“Non è questione di scalino. È questione di dignità”

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Vi è molta, troppa insofferenza, e disattenzione verso la disabilità. Fabrizio Torsi, medico analista: “Per me tutto è una conquista: sono stanco di dover dimostrare quanto valgo perché la maggior parte della gente non mi vede subito come un professionista, ma prima di tutto come un uomo in carrozzina…”.

“Non è una questione di scalino…”

“Non è una questione di scalino, è una questione di dignità”. Così afferma con amarezza Fabrizio Torsi, medico analista della farmacia dell’Ospedale di Livorno. È  disabile. Cito da una sua dichiarazione al giornale: «Per me tutto è una conquista: sono stanco di dover dimostrare quanto valgo perché la maggior parte della gente non mi vede subito come un professionista, ma prima di tutto come un uomo in carrozzina. Sono stanco di dover considerare un sogno poter entrare in un negozio. E non poter portare mia figlia al cinema e sedermi al centro della fila perché le sale, anche quelle più nuove, non sono attrezzate. E non ne posso più della maleducazione delle persone che sporcano i marciapiedi senza pensare a chi passa in carrozzina o di chi blocca gli scivoli senza curarsi del prossimo».

Lella Ronconi, di Grosseto, anche lei si batte contro le apparentemente piccole, in realtà grandi disattenzioni che rendono la vita quotidiana di un disabile difficile e lo pongono in condizioni di minorità e di perdita di dignità. È stata insolentita da un consigliere comunale, che forse dovrebbe contare fino a dieci (meglio fino a cento) prima di scrivere sui social.

Vi è molta, troppa insofferenza. E disattenzione. Mi sono chiesto quante volte ho parcheggiato senza pensarci la mia bicicletta sul marciapiede, impedendo così a un disabile o a una carrozzina per bambini di passare oppure costringendo a ingiuste e talvolta faticose e imbarazzanti deviazioni. Ha ragione Fabrizio Torsi, è questione di dignità. Tutte le volte che l’ho fatto, ho creato le condizioni per ledere la dignità di qualcuno. Tutte le volte che un disabile non può entrare in un negozio o non partecipare a una manifestazione o a una lezione o non può andare al cinema con la sua famiglia, la dignità è lesa.

Dettagli. Ma appunto la dignità come parola, rispetto a umanità ed eguaglianza, ha qualcosa di particolare. La si individua indirettamente, nei dettagli. E così pure la sua perdita o, al contrario, il bisogno di averla riconosciuta dagli altri. Se si usa una lente di ingrandimento, la si vede nei rapporti di lavoro, quanto i conflitti, legati al potere o al denaro, molto spesso nascondono da una parte un attacco alla dignità di chi è subordinato e dall’altra l’orgoglio di chi subisce quest’attacco e rivendica la propria dignità ferita. La si nota a scuola quando emerge la differenza tra chi può e chi non può, mentre tutti hanno un diritto eguale allo studio e alla formazione. La si coglie in chi si trova in condizioni di minorità, quando qualcuno esibisce, anche involontariamente, magari parcheggiando la bici sul marciapiede, la propria presunta superiorità.

Ma cos’è la dignità? Ve ne sono due forme. La prima è aristocratica e antiegualitaria: la dignità del sovrano o di un nobile. La seconda invece è egualitaria e democratica e la troviamo già nel 1400 in Pico della Mirandola e poi nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Essa ha che fare con l’essere umano in quanto tale, si riferisce all’individuo in quanto persona, esprime l’appartenenza a quella comunità che riunisce tutti gli uomini in quanto uomini, si identifica con quell’eguaglianza che si basa sul riconoscimento e sul rispetto della diversità, quella di donne, bambini, uomini di qualunque razza, cultura, lingua, sessualità, si lega al lavoro e allo studio e al diritto di tutti di averli.

Dignità significa autonomia. Una democrazia che non punti all’autonomia non solo politica ma esistenziale di tutti i suoi membri, non è una democrazia ma un inganno. E perché tutti i membri abbiano la facoltà di essere autonomi, bisogna rimuovere gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione. Anche e soprattutto nei dettagli, perché come ci insegna appunto Fabrizio Torsi: “Non è questione di scalino. È questione di dignità”.

Foto da Internet

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