesso Giovanni Falcone si disse che erano rimasti affascinati dalla mafia.

Stregati dalla mafia, si diceva…

Don Mariano ArenaEsatto. Ricordo alcuni passaggi del libro di Falcone “Cose di Cosa Nostra” in cui il giudice descriveva i mafiosi come uomini di grande intelligenza, capaci di interpretare i bisogni e le domande della loro realtà. E ricordo pure che nel “Giorno della civetta” il mafioso don Mariano Arena dà un giudizio di valore del capitano Bellodi attribuendogli la definizione di uomo, mettendolo così al vertice più alto della sua proverbiale e famosa classificazione del genere umano in uomini, mezzuomini, ominicchi, ruffiani e quaquaraquà. Tra la mafia e l’antimafia, nel libro di Sciascia, veniva rappresentata una sorta di attrazione reciproca e di “rispetto” alla pari. Insomma, ne veniva fuori una metafora della mafia che poteva sembrare anche buona o comunque portatrice di alcuni valori positivi. Tutto questo ha favorito una narrazione di genere della mafia come sistema di valori certo criticabili e condannabili, ma in fondo accettabili perché esasperazione di principi quali onore, rispetto, giustizia che, in linea di massima, sono facilmente comprensibili e condivisibili.

Attraverso la narrazione, soprattutto quella popolare – e pensiamo a romanzi d’appendice come “I Beati Paoli” – la mafia ha costruito anche una sua tradizione. Altre leggende parlano di un’origine antichissima, che affonda nella notte dei tempi, dando un ceppo comune alle tre principali mafie italiane (Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra) con la storia dei tre cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso approdati nell’isola Favignana che insediandosi in Sicilia, Calabria e Campania furono i capostipiti delle tre organizzazioni criminali. Insomma, nel racconto delle mafie si finisce spesso per rievocare leggende antiche che ne celebrano le origini nobili…

Confesso che la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso l’ho appresa abbastanza di recente. Ma così come questa, anche la leggenda dei Beati Paoli rappresenta, appunto, una forma di nobilitazione delle origini della mafia. Una leggenda che già circolava da tempo nella tradizione orale e popolare e che, in seguito, studiosi e romanzieri hanno organizzato e messo in pagina, fornendo così alla mafia un passato immaginario carico di suggestioni. Un’operazione cavalcata dalle stesse mafie che ha reso mitiche le radici dell’organizzazione criminale, facendone risalire le origini a un passato ancestrale e antico tanto quanto la storia dell’uomo.

Storici come Salvatore Lupo sostengono che la compenetrazione della mafia con la società civile, comprese le sue èlite culturali, ha permesso questa mistificazione culturale che, come diceva lo storico britannico Eric Hobsbawn, è servita a “inventare una tradizione”.

Siamo proprio nel cuore del processo di mistificazione, o di invenzione della tradizione, che finisce per retrodatare la nascita dell’organizzazione mafiosa, diluendone e ammantandone di valori l’aspetto meramente criminale. Così si alimenta la fascinazione per il male, che nel caso delle mafie, contiene anche la fascinazione per il mondo segreto, per la setta clandestina, per i rituali esoterici che ancora oggi resistono, come abbiamo visto al momento dell’arresto del capo di Cosa Nostra Salvatore Lo Piccolo, quando nel novembre 2007 abbiamo ritrovato nel covo del latitante la trascrizione del decalogo di comportamento degli uomini d’onore e la formula del giuramento dell’affiliazione a Cosa Nostra, il rito della cosiddetta punciuta.

Esiste ancora, secondo lei, un ceto culturale – formato da romanzieri, registi, giornalisti, intellettuali – che si presta a questa operazione che finisce per rendere “accettabili” le mafie?

Esistono sicuramente dentro Cosa Nostra dei soggetti capaci di creare relazioni forti tra la mafia e certi ambienti politici e culturali. Noi oggi non sappiamo bene chi siano i nuovi cugini Salvo, i nuovi Vito Ciancimino, tanto per parlare di uomini che nel passato furono indicati come “cerniera” tra Cosa Nostra e il mondo ufficiale. Non dimentichiamo che, in Sicilia, e oggi in Calabria, le indagini ci svelano medici, politici, imprenditori legati a filo doppio con la mafia, anche se non ritualmente affiliati, capaci di essere portatori degli interessi delle organizzazioni criminali anche negli ambienti della società civile.

Un film come “Il Padrino”, ad esempio, può essere letto come un’apologia della “cultura mafiosa?”

Non credo che il regista Francis Ford Coppola avesse questa intenzione.Don Vito Corleone Peraltro la saga del Padrino mostra chiaramente come la mafia porti solo carcere, morte, dolore e lutti e questo destino investe in primo luogo la stessa famiglia Corleone. Eppure tutti noi ci appassioniamo alla lotta, alle dinamiche tra i personaggi, ai fatti che precedono gli epiloghi dei tre film che si concludono sempre in maniera tragica, con la morte dei protagonisti o dei loro familiari.

In passato, alcune volte, esponenti politici, a partire da Silvio Berlusconi, hanno criticato la popolarità di fiction televisive come “La Piovra” o di libri come “Gomorra” ritenendo che danneggino l’immagine dell’Italia. Cosa ne pensa?

