Massimo Muglia shock: ecco perché ho deciso di mollare

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Intervista a tutto campo con il direttore della Fondazione Teatro Pirandello. “Con il sindaco c’è una sostanziale diversità di vedute e quindi tolgo il disturbo…Quando scoppiarono gli scandali al Comune dissi a Zambuto che avremmo dovuto gridare dai tetti la verità, invece siamo stati muti aspettando che la magistratura facesse il suo corso. “La Fondazione non ha funzionato per scelte politiche non meglio identificate…”

Massimo MugliaDimissioni sì, dimissioni no. Il direttore generale della Fondazione Teatro Pirandello, Massimo Muglia, è un fiume in piena, che avrebbe voglia di raccontare di più dei retroscena politici e burocratici di una gestione che da alcuni mesi è al centro delle cronache e anche all’attenzione della magistratura. Eppure, il problema di fondo sembra essere quello culturale, di una città che, nonostante una profonda crisi economica e occupazionale, continua ad anteporre beghe e affari personali al bene collettivo e che probabilmente ancora a lungo si troverà impantanata in un tentativo di rilancio impossibile.
Insomma, Muglia, si dimette oppure rinvia?
“Mi dimetterò. La funzione di direttore generale è un lavoro, sono tenuto a dare il preavviso. Al prossimo Cda annuncerò che ho intenzione di dimettermi”.

Ma questo già l’ha annunziato da tempo …
“No, l’ho detto un mese e mezzo fa. Devo prima completare la sessione di bilancio del 2012, disporre i pagamenti. È quanto ho concordato con il sindaco Marco Zambuto, senza polemica con nessuno. C’è una sostanziale diversità di vedute e quindi tolgo il disturbo. Non so se è più giusto il mio punto di vista o il suo: io gli ho espresso la mia linea, in modo molto civile; quindi chiuderò la stagione e me ne andrò”.
Lei ha affermato che la gestione del teatro dovrebbe tornare nelle mani del Comune.
“La Fondazione è nata per decisione del Consiglio comunale. La sua struttura per Statuto fu stabilita dal Consiglio, con la finalità di gestire tutta l’attività culturale della città, che il Comune direttamente non poteva amministrare: il comune è lento, ha i problemi legati al bilancio … una città come Agrigento, che ha una sua vocazione culturale notevolissima, con il teatro, gli spettacoli nella Valle dei templi, il circuito museale, ha necessità di programmare le sue attività e metterle insieme in un progetto culturale unico. Sembrò opportuno utilizzare la Fondazione per queste cose, creando uno strumento agile, flessibile. Agrigento deve avere una fondazione per l’organizzazione di eventi, non solo per il teatro. Poi certo c’era la scelta se mettere dentro la Sagra del mandorlo in fiore oppure no…”
Lei era d’accordo?
“Io sono stato sempre contrario a mettere la Sagra dentro la Fondazione, per una serie di ragioni: ritengo che vada rifondata in maniera radicale. E poi chi l’ha detto che la deve organizzare il Comune? Prima l’organizzava la Provincia, l’Aapit, l’Ast… la diano a chi vogliono. Io ero contrario a una Sagra, così com’è, perché sviliva la Fondazione”.
In che senso?
“La Sagra sta diventando sempre di più un cliché talmente banalizzato, ormai fuori dal tempo, mai rivisto, mai integrato, quasi appannaggio di alcuni agrigentini di un piccolissimo gruppo, che utilizzano questo momento in modo tradizionale. La Sagra rivista, riorganizzata, può divenire efficace strumento di promozione. Ma sono cose che non mi appartengono. Io non ho messo mai bocca sulla Sagra, né da vice sindaco, né da assessore alla Cultura, né da direttore della Fondazione, perché così com’è non mi piace. Andrebbe riscritta, reinventata, rilanciata,per superare questo cliché ormai obsoleto”.
Per la Sagra, e non solo, sono nati i guai giudiziari …
“La Sagra si è sempre portata dietro uno strascico di polemiche che ogni tanto vanno a finire in Procura. Questo dipende molto anche dalle invidie. Sono questioni che non mi riguardano, non mi hanno mai riguardato, perché non me ne sono mai occupato”.
