Parzialmente scomparso

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Voglio ricordarti così, caro Totò…. 

Salvatore Messana

Non c’è cosa più normale ma nello stesso tempo più inaccettabile di questa: che i tuoi amici muoiano. Sarà naturale, ma per me rimane intollerabile: forse perché con gli amici si perde anche una parte della nostra vita che apparteneva a loro. Assieme a Salvatore Messana scompaiono anche molte cose di me.

Da tempo ci si era persi di vista, pur ricevendo regolarmente sue notizie dalla sorella Rosalinda: è strano il destino, un giorno si presentò a me e a mia moglie la madre di uno dei compagnetti di nostra figlia Noemi, prima elementare, scuola Rapisardi di Palermo. Si trattava appunto di Rosalinda Messana.

L’ultima volta che incontrai Salvatore fu più di dieci anni fa, in uno dei meandri della facoltà di Lettere di Palermo. Grande festa, un abbraccio forte e la promessa che ci saremmo tenuti in contatto. Promessa disattesa, come tante del resto. Ma oggi l’idea che non potrò più conversare con lui, celiare, bere un buon bicchiere di vino, gustare una pietanza da lui preparata con dedizione religiosa, con apprensione maniacale, non riesco proprio a sopportarla.

Non si tratta però di un amico comune, come tanti: Salvatore è stato un amico incontrato in due momenti cruciali della mia vita: il primo, quando salutai la mia famiglia per andare a studiare in seminario, ad Agrigento. Il primo ricordo di Totò, quando ancora la sua testa era incorniciata dalla selva oscura dei suoi morbidissimi riccioli e il suo aspetto mi richiamava quello del fool, del matto shakespeariano, mi riporta indietro nel tempo al mio primo anno di seminario, con precisione al primo campeggio organizzato assieme a ragazzi e ragazze esterni, legati ad alcune parrocchie della diocesi. Era quella la sua fase di militanza cristiana, ma di un attivismo da palcoscenico, che lo vedeva intonare, con cipiglio da cantante lirico provetto, un inno gregoriano o improvvisare una giaculatoria in latino ecclesiastico.

Era uno spasso assoluto: ai suoi occhi rappresentavo una sorta di eretico in erba, un eterodosso da esorcizzare. Fingendosi munito di aspersorio mi benediceva, improvvisando uno scongiuro farneticante. Il secondo giorno di campeggio, io e altri miei compagni di seminario ce lo trovammo, dopo la mezzanotte, alle calcagna: era nostra goliardica intenzione quella di raggiungere la camerata delle ragazze per improvvisare quello che oggi viene definito un pigiama party. Ma avevamo fatto i conti senza l’oste: una volta usciti fuori in balcone nel tentativo di scavalcarlo (somma incoscienza!) e inopinatamente catapultarci in quello delle ragazze, Totò si alzò di scatto (fingeva infatti di dormire: del resto, non era stato lui ad intonare, poco prima: “Nessun dorma!”) e fulmineamente chiuse la serranda: poi, alla stregua del celebrante nel corso di una messa solenne, impostò la voce per ammonirci e scomunicarci, rassicurandoci però che avrebbe vegliato per noi, che avrebbe implorato il perdono, che avrebbe pregato per un necessario lavacro. Eccovi servito Totò Messana: imponderabile e sommamente irresistibile.

Ma subito questo ricordo, per contrappunto, ne richiama un altro: un incontro (forse una catechesi) organizzato in una chiesa di Racalmuto: scrutavo ogni faccia dei partecipanti, nel tentativo di incrociare il suo sembiante beffardo. Niente da fare: Totò non c’era.

Nel più bello, ecco il colpo di scena romanzesco: fa il suo ingresso maestoso, sotto il braccio tiene qualcosa, sembra un libro. Anzi, è un bel tomo rilegato a puntino: si avvicina e provo a mettere a fuoco: il titolo recita L’anticristo, l’autore, manco a dirlo, è Nietzsche.

Cassato il furore mistico (sarebbe meglio dire cessato l’empito ascetico su base istrionica), Totò era nel pieno dell’impeto anticlericale. Da improvvisato officiante preconciliare si era trasformato in una specie di spiritato mangiapreti.

