Pepito, Honda e Sayonara. Quando a Canicattì c’erano “i figli della racina”

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RILETTURE. Nel 1977 il giornalista del giornale L’Ora Giuseppe Corsentino raccontava i giovani siciliani. E si fermò a Canicattì a descrivere com’era la generazione cresciuta con il boom dell’uva Italia. Ripubblichiamo quell’inchiesta di quasi trent’anni fa. Ci sono i nomi e i pensieri dei ragazzi di allora.

Eccoli qui: sono i figli della racina. Il “miracolo economico” dell’uva Italia, esportata in tutta Europa, la “rivoluzione agronomica” che ha trasformato le coltivazioni di Canicattì in un grande vigneto a tendone senza soluzione di continuità, gli ha fatto scoprire i jeans firmati, i mocassini Pakerson, le Honda, le Kawasaki, i giubbotti di pelle attillati che non si possono neanche abbottonare. Ed eccoli andare su e giù per il viale Regina Margherita, specchiarsi nelle vetrine di Grigoli (calzature) e di Pepito (jeans), sostare sulle poltroncine di Sayonara, il bar elegante con i lampioncini orientali.

Foto ripresa dal libro "Gli arabi paesani"

Foto ripresa dal libro “Gli arabi paesani”

“Sembrano ragazzi senza problemi e in effetti non ne hanno, almeno a breve scadenza — dice Diego Guadagnino, 26 anni, studente in legge a Palermo e scrittore di cose teatrali — il benessere della famiglia permette loro di prolungare artificialmente l’adolescenza fino ad oltre i venticinque anni. La gran parte studia, “parcheggia” per alcuni anni all’università e poi , con calma, si mette a cercare un lavoro. Ma senza fretta, senza agitazione, sfrutttando chi può le amicizie di papà, tanto ci sono i soldi della racina e, se proprio va male, la possibilità di restare in famiglia a coltivare la vigna…”

La vigna è il filone aurifero di Canicattì. Produce almeno sei-sette milioni di uva per ettaro e ce l’hanno tutti: dai contadini, naturalmente, al farmacista, ai medici, agli avvocati, agli insegnanti, ai commercianti. La rivoluzione agraria ha cambiato in cinque anni questa piccola cittadina di provincia, facendone uno dei centri commerciali più attivi dell’Isola. Ha messo in atto anche un generale processo di trasformazione economico-sociale, spazzando via i vecchi rapporti culturali nelle campagne, creando una “middle class” di contadini proprietari che ha assunto un preciso atteggiamento politico aggressivo contro i vecchi notabili., gli agrari come i Cucurullo e i baroni La Lumia.

Alle ultime amministrative il PCI è diventato il primo partito mentre la DC è scesa dal 48 al 39 per cento, conquistandosi appena dodici seggi in consiglio comunale. “A prima vista questa scelta a sinistra in una città in piena fase di espansione capitalistica può sembrare strana — spiega Diego Guadagnino — se non si riflette per un attimo anche sui mutamenti avvenuti all’interno del PCI dal 1947 ad oggi. Da partito bracciantile, isolato nelle sezioni, è diventato il partito del “low farming”, del ceto produttivo nelle campagne con legami troppo spregiudicati con gli ambienti affaristi e commerciali. Ma, nonostante la crescita della sinistra, il processo di sviluppo socio-economico presenta lacerazioni e le contraddizioni esplodono anche nei comportamenti individuali.

 “Sono diventati tutti dei piccoli borghesi — dice Diego — ossessionati dal pensiero della vigna, dei milioni da andare a depositare in banca, della seconda casa da costruire a tutti i costi in contrada Rinazza e della tomba di marmo diventata a Canicatti lo status-symbol della ricchezza conquistata”.

In queste condizioni il maggiore reddito di cui godono le famiglie conduce i genitori a monetizzare l’affetto e l’autorità favorendo la “disponibilità di spesa” di cui i giovani possono usufruire. Va sottolineata inoltre la potente funzione di integrazione e di apparente (attenzione: solo apparente) livellamento delle vecchie diseguaglianze che i consumi determinano, indebolendo anche la percezione che la nuova generazione ha della classe di appartenenza.

Fino a dieci anni fa, poniamo, il consumismo così come era diversificato, non faceva altro che offrire una conferma delle rispettive differenze di classe. Cosi il figlio del contadino passava i pomeriggi giocando a bigliardino, mentre il figlio del medico andava ogni sera al cinema a Caltanissetta. Oggi, con lo stimolo dell’apparato produttivo e sotto la pressione della macchina consumistica, il rapporto si è capovolto e il consumo diventa “status symbol” per eccellenza.

“Per questo Canicattì è piena di motociclette di grossa cilindrata e di boutique eleganti, mentre non c’è una libreria tranne quella specie di bazar della “Libreria Pirandello” che vende libri, giornali, cartoline ed articoli da regalo”, spiega Antonino Cane, 22 anni, studente in medicina, segretario della FGCI.