Quando vado in giro per il mondo, mi accorgo che l’Italia é conosciuta anche per la sua decennale lotta alla mafia, per i nomi che ha speso su questo fronte, e cito solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per ricordare i tanti martiri, i tanti servitori dello Stato, uccisi per loro impegno contro le cosche. Oggi la nostra legislazione antimafia viene invidiata in tutto il mondo: basti pensare alle norme per l’aggressione ai patrimoni illeciti attraverso le confische e i sequestri. Parlare di mafia, far conoscere il problema, é anche il modo per svelare il fenomeno perché le mafie ingrassano sempre nel silenzio. Ma nello stesso tempo il racconto delle mafie, che si avvale del contributo di indagini e inchieste, é il modo per raccontare i successi della repressione contro le mafie e la crescita di una nuova sensibilità civile.

Il film sulla mafia finiscono per influenzare le stesse dinamiche mafiose. In passato, alcuni boss mafiosi decisero di uccidere un loro avversario in una corsia di ospedale dopo aver visto il film “Il Padrino”, dove c’era un agguato con i killer travestiti da medici. E lo stesso Bernardo Provenzano andò a vedere il film, e a quanto pare gli piacque se è vero che al momento della sua cattura, nel 2006, aveva con sé un cd con la colonna sonora del film…

E’ vero. Un altro film che riscuote grande successo tra gli affiliati mafiosi è “Scarface” di Brian De Palma. Oggi, al tempo di internet, ci sono siti che inneggiano apertamente a Scarface. E recentemente un ragazzo, a capo di una banda di minorenni che operava a Milano, teneva in tasca un ritaglio di giornale sulla fiction “Il capo dei capi”. Quel ragazzo aveva preso a modello il personaggio di Totò Riina.

In Italia se da una parte c’è stato un cinema impegnato che ha raccontato con rigore la mafia e i suoi retroscena politico-affaristici, c’è stata anche una narrazione che ha finito per raccontare la mafia attraverso gli eroi dell’antimafia. Le fiction su Falcone, Borsellino e su altri esponenti dell’antimafia, istituzionale o sociale, offrono spesso biografie, doverose e appassionate, di martiri che hanno pagato con la vita, ma risolvendosi quasi sempre in agiografie. Come mai non si riesce a raccontare una mafia in cui i protagonisti non siano alla fine uccisi, ma ne escano vivi se non vittoriosi? Forse perché si parte dal presupposto che la mafia sia imbattibile?

Quando vado nelle scuole, alcuni ragazzi mi dicono: sì, va bene, Falcone era bravo, ma alla fine, é stato ucciso, mentre Totò Riina, sia pure in galera, é vivo. I ragazzi, con i loro pensieri lucidi e i ragionamenti netti, arrivano a conclusioni lampanti. La questione é che bisognerebbe far capire che Falcone non era un eroe, ma un uomo dello Stato ucciso solo per il suo lavoro, un lavoro che faceva bene e con impegno. Spesso la fiction esalta l’aspetto eroico del magistrato o del poliziotto, ma in questo modo la lotta alla mafia sembra diventare prerogativa di super uomini, grandissimi e unici perché capaci di sfidare la morte. Modelli inimitabili che non servono a diffondere una coscienza antimafia diffusa, anzi provocano un senso di estraneità e frustrazione. Se la storia finisce sempre con il poliziotto o il giudice ucciso, allora sembra che la lotta alla mafia sia riservata solo ed esclusivamente a chi ha coraggio, a chi è predestinato alla morte.

Il fenomeno editoriale di “Gomorra” ha fatto conoscere a molti la camorra. Ma ha finito per esporre Roberto Saviano in prima linea, facendolo diventare uno scrittore sotto scorta.

Saviano ha raccontato, in modo splendido, quel che le inchieste e le indagini avevano accertato. Lo ha fatto con un modello di narrazione che ha contribuito ad accrescere la conoscenza della camorra e ha coinvolto centinaia di migliaia di persone, svegliando moltissime coscienze. Ma le invidie e le piccole gelosie esistenti nel mondo editoriale, e anche dentro il mondo dell’antimafia, rischiano di isolarlo trasformandolo in un eroe solitario. E’ un pericolo che non possiamo correre. Ripeto sempre che l’antimafia non deve dividersi, perché se lo fa rischia di isolare alcuni, esponendoli alle vendette delle cosche.

Rosaria Schifani Michele Placido dice che vorrebbe fare un film sulla trattativa Stato-mafia. Sabina Guzzanti sta lavorando a un progetto simile. Secondo lei è possibile raccontare al cinema i retroscena oscuri che stanno dietro alle stragi del ’92 e agli attentati del ’93?

Tutto si può raccontare, ma non dimenticando che sulla questione della trattativa fra mafia e pezzi dello Stato non esistono al momento verità storiche né processuali. C’è la possibilità di dare corpo a suggestioni e tesi che non hanno ancora un riscontro certo. E un rischio grande perché la forza del cinema e della televisione, in definitiva dell’immagine, é tale da sostituirsi al reale. Quanti di noi ogni volta che si parla del bandito Salvatore Giuliano ricordano i fotogrammi dello splendido film di Francesco Rosi? Quelle immagini sono diventati più forti e presenti della realtà stessa.


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