Perché la Fondazione secondo lei non ha funzionato?
“Per scelte politiche non meglio identificate, per modelli culturali e gestionali diversi, la Fondazione è rimasta soltanto legata all’organizzazione del cartellone teatrale, che francamente poteva continuare a seguire il Comune, se l’impegno doveva essere solo questo”.
A livello gestionale, sembra che ci siano stati costi superiori, rispetto a quelli affrontati dal Comune…
“Questa storia dei costi è vera e falsa nella stessa maniera: com’è che per una stagione simile a questa il Comune spendeva 500-800 mila euro di contributo regionale? Io ne ho avuto soltanto 290 mila euro, molto meno della metà, eppure ho rilanciato questo teatro, con l’Orchestra filarmonica Città di Agrigento, riempiendolo di contenuti e aprendolo alla città: il teatro è sempre aperto e pieno di attività. Presenterò un piccolo dossier, in cui illustrerò tutto quello che realizza e che può sviluppare una realtà culturale come questa”.
Viene, però, contestata la gestione del personale …
“Sono per primo io a contestarla. Era necessaria una riorganizzazione tale che facesse diminuire le spese; c’erano costi che si potevano evitare”.
E il sospetto che ci sia personale imboscato del Comune lì dentro?
“Questo io non lo so. Il personale continua ad essere comunale; non sono io a dirigere queste unità lavorative, paradossalmente, ma il direttore generale del Comune. Pare che sia un abuso per il direttore generale della Fondazione dare disposizioni; e infatti non le do. Le dà il dipendente comunale, con cui mi interfaccio”.
Ma questo personale che viene prevalentemente utilizzato nei giorni festivi e percepisce lo stipendio, durante gli altri giorni potrebbe essere dirottato ad altri servizi comunali e renderli più efficienti …
“Lo dico da tempo: è necessaria una bozza di convenzione proprio per questo motivo. Mi è stato risposto che il personale non era disposto ad essere ‘flessibilizzato’. Ho replicato che io lavoro nell’interesse pubblico e non nel mio interesse. Il Comune è sempre, a suo modo…Lasciamo perdere … non tocchiamo questo tasto. Però, a proposito dei costi, non addossabili al Comune … se la Regione non desse questi 290 mila euro, tali fondi sarebbero dirottati su Catania, Messina… Questa città perderà anche questo. Già ha perso il Palacongressi, che secondo me non sarà più riaperto; tra poco perderà anche il Polo universitario, perderà il Teatro. Agrigento non sarà più un capoluogo, che si distingue dal punto di vista culturale.”
Qual è il problema di fondo, secondo lei?
“Il problema è l’inerzia totale di una burocrazia che pensa soltanto al proprio stipendio e contro la quale io ho combattuto”.
O è un problema politico?
“Il problema è sempre politico. La politica talvolta è più interessata a fatti clientelari, a voler aggiustamenti vari: è sempre difficile dire a un dipendente ‘io ti darò meno straordinario, nell’ottica di un risparmio generale’. Non è giusto che ci siano persone che non hanno uno Marco Zambutostipendio e persone che ne prendono due. Non è corretto. Io prendo uno stipendio, per esempio, al di là di quello che si dice in giro. Ho dimezzato quello che percepisco dalla scuola e ne ho chiesto metà dalla Fondazione. Sia ben chiaro. Ora, dimettendomi, resterò con mezzo stipendio fino al prossimo anno scolastico: avrò una perdita netta che mi sta benissimo. Avevo un contratto di lavoro per cinque anni, potevo rimanere al mio posto, fare il pesce in barile; ma non mi piace e ho fatto una scelta: sono un servitore dello Stato, lo sono sempre stato”.
È stato sentito dalla magistratura?
“Assolutamente no. Ho consegnato le carte alla Guardia di Finanza e in quell’occasione hanno voluto delle spiegazioni. Tutto quel che è avvenuto a livello giudiziario l’ho appreso dai giornali”.
