Non sono i vostri figli a preoccuparmi, ma voi…

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Lettera di una maestra ai genitori di prima elementare. Ogni bambino è un essere speciale. Unico. Diverso da ogni altro. 

Valeria Iannuzzo

Ci sono emozioni che non si possono dimenticare. Ti rimangono cucite addosso. Come incollate. Io per esempio, dopo tanti anni di insegnamento, riesco ad avere la stessa ansia allo stomaco del mio primo giorno di scuola. Sempre, ogni anno. E nonostante tenga il mio sguardo incollato al grande orologio da parete che campeggia mezzo impolverato sulla parete dell’atrio della scuola, il trillo della prima campanella mi fa immancabilmente sussultare. E sento nei vocii dei piccoli alunni della scuola primaria la stessa ansia e lo stesso entusiasmo che ho provato io il mio primo giorno alle elementari, e che ogni anno provano tutti i nuovi studenti, felici di varcare la soglia della scuola, sentendosi improvvisamente grandi.

E sì, perché per andare in prima bisogna essere grandi. Qui si impara subito a leggere e a scrivere e si fanno una montagna di compiti.

Ma non sono solo i piccoli ad essere emozionati, forse ad essere ancora di più emozionati siete voi genitori. Siete voi ad avere alimentato ed ingenerato nei vostri figli grandi aspettative. Siete voi a vedere improvvisamente grandi i vostri piccoli.

Sui nuovi studenti io non ho dubbi. Sono certa che impareranno presto ad adattarsi al nuovo grado scolastico, a muoversi agevolmente tra nuove amicizie e carichi di lavoro.

A preoccuparmi siete, invece, voi genitori. Per voi la prima elementare è un vero e proprio banco di prova. È qui che pensate di dover dimostrare di essere dei bravi genitori. Le vostre aspettative sono altissime e il successo scolastico dei vostri figli è strettamente correlato ai voti che ogni giorno, in ogni singola materia, i piccoli sapranno guadagnarsi.

“Quanto hai preso” è la domanda più frequente che molti di voi faranno ai figli dopo la scuola. Pochi si preoccuperanno di sapere cosa hanno imparato e soprattutto se si sono divertiti.
Il voto è ciò che conta. È l’unica cosa che ti permette di salire in cima alla classifica, di sancire che sei il più bravo. È troppo importante essere bravi, ma ancora più importante è dimostrarlo agli altri.

Non basta esibire i quaderni dei propri figli fuori dal cancello della scuola, bisogna condividerne le foto in chat su WhatsApp o sulle pagine di Facebook. Il numero di emoticon o di like è troppo necessario, troppo importante per dimostrare che “mio figlio è il più bravo”.
Ovviamente per ogni successo, per ogni traguardo bisogna esibire almeno un paio di foto del piccolo che sorride, che si atteggia in pose artefatte e poco convincenti. La sagra delle ipocrisie è presto fatta: fiumi di commenti, di like, di emoticon, ma soprattutto fiumi di bile di chi non ha nulla da poter esibire.

In chat, su WhatsApp, si farà giornalmente un resoconto dettagliato di tutte le attività scolastiche, dei compiti assegnati, di cosa dicono o fanno le maestre. Bisognerà anche valutare se queste ultime hanno lavorato bene o male, se hanno dato troppi compiti, se quel voto in più assegnato a Giorgino non sia stato inopportuno.

Delle maestre si parlerà in chat, dal parrucchiere, al banco del salumiere, in macelleria, nelle sale d’attesa dei medici.

Ecco, chi vuole diventare popolare può scegliere di fare la maestra. Sapranno presto tutti ogni singolo dettaglio della tua vita professionale, familiare e personale. La fama, buona o cattiva che sia, è garantita.

E poi, in tutto questo parlare, in tutto questo chattare, ci si dimentica che a scuola, in classe, tra i banchi ci sono dei bambini che hanno voglia sì di crescere e di imparare, ma soprattutto di divertirsi, giocare, sognare.

Ingabbiati tra voti e commenti i piccoli perderanno la loro freschezza, la loro umanità. Finiranno di essere bambini. Diventeranno studenti. Studenti bravi ad ogni costo. E quando non saranno abbastanza bravi sarà una tragedia, uno shock, un trauma. Soprattutto per voi genitori.
Nessuno si fermerà a pensare se il piccolo ha dato il proprio massimo. Come se il massimo fosse uguale per tutti. Vi assicuro che non è così. Ogni bambino è un essere speciale. Unico. Diverso da ogni altro.

Vi prego, non cadete in questa trappola. Non fatevi strozzare da questa rete. Fermatevi. Fermatevi ad osservare i vostri bambini. Cercate di capire cosa vogliono veramente. Dove possono arrivare. Evitate di stressarli con lezioni di ballo, canto, danza, musica, nuoto, recitazione. Perché se da un lato è vero che vanno sviluppate tutte le loro potenzialità, è ancor più vero che i piccoli per crescere e imparare hanno bisogno di giocare. Giocare. Come si giocava un tempo. Con la palla, la bicicletta, le bambole. Con i propri pari. Se sino a ieri per sedare la loro irrequietezza li avete piazzati dietro un tablet o uno smatphone, da oggi cambiate abitudini: portateli fuori a giocare. E poi fateli studiare. Lo studio li preparerà alla vita. Li educherà al sacrificio. Li farà crescere. E se ci saranno brutti voti, lasciateli piangere sulla vostra spalla. Bisogna anche imparare a perdere. La vita ci riserva successi e sconfitte. I successi si dimenticano presto, le sconfitte sono più amare da digerire.

Ecco, bisogna imparare a cadere. Perché se sai cadere, se sai parare il colpo, sarà più facile rialzarsi. Questo dovete insegnare ai vostri figli. Questo dovete pretendere da un buon insegnante.
E soprattutto, educateli al rispetto. “Per favore, grazie, mi dispiace, potrei” sono parole magiche che difficilmente i nostri piccoli usano. Diamo loro il buon esempio. L’esempio è certamente il miglior insegnamento.

Una solida Istruzione, una sana educazione e un pizzico di umiltà faranno dei vostri piccoli dei grandi uomini. E credetemi, di grandi uomini il nostro pianeta ne ha già un gran bisogno.

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One Response to Non sono i vostri figli a preoccuparmi, ma voi…

  1. Piero Castronovo Rispondi

    11/09/2018 a 12:03

    Carissima Maestra Valeria Iannuzzo, ho pianto rarissime volte nella mia vita. Questa sua lettera mi ha fatto veramente commuovere. Ha fatto commuovere me e mia moglie. Il grande valore umano intriso nelle sue parole ci ha toccato il cuore e rende onore a lei ed alla sua professione, ma soprattutto lancia un grande messaggio di solidarietà e non di banale competizione. Purtroppo i social oggi istigano alla competizione, ma non bisogna cadere in questa trappola soprattutto quando di mezzo ci sono bambini che devono crescere senza sentirsi secondi a nessuno ma protagonisti della loro vita a qualsiasi famiglia appartengano.
    Grazie ancora maestra Valeria un saluto alla maestra Giovanna Spitaleri, Mirella Di Mino che assieme piloterete questo viaggio formativo per nostri figli. Piero.

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