Se non si capisce da dove cavolo arrivano certi disturbi

|




Quando si parla di “robe” che riguardano la “mente”, di disturbi “psicosomatici”, di “suggestione” psicologica, di effetto placebo, subito si alza un muro di diffidenza, e i disturbi della persona finiscono irrimediabilmente sotto un ombrello gigante con la scritta “fisime”.

C’è una cosa con cui, secondo me, facciamo ancora molta fatica a relazionarci, oserei dire è un tabù. Non so se deriva dalla tradizionale divisione che si è sempre fatta tra “corpo” e “mente”, come se le due si potessero davvero scindere.

Certo un tempo era difficile, ma ora insomma lo sappiamo che le due cose sono legate indissolubilmente, si parlano, comunicano tra loro, sono appunto unite. La medicina moderna ha ormai abbandonato quell’approccio, e se un tempo c’era la tendenza a considerare il corpo come una “macchina”, che quindi puoi “aggiustare” e a cui puoi cambiare i pezzi, oggi sappiamo che è tutto più complesso, proprio perché corpo e mente non sono due robe proprio distinte e separate. Eppure, di tanto in tanto, qualche diffidenza nei confronti della mente ancora traspare. Quando si parla di robe che riguardano la “mente”, di disturbi “psicosomatici”, di “suggestione” psicologica, di effetto placebo, subito si alza un muro di diffidenza, e i disturbi della persona finiscono irrimediabilmente sotto un ombrello gigante con la scritta “fisime” e buona lì.

Il tabù della testa

Mettiamo che ho un mal di pancia che proprio non mi passa, vado dal medico, mi fa tutte le analisi, mi rivolta come un calzino, ma niente, sana come un pesce mi dice, nulla di nulla, sarà un po’ di “nervosismo”, un disturbo psicosomatico, provi a riposarsi. E invece riposo un cavolo perché, intanto, il mio mal di pancia continua a farmi male, anzi, mi pare pure un po’ peggiorato, e questo mi dice che non ho niente, che è “tutto nella mia testa”. E per fortuna, perché per essere farlocco fa un male dell’accidenti. E quando hai male male, le provi tutte per alleviare il dolore, fai pure cose improbabili come finire da un medico tradizionale cinese a farti infilare in varie parti del corpo aghi e aghetti; ti fai spalmare di oli profumati e uguenti aromaterapici; o ti fai esaminare le iridi degli occhi come una tipa che avevo conosciuto e alla quale in questo modo avevano diagnosticato un’allergia alla CO2, l’anidride carbonica. Lei pareva finalmente soddisfatta della diagnosi anche se non ha mai saputo spiegarmi in cosa consistesse esattamente e, soprattutto, cosa facesse per contrastarla visto che viveva in centro città.

Ad ogni modo, durante queste pratiche qualcosa accade, sarà che il tipo mi tiene un’ora a parlare dei miei mali e di cosa mi piace, non mi piace, di cosa mangio, non mangio, colore preferito, quanto bevo, quanto dormo, insomma anche questo mi rivolta come un calzino, però facendomi parlare. E succede che il mal di pancia un po’ va via. A quel punto mi sento dire “eh ma tanto è effetto placebo”, ti sei fatta suggestionare. E qui io, come probabilmente chiunque altro, un po’ mi arrabbio: in un modo o nell’altro pare che dipenda dalla mia testa, e ciò rende la cosa automaticamente meno importante/vera. Rende il mio dolore meno importante. Crampi addominali di serie B. Dove è il problema? Il tabù della mente.

Tendiamo, culturalmente, socialmente, e personalmente a negare e minimizzare tutto ciò che è relativo al nostro stato emotivo e psicologico. Per carità, abbiamo già fatto passi avanti, ma, onestamente, in quanti si sentono o sentirebbero a proprio agio dicendo apertamente cha vanno dallo psicologo? Intendo con la stessa libertà con cui si dice di andare dal dentista o dall’ortopedico. Dice, ma è diverso. Davvero? Corpo e mente, dicevamo sono uniti, e ci arrabbiamo quando chi ci fa un prelievo del sangue ci tratta come se fossimo solo “carne”, eppure, lo psicologo fa specie.

Ci piace parlare di mente collegata al corpo, ma di fronte a emozione, drammi e lutti si alza il muro, si fa finta di non vedere, non vogliamo vedere la sofferenza, e quindi la neghiamo. Il modo più semplice che abbiamo elaborato per negare la sofferenza è “sta nella tua testa”, come a dire è immaginaria, e se è immaginaria non esiste, non è vera, e quindi siamo giustificati a non doverci avere a che fare.

Il fatto buffo è che invece, mente e corpo comunicano, dicevamo, sono uniti. Perciò anche quando c’e qualcosa di “fasullo”, nel senso che non ha origine da un danno fisiologico, ma il disturbo è appunto psicologico, il corpo ne risente, e fa male accipicchia. E negare questa cosa fa ancora peggio. Bisognerebbe averci un riguardo in più. Nel senso che certi disturbi sì sono psicosomatici, non si capisce da dove cavolo arrivino, sono aspecifici e bislacchi, ma provocano dolore e disagio uguale, non è ignorandoli o negandoli che si risolvono, e di sicuro non si aiuta il paziente.

Il rovescio della medaglia è che a noi, che ce l’abbiamo quel disturbo, sentirci dire “è psicosomatico” proprio non va giù. Come? Un dolore dell’accidenti, da non dormirci la notte, e mi dici che è prodotto dalla mia testa? Non riesci davvero a diagnosticarmi una bella malattia, una sindrome chiara e stronza con cui incazzarmi e che posso curare o almeno provarci? Davvero mi stai dicendo che il nemico da distruggere sono io?

Allo stesso modo, quando finalmente ho trovato qualcosa che mi dà sollievo, che sento funziona davvero, non puoi dirmi che è placebo. Significa che tutte quelle sedute, e quei soldi, sono valsi solo a “guidare” la mia mente? Che finalmente ora che avevo trovato il nemico da combattere, visualizzavo il dissesto energetico e i chakra da rassettare, mi dici che non funziona, che è, di nuovo, frutto della mia mente?

Ma in fondo, perché ce la prendiamo? Il tabù della mente. Non solo eh, ci sono di mezzo diverse dinamiche, ma un fatto centrale rimane: se è qualcosa che accade “nella nostra testa” tendiamo a sminuirlo, significa che non ha valore. Sapere che ci siamo curati con un placebo non dà soddisfazione come pensare di avere assunto una cura speciale, personalizzata e specifica per noi. Così come sapere di avere una malattia o un disturbo chiaro è “meglio” che sentirsi diagnosticare un generico e imprecisato malessere. Inoltre, se è nella nostra testa significa che c’è qualcosa del nostro “io” che non riusciamo a controllare, e pensare di non poter controllare la propria testa, questo sì che manda fuori. Oppure, può essere che è proprio con il nostro “io” che non vogliamo tanto averci a che fare, e quindi doversi fermare per capire cosa c’è che non va è più complicato di avere qualcuno con una diagnosi e una terapia a puntino, perché pure essere costretti a guardarci dentro può mandarci fuori.

Foto da internet

Dal sito Associazione Notte con le Stelle

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *