Nel giorno del ricordo le polemiche sovrastano la preghiera

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“Una beffarda passerella”. Cosi si è espresso don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo da anni punto di riferimento per i profughi in arrivo in Italia,  sulla cerimonia di commemorazione delle vittime di Lampedusa svoltasi ad Agrigento

altAvrebbe dovuto essere soltanto un pomeriggio di raccoglimento e di preghiera tra cristiani e musulmani per commemorare a distanza di settimane i 366 migranti eritrei e somali annegati al largo di Lampedusa. Ma la “pezza” che il Governo ha deciso di mettere sui mancati funerali di Stato, definendola “cerimonia istituzionale”, si è tramutata in una piéce inquietante e misteriosa, fatta di cronache distratte, polemiche, slogan e fischi, in cui attori protagonisti sono stati uomini di governo e amministratori locali e stranieri. Attutito da un vocio irrispettoso è stato il pianto dei parenti di quei poveri morti, giunti anche dal nord Europa, con i quali avrebbe dovuto esprimersi la compassione e il dolore per quanto accaduto. Nella concitata rincorsa al “botta e risposta” o al momento di visibilità offerto dalla “beffarda passerella” (come l’ha definita don Mosè Zerai, sacerdote eritreo), la preghiera ecumenica è passata in secondo piano, così come il nome degli officianti, di cui non si è fatta quasi menzione.

Assente giustificato l’arcivescovo monsignor Francesco Montenegro, hanno pregato insieme, sul palco posizionato al porticciolo di San Leone, tra gonfaloni di ogni tipo, il suo vicario, monsignor Vutera, monsignor Gristina, vice presidente della Conferenza episcopale siciliana, monsignor Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, il vice presidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana, Imam Yahya Pallavicini. Le loro preghiere sono salite al cielo senza che una sola parola potesse aver eco sulle cronache, per dare valore e sostanza alla commemorazione. Ai sopravvissuti al naufragio, ancora bloccati a Lampedusa non è stato consentito di partecipare a questi retorici”funerali”senza bare; di morti in gran parte (e inspiegabilmente) senza nome, cosicché una commovente cerimonia l’hanno voluta improvvisare loro stessi sull’isola, con l’intonazione di preghiere e il lancio di fiori in mare. Giustificata la rabbia di quanti non hanno potuto effettuare il riconoscimento, di quanti non hanno potuto partecipare alle esequie, di quanti non sanno dove sono sepolti i propri cari e di quanti ancora lamentano la presenza di rappresentanti del Governo eritreo a San Leone (così come a Lampedusa), malgrado abbiano spiegato più volte (non ultimo il portavoce dei preti cattolici eritrei) di essere fuggiti da un regime dittatoriale e che l’invito rivolto a rappresentanti di quel governo sia dunque irrispettoso nei confronti dei morti e pericoloso sia per i sopravvissuti che per le loro famiglie. In piena sintonia con il batti e ribatti nazionale è stato anche l’ambasciatore eritreo Zemede Tekle Woldetatios, che ha voluto dire la sua, dichiarando che i tanti giovani partono per l’Europa per cercare lavoro e non per sfuggire a persecuzioni. Poco dopo ha dovuto lasciare San Leone per le contestazioni che gli sono state rivolte. Al di là dell’aspetto sicurezza dei richiedenti asilo, rimane alquanto inconcepibile il motivo per cui si sia scelto di portar via da Lampedusa le bare e tumularle, senza offrire la possibilità – più logica – di funerali a Lampedusa con la popolazione che aveva sofferto e vissuto i due naufragi e con i sopravvissuti. “La dimensione della commozione ci accomuna comunque, al di là della logistica” afferma il ministro della Difesa Mario Mauro; eppure lo svolgimento di questa cerimonia pomeridiana a San Leone non convince. Il ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge ha sottolineato come “per la prima volta” è stata fatta “una cerimonia ufficiale” con cui “lo Stato riconosce persone che non althanno la nazionalità italiana”. Quanto al ministro dell’Interno Angelino Alfano, ha dovuto interrompere le interviste per la contestazione di alcuni eritrei e attivisti alla voce di “Assassini… assassini, basta con la Bossi-Fini”, tanto che il servizio di sicurezza l’ha condotto rapidamente lontano dalla piazza. “I cosiddetti attivisti che hanno gridato “assassini” sono quelli che vogliono frontiere libere e scafisti in libertà” ha poi dichiarato Alfano. Pur giunto in ritardo, ha voluto partecipare alla cerimonia anche il presidente della Regione Rosario Crocetta: “Avrei gradito che ci fossero qui anche i superstiti del naufragio del 3 ottobre – ha affermato – . E sarebbe stato ancora meglio fare i funerali alla presenza delle bare. Ma non è questo il momento delle polemiche”. Presenti alla cerimonia il prefetto Francesca Ferrandino, il vicesindaco di Palermo Cesare Lapiana, e il commissario della Provincia di Agrigento, Benito Infurnari, nonché alcuni deputati agrigentini. Assente, come preannunciato e in netta polemica con la decisione di questa commemorazione, il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, che è stata oggi ricevuta dal presidente della Repubblica Napolitano proprio per parlare dei gravi problemi dell’isola connessi al fenomeno immigrazione. Misteriosamente è stato dato assente da alcuni organi di informazione anche il sindaco di Agrigento, Marco Zambuto, seduto invece in prima fila con altre autorità; forse si è ritenuto che l’assenza fosse più coerente con la sua dichiarazione mattutina, quando ha definito la giornata commemorativa una ”passerella per politici” e “una farsa di Stato”. Fastidioso il via vai incontrollato di gente, durante le preghiere. Gli immigrati erano anche in abiti religiosi, molte donne avevano il capo coperto da un velo bianco, gli uomini tenevano dei fiori in mano. Molti si sono sciolti in lacrime. Sullo sfondo, numerosi cartelli: “La presenza del regime eritreo offende i defunti e mette in pericolo i sopravvissuti”; “Sangue nostrum”; “Dove sono i sopravvissuti?” ed altri ancora. Ma la compassione per i morti, il sentimento religioso, i canti cattolici, i versi del Corano, la vicinanza ai parenti delle vittime della comunità agrigentina, sono passati in secondo piano in quella che forse è stata una delle più amare pagine della storia non solo agrigentina: una giornata, scambiata per utile vetrina politica in una fase di transizione e di scelte e occasione di scontro capace di offrire una ribalta nazionale. Lontani, lontanissimi, ormai, il pianto dei soccorritori a Lampedusa, il grido dei sopravvissuti, l’orrore e la rabbia per le vittime, giovani uomini, donne, bambini, neonati. Attutite, perfino, le parole di Papa Francesco: “Vergogna, vergogna”.

Anna Maria Scicolone

foto di Elvira Terranova

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