Paesaggio e obesità nel Paese che continua a brucare

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Due argomenti diversi. Eppure essi hanno molto in comune. Il filosofo Alfonso Maurizio Iacono ci spiega perchè.

zebre che brucanoLa crisi che stiamo attraversando sembra avere, come spesso è accaduto storicamente, in situazioni analoghe, anche alcuni effetti collaterali positivi. Mi riferisco all’esperienza di due convegni svoltisi in questi giorni uno all’Università di Firenze sulla questione del rischio ambientale e della tutela del paesaggio, l’altro all’Università di Pisa sull’obesità come problema sociale. Si tratta di argomenti diversi trattati in convegni del tutto indipendenti l’uno dall’altro. Eppure essi hanno molto in comune. Nonostante la diversità e, se vogliamo, l’apparente estraneità che può avere l’argomento della tutela del paesaggio con quello dell’eccesso di cibo ed anche l’apparente distanza scientifica e tecnica della maggior parte degli specialisti dell’uno rispetto all’altro (ingegneri, geografi, geologi e affini nell’uno, biologi, alimentaristi, medici, giuristi nell’altro), assai simile è stato il modo di affrontare le questioni in gioco e ancor più simile l’emergere di un’esigenza diffusa di ripensare i modi e gli approcci stessi della conoscenza, il senso della comunicazione, il modo di organizzare l’istruzione e la formazione scolastica allo scopo di preparare cittadini consapevoli e dotati di senso critico

Non solo, ma è stata evidenziata la necessità di un rapporto assai più intrecciato e strategico fra ricerca, istituzioni pubbliche nazionali e territoriali e cultura e, per converso, la scarsa efficienza di una separazione di compiti e di funzioni tra ministeri, assessorati e uffici. Ogni strategia politico-sociale che intenda guardare al futuro con la voglia di progettare, non può limitarsi a una sterile divisione tecnica di competenze, dove una mano non sa quello che sta facendo l’altra. I dati che emergevano nel Convegno di Firenze sulla situazione ambientale sono preoccupanti, sia per la modificazione del suolo, sia, in particolare in Toscana, per la questione delle alluvioni.

Una cultura del bene comune comporta un modo di organizzare la conoscenza, l’informazione e la formazione che si scontra immediatamente con le forme di privatizzazione selvaggia e di connivenza politica di cui ben conosciamo i danni. Eppure ci comportiamo come le mandrie di zebre che anche dopo che una leonessa ne ha sbranata una, continuano a brucare. Forse, in quanto umani, dovremmo essere, con tutto il rispetto per gli erbivori con i colori della Juventus, un po’ più previdenti. Ma non lo siamo. Così, dall’altro lato l’obesità è un problema sociale che non può essere affrontato soltanto come un affare sanitario. L’obesità, dati alla mano, si diffonde nelle famiglie e nei ceti più deboli, dove più forte è l’esposizione alla pubblicità che spinge al consumo in eccesso.

L’obesità rivela il dramma delle diseguaglianze sociali. L’industria privata impone una visione del mondo dove il rapporto con il cibo è soprattutto consumare, ingoiare, ingrassare. Qui lo Stato e le istituzioni regionali e locali potrebbero e dovrebbero avere un ruolo più deciso nel legiferare e nell’intervenire con la formazione e con l’educazione, perché tanto il rischio ambientale quanto l’obesità non sono soltanto né soprattutto affari del geologo o del medico, cioè dei tecnici competenti che pure sono necessari. Sono affari di tutti, perché alla fin fine il bene comune siamo noi stessi. Prima di curare le patologie, è meglio evitarle e prevenirle e a tale scopo occorre un forte senso di cooperazione e di condivisione delle conoscenze. E invece stiamo continuando a brucare. Non è statisticamente probante, ma forse non è un caso il fatto che a proporre e a organizzare i due convegni siano state due donne, rispettivamente la prof. Margherita Azzari dell’Università di Firenze e la prof. Alessandra Di Lauro dell’Università di Pisa.

 

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