Non se ne può più di questa politica che vuole cambiare tutto, per non cambiare nulla

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Libere riflessioni di un giornalista sul Paese dei castelli di sabbia, dove sono perennemente in corso prove tecniche di (disperata) autoconservazione

altOgni giorno da anni, per mestiere, intervisto decine di esponenti politici e non solo di tutte le estrazioni politiche. Ogni giorno da anni mi sento dire che bisogna tagliare i costi della politica, diminuire la spesa pubblica eliminando gli enti inutili, snellire la nostra pletorica e costosissima burocrazia con decisi colpi di forbice. Ogni giorno da anni e dall’inizio della nuova legislatura di più. Ogni giorno da anni le persone che intervisto, siano essi politici di serie A, B o C, siano essi imprenditori giovani, vecchi, illuminati o prudenti che investono in Italia o vanno all’estero, tutti con fare serio e contrito mi ripetono: bisogna cambiare, tagliare, snellire.

Tutti i giorni per lavoro da anni passeggio in quello che viene chiamato Transatlantico, il lungo corridoio della Camera dei deputati dove seicento parlamentari ed almeno il doppio tra assistenti parlamentari, addetti stampa dei suddetti parlamentari e relativi partiti politici, commessi, funzionari, di basso ed altissimo rango, giornalisti, tutti da anni perlopiù gli stessi, le stesse facce, con facce pensose e parole roboanti mi spiegano che sì, o si cambia tutto questa volta o si muore. Ce n’è uno tra tutti che mi sta particolarmente simpatico, un parlamentare del Pd  di lunghissimo corso, che viene dalle mie parti che ad ogni nuova legislatura, rieletto. commentando i nuovi arrivati, in questo caso quelli di Grillo, con il suo sublime disincanto mi dice: “faranno come quelli della Rete, o come quelli dell’Arcobaleno o vattelappesca. Arrivano qui per cambiare il mondo, se ne vanno profondamente mutati loro, avvinti da questi divani, da questi odori, da questa sublime immutabilità così comoda del potere”. Tutte le volte e così, entrare in quei Palazzi produce una seduzione sublime, avvince le carni e le menti, e rende ogni cambiamento più vischioso. E poi lo si sa, il nostro è un popolo di conservatori, c’è Santa romana Chiesa che ci assolve dai nostri peccati ed anche un Santo Papa rivoluzionario come Francesco in fondo da queste parti lo si sente, si aspetta solo che porti fuori da qui la sua voglia di trasformazione. Non per essere gattopardeschi, sarebbe troppo banale in una Nazione dove tutti lo sono e se ne vantano, ma cambiare le cose comporta grandi rischi e grandissime fatiche, ci vorrebbero giovani vigorosi e non tanti vecchi e soprattutto tanti vecchi giovani come siamo noi italiani. Del resto non è questa l’accusa che si muove al Premier Letta, di essere un giovane vecchio? Come l’Italia, s’intende.

Luigi Galluzzo

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