Per non morire di tac

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L’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento e le sue inammissibili carenze. Le cronache sono piene di drammi che si fa fatica a raccontare tanto appaiono inverosimili

Maria Grazia PalumboSi dirà: prima di sparare sentenze, aspettiamo che la magistratura indaghi, faccia chiarezza e attribuisca eventuali responsabilità e distribuisca conseguenti condanne. Certo. In un paese civile e democratico funziona così. Ma ci sono storie che non hanno bisogno di attendere inchieste e verdetti per suscitare legittima indignazione e scatenare comprensibili proteste. Come i recenti drammi consegnati alla cronaca che hanno come unico comune denominatore la sanità agrigentina.

Meglio: l’ospedale provinciale “San Giovanni di Dio” di Agrigento. Quello del cemento depotenziato. Quello la cui costruzione venne avviata quando cominciai a fare il cronista al “Giornale di Sicilia”: più di trent’anni fa, ahimè. Quello che veniva visto come la “salvezza”, nel senso stretto del termine.

Perché chi come me ha vissuto gli anni precedenti, quelli dell’ospedale a san Vito, sulla collina che sovrasta la città, sapeva che ammalarsi e finire in quell’ospedale e curarsi, e guarire, era come vincere una scommessa al Lotto. A quel tempo era pacifico che per i “casi urgenti” bisognava andare fuori. Già Caltanissetta appariva la nuova frontiera. Per non parlare di Palermo. O di Messina, di Catania. Insomma, un po’ dovunque in Sicilia gli ospedali stavano meglio del nostro. E per noi agrigentini era come una condanna con cui convivevamo rassegnati. Quando arrivò il primo macchinario per le Tac ad Agrigento lo ricordo bene. Ma era in una struttura privata. E costava ! E ricordo pure quando infine se ne dotò anche l’ospedale. Ma chissà perché, si inceppava e si guastava in continuazione. E si era costretti a tornare dal privato, a pagamento (nessuna dietrologia, sia ben chiaro). L’inaugurazione, finalmente, del nuovo ospedale di contrada Consolida, apparve come una sorta di “liberazione” per tutti gli sventurati abitanti di quella provincia. Ci si era illusi che fossero finiti i pellegrinaggi della speranza. Illusi, appunto. Dal mio osservatorio romano, non ho la pretesa di conoscere a menadito l’andamento della sorte del nuovo ospedale. Ma col tempo son rimbalzate fin qui notizie clamorose ed eclatanti, tanto da meritarsi le pagine nazionali di tg e quotidiani. Su tutte la brutta storia del cemento depotenziato. Ma danni, diciamolo, non ne ha fatti. La struttura, per dirla terra terra, non si è sbriciolata e non ha travolto nessuno, anche se a vederlo da dentro quel colosso color ruggine fa un po’ impressione, tanto appare vecchio e logoro, nonostante sia giovanissimo. Ma se a questo ci si può fare il callo, tanto abituati a subire sono –siamo- gli agrigentini, almeno, come dire? uno spera che in quella struttura chi entra malato esca sano. Invece, le cronache, per parlare solo di quelle più recenti, sono piene di drammi che si fa fatica a raccontare tanto appaiono inverosimili, consentitemi l’apparente retorica, nel 2014. Cioè, nell’epoca in cui la medicina, altrove(!) fa cose strabilianti, e ci sono ospedali che utilizzano il Lodox, una potente macchina diagnostica che in 13 secondi ti scandaglia tutto il corpo, al “san Giovanni di Dio” non c’è un semplice apparecchio per la risonanza magnetica, e la Tac continua a guastarsi con una frequenza impressionante per una struttura sanitaria pubblica. Non so, e nessuno se non la magistratura può stabilirlo, se la povera Mariagrazia Palumbo avrebbe avuto qualche chance in più ed evitato di scivolare nel coma, se la Tac fosse stata in funzione e di conseguenza non si fosse reso necessario caricarla in un’ambulanza dopo un parto, portarla a Canicattì per fare la tac e una volta fatto l’esame, ricaricarla in ambulanza e portarla a Caltanissetta per il ricovero. Ma che ospedale è un ospedale che non può garantire a un paziente il minimo indispensabile per provare a salvargli la vita? Che ospedale è un ospedale che ha la tac rotta da dieci giorni (dicono, dieci, chissà che non siano di più)? Un ospedale così andrebbe chiuso. E i responsabili, una volta accertati, sbattuti in galera. Anche perché, il destino bieco ha voluto che solo poche ore dopo il dramma di Mariagrazia, si presentasse al pronto soccorso del “san Giovanni di Dio” un uomo di 65 anni con dolori al petto e che anche a lui servisse la tac e che come per Il Mariagrazia, anche per lui si fosse disposto il trasferimento in una struttura adeguata. Ma il suo cuore non ha retto. E’ deceduto mentre stavano per trasferirlo. E anche qui parenti inviperiti oltre che sgomenti e addolorati. E la procura che si vede costretta ad aprire una nuova inchiesta. E l’indignazione che si prende il popolo del web e incoraggia chiunque a dare addosso alla nostra sanità allo sfascio, e a chi dovrebbe garantirla efficiente ed efficace. E c’è chi racconta drammi personali che sembrano avere lo stesso comune denominatore. E si scopre che la tac che non funziona, altre volte è stata protagonista di altri drammi. Ne isolo uno per tutti, quello che più mi ha sconvolto, anche per ragioni affettive. Il 17 dicembre del 2012 è morto prematuramente il figlio di un mio caro amico d’infanzia. Ho pensato a una tragedia della strada come tante ne capitano purtroppo ogni giorno. Solo ora vengo a conoscenza di retroscena inquietanti. Me lo ha confidati suo padre e su sua autorizzazione faccio nomi e cognomi. Lui è Giuseppe Rigoli. Abitavamo nello stesso pianerottolo, giocavamo insieme, tutti i giorni della nostra fanciullezza spensierata. Suo figlio Enzo è rimasto vittima di un incidente su un tratto in costruzione della superstrada, o come diavolo si chiama, Agrigento-Caltanissetta. Portato d’urgenza al “san Giovanni di Dio”, Giuseppe mi racconta che le due tac erano fuori uso da più di dieci giorni ! E mi dice che questo ha impedito di diagnosticare i danni a un polmone, scoperti solo dopo, in sala operatoria quando è emersa un’emorragia che non si è potuta bloccare. La grande dignità di questo padre, nel suo dolore composto e maturo, lo porta a non emettere sentenze e a non scagliarsi contro questo o quello, ma ad affidarsi alla magistratura che ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per capire se vi siano responsabilità da attribuire a qualcuno. Così come si indaga per accertare se nel tratto di strada in rifacimento dove è successo l’incidente, la segnaletica che avverte dei pericoli e invita alla sicurezza, fosse adeguatamente corretta. Certo, lo sappiamo, e anche a Giuseppe non sfugge: nessuna indagine, nessuna sentenza restituisce un figlio. Ma se qualcuno ha colpe, in questa, come in altre morti “transitate” dal San Giovanni di Dio, è giusto che paghi per scuotere le coscienze e invogliare i nostri amministratori a fare di più e meglio. Sento il dovere di chiarire una cosa. Personalmente conosco ottimi professionisti in quell’ospedale. Medici di lungo corso e promettenti giovani che potrebbero ben figurare in strutture all’avanguardia. Lo dico per evitare che mi si taccia di sparare nel mucchio. Se una tac non funziona, c’entra poco il medico. Certo, ognuno risponde alla propria coscienza. Se fossi stato un medico di quell’ospedale, al secondo giorno con la Tac fuori uso avrei cominciato a fare mille telefonate all’assessorato regionale alla sanità. E se non ascoltato avrei convocato conferenze stampa, anche se non si tratta esattamente del compito di un medico. E chissà che qualcuno non l’abbia fatto e non lo sappiamo. Fatto sta che solo adesso, come la buca ricoperta solo dopo che si era presa i 24 anni di Chiara La Mendola, solo adesso se ne accorgono i governanti siciliani. E da Palermo mandano ispettori ad indagare solo dopo che Lillo Firetto, della commissione sanità dell’Ars, l’ha sollecitata all’assessore competente. E si è chiesto e ha chiesto ai vertici dell’azienda ospedaliera di Agrigento cosa attendano a trovare una soluzione alternativa ricorrendo eventualmente all’utilizzo di una tac mobile. E da agrigentino qual è, si domanda Lillo Firetto, come tutti noi, se non si attenda il prossimo morto per darsi da fare. Perché così vanno le cose da quelle parti. Da sempre.

Carmelo Sardo

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