I mille volti di Totò Messana, le sue seducenti metamorfosi: me lo ricordo ora euforico, ora un tantino giù di morale, ora votato a un rigorismo contemplativo, ora attratto da un inebriante paganesimo. Ora immerso in uno studio matto e disperatissimo, ora del tutto allergico alle materie e alle dispense universitarie.

Ho diviso per diversi anni infatti con lui e qualche altro collega universitario un appartamento scalcinato sito in piazza Gran Cancelliere, quella ricordata da Leonardo Sciascia (c’è sempre di mezzo Racalmuto) in Nero su nero: “La piazza del Gran Cancelliere, a Palermo è a due passi dalla piazza Bologni…”.

La sua stanza era attigua alla mia, messe una in comunicazione con l’altra da una porta malferma. Gli sono stato accanto quando l’asma lo tormentava, me lo sono trovato vicino nelle impennate della tonsillite. Sapeva essere generoso e zelante, amorevole in modo spiazzante.

Abbiamo parlato tantissimo, anche fino a notte fonda, di libri, di musica: la sua formazione e la sua curiosità gli consentivano di sciorinare sempre qualcosa di pertinente e illuminante. La sua passione, al di là di quella per la lirica (una passione totale che coincideva con una competenza vertiginosa), era la storia antica, ma se ne intendeva assai anche di letteratura.

Diventammo coinquilini grazie ai miei compagni di liceo racalmutesi, che fecero da ponte: lasciai le stanze di corso Tukory per trasferirmi da lui nel centro della città, anche perché ero in fuga dalla morte inaspettata e devastante di mio padre.

Era accaduto tutto in fretta: mio padre mi aveva accompagnato a Palermo, dopo le vacanze di Pasqua, aveva avuto un malore, proprio nella casa di corso Tukory, lì si aggravò quasi senza che ne avessimo contezza, per poi passare a miglior vita nel giro di tre giorni. Avevo bisogno di cambiare aria, di cambiare zona, di cambiare soprattutto umore: Totò Messana fu la mia panacea, gliene sarò grato in eterno. Proprio in quel secondo momento cruciale della mia vita me lo ritrovai accanto.

Misi piede nell’appartamento di piazza Gran Cancelliere e risalii la china: furono quelli gli anni che si dicono indimenticabili, quelli che ti marchiano a fuoco, destinati a sostanziare il tuo immaginario. Totò sapeva che adoravo la pasta con le fave: vi garantisco (e sollevo la mano destra nel segno del giuramento solenne, come se fossi un boyscout) vi assicuro che non ho mai più mangiato, da allora, un piatto così prelibato.

Ma tra le sue specialità c’era pure la zucchina assassunata, frutto di una lunga mattinata di grandi manovre in cucina.

Mentre scrivo questo pezzo, sopraffatto dal dolore della perdita, mi sento dimidiato perché, da un lato, qualche ricordo affiora e si lascia addomesticare; dall’altro, so che il buco nero della dimenticanza sta facendo piazza pulita di altri aneddoti e di preziosi flashback.

Voglio però ribadire, prima di concludere, che Totò Messana, nella sua fase di esaltazione e entusiasmo (che era dell’umore ma soprattutto dell’intelligenza), sapeva essere trascinante. Mi rammarico di non aver mai partecipato ai banchetti organizzati nella sua campagna, se ne parlava come qualcosa di mitologico. Ma custodisco episodi e storielle meno collettivi, di certo più confidenziali, quasi privati.

Come quando, un giorno, tra una cosa e l’altra, una volta consumato il pranzo si cominciò a parlare, guarda caso, di morte (era un tema che tornava spesso nei nostri discorsi, forse in funzione apotropaica), di volontà testamentarie, di disposizioni a volte bizzarre.

Si alzò dalla tavola, Totò, serio, compunto più del solito: “Io pretendo che quando morirò venga cremato. Ma attenzione: tutto il corpo, fatta eccezione della testa”.

Noi guardavamo attoniti per capire fin dove volesse spingersi: “Che poi, testa e cenere vengano messi in un tetrapak”.