Vigneti di uva Italia

Vigneti di uva Italia

Antonello Cutaio, 18 anni, quarto scientifico, è più preciso:”A Canicattì ci sono più motori che in tutta la provincia di Agrigento”, dice. L’estate prossima se lo comprerà anche lui, a costo di andare a raccogliere l’uva Italia in campagna. La corsa all’arricchimento, l’ossessione della vigna accentuano i “vizi capitali” della piccola borghesia di paese e finiscono per avere sui giovani di Canicattì un effetto ipnogeno. E’ brutto doverlo ammettere, ma una grossa percentuale di giovani vive sotto la tenda ad ossigeno di viale Regina Margherita, del bar Sayonara, dei club privati sorti all’improvviso nelle vecchie case del centro storico.

 Ci sono anche segni preoccupanti: nelle scuole il movimento studentesco si è squagliato, i presidi più retrivi sono tornati arroganti e in un istituto “rosso” come l’istituto tecnico (frequentato dai figli dei contadini e dei piccoli impiegati) quest’anno, nelle elezioni del consiglio d’istituto ha vinto la lista qualunquista. Diego Guadagnino ha scritto una divertentissima piéce su questi aspetti deteriori del miracolo economico della uva Italia, sulla boria, l’insensibilità culturale dei nuovi ricchi, sul qualunquismo dei professionisti-proprietari che si riuniscono ogni sera al “Circolo di compagnia”, anzi al “Casino di compagnia”, si indignano un poco contro la “corruzione dilagante in tutta la nazione” e poi cominciano a parlare della vigna e dei prezzi che spunteranno sul mercato.

Il titolo è ironico:”Canicatti, regina dell’uva”. Il protagonista è un insegnante elementare, Fabrizio Macello, arricchitosi con la vigna proprio come il prof. Antonio Lo Faso, preside della scuola media “S. Gangitano”, diventato in pochi anni uno dei più grossi commercianti di racina della città. Un “racinaru” potente e arrogante che utilizza gli alunni per la vendemmia. L’anno scorso Lo Faso ha inviato in Germania 750 carri ferroviari carichi di uva Italia, ma non è rimasto soddisfatto. Il successo del professore self-made-man (rotariano come tutti gli “intellettuali” di Canicattì) è rimasto incompleto: non è stato eletto alla Camera come deputato socialista.

Manifestazione degli studenti a Canicatti, anni Settanta

Manifestazione degli studenti a Canicatti, anni Settanta

Nella commedia di Diego Guadagnino, rappresentata al cinema Odeon da un gruppo di studenti (Gioacchino Di Franco, Vincenzo Grifo, Teresa Amato, Pino Greco ed altri), il protagonista, il prof. Macello è ossessionato dal pensiero della vigna. Il suo programma preferito è quello del colonnello Bernacca per controllare l’andamento del tempo. A scuola, ai bambini assegna temi sulla uva, pensierini sull’uva, problemi sull’uva, storia sull’uva, geografia sull’uva… Sua moglie e un figlio sono morti intossicati dall’anticrittogamico, in una specie di foga calvinistica per la produzione a tutti i costi, ma il prof. Macello onorerà la loro memoria di “caduti sul lavoro” con una bella tomba, la più bella che si sia mai vista a Canicattì.

 “Non sono esagerazioni — dice Diego, mentre dà le ultime raccomandazioni agli attori — a Canicattì non c’è più posto per chi non ha la vigna. Quasi un delirio: l’estate scorsa, a causa delle piogge continue, si temeva per il raccolto minacciato dalla peronospera. La città sembrava impazzita: si acquistavano e si spruzzavano sulle viti anticrittogamici di ogni tipo; l’arciprete celebrava messe speciali per invocare il bel tempo; quando ci si incontrava per strada la prima domanda era: come va la vigna? Beati voi che non avete la vigna, mi disse un pomeriggio il nostro medico di famiglia; io, in questo tempo, il pensiero l’ho sempre a quei grappoli, mangiati dalla peronospera…”.

L'inchiesta di Corsentino fu raccolta nel libro "Gli arabi paesani"

L’inchiesta di Corsentino fu raccolta nel libro “Gli arabi paesani”

 Questa “corsa all’oro” crea alienazione e squilibri in quei giovani che non possono o non vogliono entrare nell’Olimpo dei proprietari di vigna. Nel secondo atto della commedia il prof. Macello si incontra con un suo ex alunno, Franco Vitale, il più intelligente della classe, che è finito al manicomio di Agrigento. Perché? “Perché a Canicattì, in mezzo a tanta prosperità c’è una tale ostentazione di posti raggiunti e di posti in banca ricevuti, che un giovane rimasto senza posizione e senza posto, dopo un po’ finisce con l’essere spostato… da viale Regina Margherita al manicomio”.

I “ragazzi bravi” sono quelli che sono stati sistemati alla Banca Popolare Siciliana, alla Banca di Credito, alla Banca dell’Agricoltura, alta Cassa Rurale San Francesco, i quattro istituti di credito controllati dai Gallo, i Di Prima, i Cucurullo, i Trento: i più ricchi del paese; sono quelli che hanno raggiunto solide posizioni sociali anche se a scuola — dice il pazzo della commedia — non sapevano altro che la storia di Giuseppe Mazzini.

L’ideologia consumistica del successo ha i suoi paladini anche a scuola, oltre al “Circolo di compagnia”. Il preside dello scientifico, prof. Corsello, per invogliare i ragazzi allo studio li apostrofa cosi: “Volete comandare o essere comandati? Comandare, certamente! E allora studiate”. Eppure a questo strano tipo di preside che ha scambiato la scuola per una fabbrica di comandanti (di che cosa?) nessuno ha saputo ricordare il senso del ridicolo, e la “vita scolastica”, allo scientifico, prosegue tranquillamente. Come in tutti gli altri istituti.

 “Il movimento studentesco — ricorda il prof. Vincenzo Sena, insegnante di lettere, impegnato a sinistra e per ‘questo soprannominato con terrore dai presidi “capo banda dei maoisti, organizzatore di scioperi, rovina della gioventù di Canicattì” – aveva raggiunto qui un buon livello di elaborazione ideologica. Si era partiti all’inizio degli anni settanta con gli scioperi per l’edilizia scolastica e i contributi di viaggio ai pendolari e si era arrivati a costituire una “Comune Proletaria”. Ci si riuniva, si discuteva, si leggevano i quaderni Piacentini, Fortini e Cases”.

Della “Comune Proletaria”, del giornale “Il Punto” che Vincenzo Sena riuscì a pubblicare per un anno fino al settembre del 1971 (articoli contro i notabili dc, insediati al comune dal 1952, contro lo sfascio dell’ospedale, contro l’arroganza dei borghesi-proprietari e la vacuità delle donne-intellettuali riunite nel club delle mamme) è rimasto solo il cineclub “Eisenstein” che quest’anno ha programmato una serie di film sui temi della condizione giovanile, della donna, della famiglia.

Manifestazione a Canicattì, anni Settanta

Manifestazione a Canicattì, anni Settanta

Un gruppo di “indiani paesani” (ci  sono anche qui: Totò Treppiedi, Carmelo Giglia, Lillo Greco) lo ha contestato fischiando l’ultimo spettacolo perché “i film sono troppo difficili”. “Riprendersi la vita — spiegano — significa anche avere il diritto alla risata e al divertimento. Quei film rompono le palle”.

Però chi dovrebbe davvero riprendersi la vita a Canicattì sono le ragazze, sottoposte dalla pubertà al matrimonio ad un incessante furficiu, allo sparliu dei compagni di scuola, dei vicini di casa, degli amici, dei parenti. “Il furficiu — dice Teresa Amato, quarto ragioneria — è una specie di super-io collettivo che ci controlla, ci guida, ci segue passo passo in ogni atto della nostra vita. Basta passare davanti ai circoli o fermarsi nei bar un momento per rendersene conto”.

 “Quando esco debbo dire ai vicini di casa dove vado, per evitare il furficiu — confessa Miriam Taddo, quindici anni, nata a Milano, da un anno a Canicattì — Mi chiamano la continentale e sono tenuta sott’occhio da mezzo paese”. E’ venuta alcune sere fa a cena col cronista e gli altri compagni: chissà come è stata furficiata.

Il boom economico, se ha accelerato altri processi di modernizzazione, non ha mutato la vecchia mentalità contadina. Anzi, ad essa si è aggiunta la preoccupazione del “decoro sociale” per cui è ancora buona regola che la figlia del professionista sposi il figlio di un professionista; o anche di un contadino, purché abbia almeno dieci migghiara di vigna e un conto corrente in banca.

“Le ragazze in cerca di marito — dice Carmela Bella, studentessa in legge — la domenica vanno alla messa di mezzogiorno a San Diego e poi sciamano per via Regina Margherita. Al massimo, dopo il matrimonio potranno iscriversi al “Club delle mamme”.

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4 Responses to Pepito, Honda e Sayonara. Quando a Canicattì c’erano “i figli della racina”

  1. Massimo Ferro Rispondi

    6 settembre 2015 a 10:49

    Uno spaccato sociale del mio paese di ieri, anche per capire meglio la Canicattì di oggi.

  2. Giovanni Salvo Rispondi

    13 aprile 2016 a 16:47

    Ottima ricostruzione del tempo…ricordo il Prof. Sena..persino quei tizi in moto Honda 900 4 cilindri in uno…andare su e giu’per corso Margherita.

  3. Giovanni Salvo Rispondi

    13 aprile 2016 a 16:48

    Ottima ricostruzione del tempo…ricordo il Prof. Sena..radio popolare,persino quei tizi in moto Honda 900 4 cilindri in uno…andare su e giu’per corso Margherita.

  4. gioacchino marino Rispondi

    25 aprile 2017 a 9:34

    lu caniattinisi a statu sempri poveru e superbu,e per questo che non ce mai stato sviluppo economico e lavorativo.E ancora oggi e cosi purtroppo!!

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