Nulla faceva presagire il peggio

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I racconti di Malgrado tutto. “…Forse più che il cielo bianco come un lenzuolo di lino, a turbarmi in maniera immotivata, era il luogo scelto per quell’incontro…”

L’appuntamento era in una vecchia villa su cui la vegetazione s’abbatteva come una grande onda in tempesta. Un antico edificio che avrà avuto il nome proprio di una grande casata – un tempo conosciuta e rispettata – che ora tutti avevano dimenticato. La si vedeva da lontano, per l’imponenza e anche perché per chilometri non c’erano altre abitazioni. Sembrava non essere corrotta dal tempo e dall’abbandono: le finestre bianche, i quattro comignoli, la facciata; ma più si avanzava per la stradina in terra battuta, più i particolari mostravano i segni del tempo e dell’incuria: i rampicanti che allargavano le crepe sui muri, i vetri rotti, i mattoni scheggiati.

Nulla faceva presagire il meglio, ma nemmeno il peggio. Forse più che il cielo bianco come un lenzuolo di lino, a turbarmi in maniera immotivata, era il luogo scelto per quell’incontro.

L’ingresso era quasi del tutto ostruito dalle sterpaglie, il grande portone in legno era socchiuso. Gridai ad annunciare la mia presenza a un eventuale proprietario e a me stesso. Non ebbi alcuna risposta. Ad ogni modo, era pur sempre proprietà privata e a stare quartiàto, cioè a prestare attenzione ai pericoli e a muovermi con cautela, mi ero abituato fin da bambino, quando correvo tra i vicoli di una città che nemmeno piangeva le decine di vittime morte ammazzate per le strade, e a sbagliare a parlare, anche a quell’età, due boffe, al meglio, non te le toglieva nessuno. Il cigolio dei cardini si moltiplicò diverse volte nell’androne, un tunnel lungo e buio, cosparso da detriti che l’oscurità rendeva invisibili.
Due scalinate s’inerpicavano a formare una spirale di cui si vedeva solo l’inizio. Scelsi quella di sinistra e iniziai la salita. Calcinacci e travi coprivano buona parte degli scalini. L’intonaco scrostato, del soffitto turchese intenso, riproduceva costellazioni inesistenti. Al primo piano c’era la cucina. Le pareti erano coperte da piastrelle, quelle più in alto si erano staccate e giacevano in frantumi per terra. La grande cucina in metallo smaltato era invece intatta, come se arrivasse da un epoca più recente. Dal pavimento alcune mattonelle divelte mostravano tubi che percorrevano l’intera stanza da parte a parte.

Ancora nulla faceva presagire il peggio, anche se il mio animo da sempre era maldisposto all’ottimismo. Nel corridoio un filo univa due pareti, aggrappate ad esso pinze per stendere i panni, in legno con la molla metallica, uguali a quelle cadute alle massaie, che con mio nonno raccoglievamo da sotto i balconi. Le mettevamo in tasca, contenti del piccolo colpo di fortuna. Se erano rotte, rimettevamo insieme le due metà allargando leggermente la molla. Avevo preso tanto l’abitudine che, anche quando lui non c’era, continuavo a raccoglierle, e se non potevo mi sentivo in colpa, quasi ad aver tradito un compito, che in maniera tacita, mi era stato assegnato. Quando mia madre mi lavava i pantaloni, o le giacche, trovava le tasche piene di quegli oggetti che poco avevano a che fare con un bambino, meravigliata mi guardava strano, anche se le facevano comodo, non ne dovette mai comprare. Una delle cose che mi ha insegnato mio nonno è stato raccogliere le pinze per il bucato, ma non fu la sola.

Continuai nell’esplorazione delle altre camere, nella successiva la testa mozza di una statua guardava il soffitto poggiata su un tavolo di marmo, su cui cinque o sei grandi chiavi di ferro finivano d’arrugginirsi. Un vecchio televisore giaceva supino sul pavimento, mentre una sedia dal sedile imbottito pendeva dal lato della gamba storta. Al centro della stanza seguente il telaio di una Singer era privo della macchina da cucire, ma aveva un ferro da stiro appoggiato sopra, ragnatele formavano piccole amache dal muro alla finestra, dalla quale non filtrava luce. Ancora una stanza. Da un lato un camino che non ardeva da anni, dall’altro un piccolo tavolino di legno scuro, sul quale era poggiata una macchina da scrivere – a caratteri Fraktur, un tempo d’oro, era incisa una marca ora illeggibile, tranne che per una parola “Standard”. Colonne di giornali di Sicilia ingiallite erano crollate su sé stesse.

Fu allora che qualcosa catturò la mia attenzione. Una pala di fico d’india sfidando il cemento cresceva in una fessura tra la parete e il pavimento. Mi avvicinai per osservarla meglio, non feci in tempo a sfiorarla che diverse spine mi si attaccarono al pollice. Mio nonno aveva le mani grandi dalle dita lunghe, tanto callose che su di loro le spine nulla potevano. Teneva i fichi d’india tra due dita, con il coltello, che portava sempre in tasca, tagliava le due estremità, poi faceva un’incisione verticale lungo tutto il frutto, e con l’altra mano li sbucciava, come ad aprire una piccola camiciola; alcuni erano verdi, altri gialli e altri ancora rossi, quando munnava questi ultimi sembrava sanguinassero. A me non sono mai piaciuti, sopratutto per i piccoli semi duri che contenevano, ma quando li sbucciava lui, uno lo mangiavo.

