Perché Grotte e Racalmuto no?

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I Consigli comunali di Cammarata e San Giovanni Gemini hanno deciso di indire un referendum per la fusione dei due Comuni. Perché lo stesso non può avvenire per Grotte e Racalmuto. E dire che i vantaggi per le due comunità sarebbero tanti.

La recente decisione dei Consigli comunali di Cammarata e San Giovanni Gemini, due noti paesi montani della provincia di Agrigentodi indire un referendum per la fusione dei due Comuni ci spinge a rilanciare una proposta che il nostro giornale aveva avanzato un paio di anni fa, e che riguardava una eventuale fusione tra i Comuni di Grotte e Racalmuto.

Come ho già avuto modo si scrivere, allora, nell’ambito del dibattito apertosi su Malgrado tutto, i vantaggi sarebbero evidenti: riduzione dei costi della politica; migliore organizzazione del personale; semplificazione dei servizi; annullamento della duplicazione di funzioni e servizi; nuove opportunità di espansione edilizia e produttiva; maggiori finanziamenti statali e regionali per ben 10 anni.

Occorre dunque chiedersi da una parte perché nell’ambito di quel dibattito una proposta del genere incontrò l’assordante silenzio degli amministratori locali delle due comunità e dall’altra – in uno straordinario momento di crisi che sta vivendo l’intero Paese – come mai Parlamento e Governo nazionale non inseriscano seriamente, nell’agenda delle riforme, ipotesi di fusione obbligatoria degli enti territoriali dello Stato, come per altro fatto in passato da stati europei come il Belgio e l’Olanda o americani come il Canada.

L’Italia di oggi può ancora permettersi un’articolazione territoriale fatta di 20 regioni, poco più di 100 province (seppur riformate) e 8.100 comuni?

Pur senza entrare nel merito dell’attuale inutilità delle Regioni a statuto speciale che, dal dopoguerra ad oggi, hanno smarrito le ragioni istitutive dell’autonomia, sarebbe opportuno riflettere sulla presenza di regioni come la Val d’Aosta, il Molise o la Basilicata che hanno una popolazione uguale o inferiore e di molto della provincia di Agrigento. O ancora di Umbria, Trentino, Friuli ed Abruzzo inferiori per popolazione, per restare ancora alla Sicilia, alla provincia di Palermo.

Lasciando da parte come spesso in molti casi è accaduto, e accade, le ragioni dell’identità o del campanile va rilevato che l’Italia, nonostante sia ormai passato più di un secolo e mezzo dall’unità, non è mai divenuta nazione (comunità unitaria fatta di popolo, territorio e sovranità) ed è sufficiente assistere a qualche lezione di storia nelle università italiane per ricordarci che siamo stati divisi per bene 13 secoli e mezzo, dall’epoca di Giustiniano nel V secolo dopo Cristo alle guerre d’indipendenza di metà Ottocento.

Il fatto dunque è uno, il discorso è un altro, come si dice dalle nostre parti.

Questa pletora di enti territoriali (Stato, Regioni, Province, Comuni, Consigli circoscrizionali, Comunità montane) costituiscono infatti la più grande società per azioni – o omissioni – italiana: danno da campare infatti, attraverso diarie e indennità, a qualcosa come 150.000 persone.

Ottanta parlamentari europei; quasi 1.000 parlamentari nazionali; 1.100 consiglieri regionali; 3.000 consiglieri provinciali; 120.000 consiglieri comunali; 12.500 consiglieri circoscrizionali e 13.000 consiglieri delle comunità montane.

A questi vanno aggiunti gli organi di governo: nazionale, 20 governi regionali; 100 provinciali; 8.000 sindaci e più di 30.000 assessori.

Un esercito di ormai professionisti della politica che al di là dei costi che lo Stato – cioè i contribuenti – sostiene per mantenerli, sta alla base dell’immobilismo, dell’inefficienza e della crisi che oggi attanaglia l’Italia intera complice una schizofrenia legislativa, a tutti i livelli, che paralizza invece di semplificare.

Il tema non è nuovo: già nel 2005 i Senatori Cesare Salvi e Massimo Villone, entrambi docenti universitari, sollevarono il problema con un pregevole libro dal titolo “Il costo della democrazia”, volume di grande successo editoriale che non scalfì però minimamente i nostri governanti. Tema riproposto due anni dopo dalle firme del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo con il long seller “La Casta”.

Tornando ai Comuni va ricordato che più del 70 per cento degli stessi sono inferiori a 5.000 abitanti; poco più di 1.000 raggiungono i 10.000 abitanti; 800 arrivano a 30.000; 150 a 50.000; meno di 100 a 100.000; appena 29 a 250.000; 7 a 500.000 e solo 6 vanno oltre il mezzo milione di abitanti.

Cui prodest mantenere questo sistema?

Tutte le esperienze di fusione di Comuni dal dopoguerra in poi hanno portato vantaggi alle nuove realtà territoriali e basti pensare ad esempio ad Imperia in Liguria o Lamezia Terme in Calabria, e negli ultimi anni, complici i progressivi tagli di trasferimenti da parte dello Stato e delle Regioni, sono centinaia i piccoli Comuni in Italia che si sono o si stanno aggregando.

Perché dunque Grotte e Racalmuto non dovrebbero dar vita ad una nuova realtà territoriale, Regalpetra o Racalmare che dir si voglia?

Al di là delle storielle alla Francesco Lanza sulla contrapposizione ed i caratteri dei Comuni confinanti non c’è alcuna valida ragione oggi per non riflettere seriamente su questa proposta: e pur prescindendo dai maggiori finanziamenti statali e regionali di cui la nuova realtà territoriale usufruirebbe per i prossimi 10 anni, Regalpetra o Racalmare (qualcuno ha suggerito questi nomi per il nuovo comune che si formerebbe), costituirebbero una scommessa per due comunità che, lentamente ma inesorabilmente, si stanno avviando verso la desertificazione economica e produttiva ma, cosa ancor più grave, verso un disagio sociale generalizzato che non porterà ovviamente nulla di buono nei prossimi anni né ai “tasci” (simpatica definizione dei grottesi da parte dei racalmutesi) né tantomeno ai racalmutesi che i grottesi, sempre simpaticamente, definiscono “paraccara” .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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One Response to Perché Grotte e Racalmuto no?

  1. Roberto Rispondi

    13 novembre 2017 a 14:15

    Penso che unire due comuni di ottomila e di tremila anime darebbe scarsi risultai. Forse bisognerebbe pensare a un consorzio di comuni, che raggiungano almeno cinquanta/centomila abitanti per avere risultati rilevanti. Naturalmente lasciando a ciascuno la propria identità e accomunando la parte amministrativa.

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