Paese senza mafia

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Sciolto il Comune per infiltrazioni, revocate le elezioni

E adesso aria nuova per un paese senza mafia

Nella relazione un pesante giudizio contro amministratori e consiglieri.
A breve l’arrivo di una commissione guidata da un prefetto

La mafia c’era, ma non si diceva. Adesso si può dire: a Racalmuto la mafia c’è stata e c’è. E non solo una mafia che per anni ha ucciso, ha fatto stragi, ha conquistato posizioni dentro Cosa Nostra. Ma una mafia che ha continuato ad ottenere appoggi e sostegni dentro gli uffici comunali. Una mafia che ha sfruttato silenzi, omissioni, omertà, minimizzazioni, amicizie, parentele. Ma questo non significa che tutto il paese è mafioso. Ricordiamoci che non è stato sciolto un paese, ma un’amministrazione comunale: cosa molto diversa. A Racalmuto ci sono energie vive, sane e oneste che, proprio in questa fase di sospensione della vita politica ordinaria, potranno finalmente ritrovare spazi, voce e diritti.Racalmuto
Il quadro che emerge dalla relazione degli ispettori che hanno chiesto ottenuto lo scioglimento dell’amministrazione e del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, disegna uno scenario di colpevole disattenzione. Lo dicono chiaro e tondo gli ispettori del Viminale: «Non può in proposito non evidenziarsi che in una realtà come quella di Racalmuto (centro di non rilevanti dimensioni, con una popolazione di circa 9000 abitanti), coloro che ricoprivano una pubblica carica – primo fra tutti il Sindaco – erano facilmente in grado di rendersi conto della sussistenza di “situazioni sensibili” che potevano incidere negativamente sulla trasparenza e sulla imparzialità dell’azione amministrativa nella gestione della cosa pubblica… Tutti dati dei quali Sindaco, Assessori e Consiglieri “sembrano” non accorgersi».

E’ evidente che non siamo di fronte a comportamenti di rilievo penale. Molti degli episodi allineati dalla commissione d’accesso guidata da Nicola Diomede non sono reati, ma rientrano piuttosto nella sfera di atteggiamenti superficiali o addirittura di menefreghismo etico. Amministratori e funzionari che assegnano appalti, sia pure di piccolissima entità, a imprese che fanno riferimento a persone già condannate, mostrano di voler ignorare quello che è successo negli ultimi vent’anni a Racalmuto, mostrano di essere indifferenti al sangue, al dolore, alla sofferenza che Cosa Nostra ha imposto a un intero paese per affermare la legge della violenza e della prepotenza.
Ma dalla relazione emerge, soprattutto, “una situazione di forte compromissione dei principi del buon andamento e della imparzialità nella gestione della cosa pubblica”. Una pesante censura sul cattivo andazzo amministrativo che getta un’ipoteca su parte della burocrazia comunale e parte della classe politica che ha governato Racalmuto, condannata ora da un giudizio di insipienza che peraltro era già risultata evidente quando, in più di un’occasione, il consiglio comunale non aveva ritenuto opportuno dimettersi in relazione alle vicende giudiziarie del sindaco Salvatore Petrotto che se pure ha responsabilità, di sicuro non può essere additato come l’unico responsabile.
Naturalmente, è superfluo ricordare che da tempo solo alcune voci isolate ripetevano – tra l’indifferenza e il fastidio di molti – che era necessaria una presa di coscienza collettiva, un dibattito franco e aperto ai massimi livelli istituzionali (una discussione che avrebbe dovuto innescare anche la Fondazione Leonardo Sciascia, proprio perché porta il nome dello scrittore che per primo ha spiegato la mafia agli italiani) sul contagio mafioso che, dopo la stagione delle stragi, aveva infettato la coscienza di Racalmuto.
Correttamente, Francesco La Licata sulla Stampa ha scritto: “La ragione avrebbe imposto un’attenzione maggiore alle conseguenze della faida: se c’è guerra di mafia deve esserci contagio della società civile e delle istituzioni. La comunità di Racalmuto quel contagio non ha voluto vederlo”. Non tutta la comunità racalmutese era cieca e sorda, ma di certo non voleva vedere chi invece per ruolo e responsabilità aveva il dovere di aprire gli occhi e tenere accesa l’attenzione. Ma adesso le conseguenze di quel contagio sono sotto gli occhi di tutti. Non è tardi adesso per parlare di cosa ha lasciato la mafia a Racalmuto – in termini di dolore, di lutti, di arresti, di lacerazione nelle famiglie, di giovani esposti al rischio di attrazione nella sfera criminale, di interessi opachi e di complicità. Non è tardi per farlo. Anzi, è il momento giusto per far entrare finalmente nuova aria pulita. Nelle stanze del palazzo e per le strade di Racalmuto. Per ricostruire un paese più libero.

Gaetano Savatteri

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