Al piano superiore c’era la zona notte, il pavimento era in legno, nella stanza più grande un letto matrimoniale con due putti intagliati, uno guardava verso il basso, l’altro in direzione della finestra, da cui uno spiraglio di luce tracciava una fascia luminosa a terra che si allargava in prospettiva. Davanti al letto un oggetto che sembrava una grossa trottola che non aveva mai compiuto una piroetta, a destra un inginocchiatoio intagliato con gli stessi motivi dell’armadio, la cui unica anta era coperta da uno specchio ormai opaco. Le pareti rosso scuro a una certa altezza erano bianche fino al soffitto. Come trovandomi in un sogno lucido in cui si perdeva coscienza e si era travolti dagli eventi, il fascino decadente della villa e dei mobili custoditi in quelle stanze, mi avevano fatto dimenticare il motivo per il quale ero arrivato fin lì. Feci in tempo a ricordarmene, che iniziai a dubitare d’avere, realmente, un appuntamento in quel luogo. Uscii in balcone per scambiare un po’ della polvere che avevo accumulato nei polmoni con aria fresca e per schiarire le idee. Il panorama si estendeva per chilometri, si potevano distinguere uliveti, vigneti, valli brulle, nessun corso d’acqua. Grandi appezzamenti di terreno avevano il colore intenso del grano già maturo.

Quando finita la scuola passavo le vacanze in campagna, i campi erano coltivati un anno a grano e il successivo a fave. A far crescere il grano, lu lavuri, serviva pioggia e sole nei mesi giusti, non si poteva far molto se non pregare, o bestemmiare, che era pur sempre una preghiera. Le fave richiedevano maggiori cure, vi si doveva zappare intorno quasi ogni giorno, per eliminare eventuali erbe infestanti, prima tra tutte la lupa, che delle fave era il parassita per eccellenza. Una pianta a stelo lungo e carnoso, che in tempo di guerra si bolliva e si mangiava, dai fiori bianchi e appariscenti, bella ed elegante, di certo più delle fave, ma anche i cigni erano più belli delle galline, ma nessuno li allevava. Le radici della lupa si attaccavano a quelle della pianta ospite, atrofizzandola e bloccandone la crescita, per questo andava estirpata, non bastava tagliarla, e poi doveva essere bruciata o comunque allontanata dal campo coltivato perché piena di semi. Anche questo me lo insegnò mio nonno.

Lontana una vecchia montagna era velata d’afa, la notte s’illuminava prendendo la forma di un albero di natale, alla cui cima stava una lucina rossa intermittente come un faro per i naviganti di cielo.

Una raffica di starnuti si propagò per tutto l’edificio, facendo vibrare i pochi vetri ancora integri alle finestre. Era dunque arrivato, forse già prima di me, o era sempre stato lì. Era giunto il momento d’incontrarlo.

Rientrai, percorsi il resto del corridoio cercandolo nelle stanze, fino a quella più lontana la prima che vedeva il sorgere del sole. Mi fermai davanti la porta a osservarlo, era seduto su una poltrona di velluto rosso, teneva il bastone da passeggio con una mano e con l’altra un libro dalla copertina nera, sembrava non essersi accorto della mia presenza. L’udito non era mai stato il suo senso migliore, a causa di un otite che lo aveva tormentato per lungo tempo. Mi sbagliavo. Ancora con lo sguardo rivolto alle pagine che stava leggendo, disse ad alta voce.

«Un poeta argentino una volta affermò che c’è gente che si astiene in maniera ascetica dalla letteratura, masochisti che si puniscono senza alcun motivo, si privano dell’acqua, del respiro, del sapore della frutta, dell’amore di tutte queste cose allo stesso tempo. Senza saperlo diventano dei santi a cui nessuno ha mai promesso un mondo migliore».

Sorrisi senza dir nulla. Aveva i capelli bianchi coperti da una coppola grigia, il vestito dello stesso colore, la pelle bruciata dal sole e macchiata di bianco. Chiuse il libro e lo riaprì su un’altra pagina, recuperò una cartolina che teneva nel mezzo e mi fece segno di prenderla. Mi avvicinai, era stata spedita più di sessant’anni prima dal fronte russo, Vittorio Emanuele III come francobollo, VINCEREMO stampato a caratteri cubitali. Sull’altro lato era scritto coprendo ogni spazio a disposizione, a matita, con una scrittura piccola e tutta attaccata, che doveva essere ben studiata per essere compresa. Aggiustò il cappello alzandolo un poco e mi guardò negli occhi.

« Avrai tempo per leggerla» disse.
Annuii.

«… E va’ tagliati ‘sti capiddri» aggiunse.
Sorrisi di nuovo.

La cartolina era di mio nonno, era stato in Russia durante la guerra, non aveva combattuto neppure un giorno, l’unica notte che dormì in tenda a meno svariati gradi, il mattino seguente si svegliò con il piede che gli prudeva, quando tolse lo scarpone vide le dita nere, congelate. Fu rispedito in Italia e operato a Firenze. Conservava un buon ricordo dei giorni passati in ospedale. Visse fino a novantaquattro anni senza le dita del piede destro, morì dopo avermi insegnato molte cose, giusto un anno prima rispetto a quando mi consegnò con le sue mani, grandi e callose da contadino, quella cartolina.

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