Montalbano e noi

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Se una fiction popolare può dirci assai di più della nostra stessa coscienza politica…

E Montalbano cosa ne pensa?

Nei due lunedì scorsi è ritornato in TV su Rai1 Salvo Montalbano, il famoso commissario inventato da Andrea Camilleri. Gli indici di ascolto sono stati altissimi. Dopo tanti anni, quel mare di Sicilia, le chiese barocche, i pranzi da Enzo, la terrazza di luce dove il commissario beve il caffè, quel misto di luce e di malinconia che pervadono le scene, affascinano ancora. I telefilm sono molto ben fatti e ben recitati, al di là di questo, cosa ha da dirci su noi stessi, sul nostro paese (intendo l’Italia, non solo la Sicilia), sulla nostra attuale condizione d’esistenza?

La Sicilia che si vede dietro lo schermo è in parte vera, in parte falsa. Mancano le macchine, manca il disordine quotidiano che caratterizza nevroticamente ormai tutte città di ogni parte del mondo e ancor di più naturalmente della Sicilia, manca l’affastellarsi del metallo colorato più o meno luccicante delle auto, dei bus, delle moto che feriscono la bellezza delle piazze, dei palazzi, delle vie, manca la ormai consueta fretta degli uomini che si scontra ansiosamente con la lentezza forzosa del traffico.

Tutta questa assenza, sostituita da immagini calligrafiche (la calligrafia è l’arte di scrivere in modo elegante e regolare), dà un senso di falsità alle scene, quasi di irrealtà. Eppure, nello stesso tempo, sono verosimili, familiari. Perché? Perché ci spingono al desiderio per un mondo fatto di lentezza, di godimento dei dettagli della vita, di delicatezze, di conflitti affettivi, di saldezza umana. Se fosse solo questo, ci troveremmo in una dolciastra marmellata di buoni e stucchevoli sentimenti. Non è così.

Questo falso, che in quanto verosimile è (come direbbe il grande filosofo napoletano Giambattista Vico) anche vicino al vero, sta in mezzo a un universo di assassinii, di atrocità, di crudeltà, di corruzione, di odio. E’ un mondo, nonostante tutto, possibile, un mondo dove si può combattere il male pur essendo deboli, lenti ma saldi nei comportamenti e nelle relazioni umane, dove il coraggio non è una falsa assenza di paura, ma la capacità di saper convivere con essa senza lasciarsi sopraffare. Un mondo possibile se solo i politici di oggi si arricchissero di sogni da trasformare in fatti. Se solo assumessero l’etica e la responsabilità come comportamenti primari.

Nel primo episodio, Montalbano apre la porta che dà sulla sua terrazza e vi trova con sorpresa un barbone addormentato. Non reagisce spianando la pistola, né barricandosi dentro. Anzi, gli offre il caffè e gli fa fare la doccia. Questo barbone, dai tratti gentili, si scoprirà essere un chirurgo devastato dai sensi di colpa per non essere riuscito a salvare un bambino. Un barbone particolare dunque, non un migrante incattivito, ma un uomo molto accettabile e piuttosto ovvio. Ma Montalbano, quando lo vide per la prima volta, questo non lo sapeva. Quell’uomo era diventato un barbone perché sopraffatto dal senso di colpa.

Nel secondo episodio un magistrato in pensione è ossessionato dall’idea di potere avere disposto una sentenza ingiusta. Quando scopre un suo errore che condannò ingiustamente un innocente, si suicida. Situazioni estreme, certamente, che evidenziano tuttavia una cosa: fare il proprio dovere mette in gioco la propria interiorità e il proprio senso di responsabilità. Nascondersi dietro ciò che è giuridicamente, legalmente e politicamente corretto è diventato troppo spesso segno di viltà. Nel nostro mondo il politically correct e i protocolli professionali sono diventati ormai segni di una falsa coscienza dietro cui sta la verità della perdita di fiducia negli altri, nello stare in comune. Forse è per questo che una fiction popolare può dirci assai di più della nostra stessa coscienza politica quando questa è falsa e ipocrita.

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