In un tetrapak?” chiese uno dei commensali, con una faccia da far pensare allo spaventato del presepe.

Proprio così, magari uno di quelli ideati per contenere il latte” rispose Totò, “ma solo per poterci scrivere su: Parzialmente cremato”.

Voglio ricordarti così, caro Totò: parzialmente scomparso, perché nessuno riuscirà a privarmi di queste piccole (anche se poche) particelle di memoria, che messe insieme alla stregua di tessere, allineate sulla falsa riga del tuo sorriso, compongono in qualche modo anche il puzzle del mio destino.

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2 Responses to Parzialmente scomparso

  1. Giuseppe Cacciato Rispondi

    17 settembre 2017 a 21:50

    Eccoci qua caro Toti a ritrovarci, dopo non so quanti anni, nel giorno più triste. Con te ho diviso quella stanza in piazza Gran Cancelliere, quando traslocammo a casa di Salvatore Messana. Il mio amico Salvatore, l’amico con cui ho condiviso ogni giorno della gioventù. L’amico che ovunque si trovasse nel mondo, il 19 marzo mi telefonava per augurarmi buon onomastico. Puntuale, ogni anno, pur sapendo che io avrei dimenticato il suo compleanno.
    Salvatore che ci apriva la sua casa in paese o alla Menta, che sorridente ci abbracciava uno ad uno, contentissimo di accogliere i suoi amici. E noi, gli amici per i quali stravedeva, entravamo ed uscivamo da casa sua senza quasi più renderci conto di quanta generosità ci donava. Le feste, i preparativi delle feste, le mangiate, i pomeriggi lunghi, i film in videocassetta, la musica classica che ci costringeva ad ascoltare, le citazioni, le ingenue disquisizioni filosofiche, le colazioni, il caffè nel suo giardino, le sue dediche nei libri in dono. E poi le giocate a carte a Natale, da ottobre ogni sera quindici ragazzi in un piccolo stanzino a casa della sua amata nonna a giocare e fumare le prime sigarette. E ancora tanto, tanto altro. Salvatore adorava Rossini più di tutti. Perché era il compositore più gioioso, mi diceva. Quella gioia che anche lui sapeva infondere in mille modi diversi, indossando mille maschere diverse. Eppure tutti noi sapevamo di che spessore era Salvatore, ne conoscevamo bene l’acuta intelligenza, la scaltrezza, il graffiante sarcasmo. Ma era un amico buono, il più buono, gioiva delle gioie dei suoi amici, si preoccupava quando prevedeva gli errori e le difficoltà di uno di noi e ci richiamava con una maturità e un rigore che non ti aspettavi.
    Ed oggi, che è difficile davvero immaginare la sua assenza e che il dolore stride così tanto con la sua voglia di vivere, nel ricordarlo quello che più affiora è il suo amore per gli altri, l’amore vero e sincero non quello ipocrita, la sua moralità pulita, il suo visionario aspirare al diritto alla dignità per ogni essere umano, per il più debole in particolare. Mi pare di sentirlo ancora una volta a ribadire, con la luce più bella negli occhi, che le minoranze sono il lievito della società.
    Buon viaggio, grandissimo amico.

    Giuseppe Cacciato

  2. Salvatore Ferlita Rispondi

    19 settembre 2017 a 11:22

    Caro Giuseppe, ‘mpari Pè come ti chiamavamo confidenzialmente, non posso che sottoscrivere in pieno la tua chiosa, così toccante e gentile. Guarda che strano: una assenza improvvisa, un vuoto gigantesco, un grande dolore si trasformano in occasione di incontro per chi da tempo si trova divaricato rispetto all’ubicazione degli amici: tu, Sandro, Carmelo, Gaetano e Gigi (anche loro sotto la pressa del lutto)… Il paradosso della perdita è il ritrovarsi…
    Sarà senz’altro buono il viaggio del nostro Totò, chi non l’ha conosciuto forse ancora non sa cosa s’è perso; per chi lo incontrerà, in quell’altrove lontano, la sua epifania lo segnerà per sempre.

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