Prima le dimissioni di Di Maida, Patto per il Territorio, motivate dalla cattiva gestione della Fondazione e anche da incomprensioni con il sindaco; ora le sue prossime dimissioni e, si dice, che lei si stia avvicinando al Patto per il Territorio e al deputato nazionale Riccardo Gallo Afflitto …
“Chi lo dice è in mala fede: non so neanche che cosa sia il Patto per il territorio. Sono sempre stato amico di Riccardo, persona estremamente generosa e affettuosa. Quando mi sono dimesso da vice sindaco, io mi sono dimesso dalla politica. Quindi questa notizia è una banalità, più che una maldicenza. Non ho preso alcuna decisione di far parte di alcun gruppo politico. Voto alle elezioni in maniera assolutamente difforme da quel che si pensa, in maniera molto libera. Sono un comune cittadino; non sono più un personaggio pubblico da tempo, non ho alcuna carica. Alla Fondazione Teatro sono un dipendente. Non si sta dimettendo un personaggio politico, mi state sopravvalutando”.
Lo è sempre stato un personaggio politico, al centro di vicende di cui anche la cronaca si è spesso occupata …
“Al centro di troppe cose, probabilmente. È bene che ad un certo punto subentri la decisione di mettersi da parte. Diamo spazio ai giovani”.
Mi dà un giudizio sull’attuale amministrazione comunale?
“No, non posso esprimere un giudizio, che ho espresso con le mie dimissioni un anno prima che finisse il primo mandato del sindaco: una decisione maturata. Vorrei che sia chiaro che con Marco ci sono rapporti leali e trasparenti, non abbiamo mai litigato. Ho deciso di non litigare più con nessuno a causa della politica e anzi di ripristinare i rapporti che avevo prima e che purtroppo per motivi politici banalmente avevo interrotto. Io non condividevo più un modello organizzativo al Comune: non lo condividevo da vice sindaco e da assessore”.
Su che cosa le sue opinioni erano diverse da quelle del sindaco?
“Noi rappresentavamo una rivoluzione nel contesto politico siciliano. Venne a mancare ad un certo punto la forza propulsiva di quella rivoluzione del 2007: si adottavano scelte accomodanti e non rivoluzionarie, come i cittadini avevano chiesto. Accomodante era, per esempio, ridurre il nostro stipendio, quello delle posizioni organizzative, quello dei dipendenti, senza toccare quello dei dirigenti che prendono somme stratosferiche, dal direttore generale in giù. È assurdo avere una casta di dirigenti con un Comune in dissesto di finanziario, quasi allo sfascio. Se fosse stato un comune splendido, sarei stato il primo a proporre il massimo delle premialità e delle indennità. Dovevamo dimostrare alla città che non vengono soltanto aumentate le tasse, ma vengono ridotti anche gli emolumenti, là dove sono i veri sprechi. Altrimenti c’è un doppio valore negativo: da un lato, sprechi risorse; dall’altro, non tieni conto del merito e dai di più a chi merita di meno: il Comune annaspa, le pratiche giacciono inevase, la città sprofonda, ma i dirigenti chissà per quale miracolo hanno il massimo delle indennità. Io ero in aspettativa dalla scuola e prendevo mille euro. Se uno è bravo, invero, dovrebbe essere pagato, ma in periodo di crisi è giusto rinunciare tutti. Il vero motivo per cui lasciai la vice sindacatura fu quando scoppiarono scandali al Comune. Dissi al sindaco che avremmo dovuto gridare la verità dai tetti; non potevamo fare finta di niente, come se non fosse scoppiato lo scandalo all’ufficio tecnico, o ai servizi sociali o quello terribile alla presidenza del Consiglio”.
Che cosa avrebbe dovuto fare il sindaco?
“Avrebbe dovuto reagire, lanciare segnali forti: il nostro compito è fortemente pedagogico, educativo. Non dovevamo starcene muti aspettando che la magistratura facesse il suo corso. Dovevamo segnare la differenza. Io ho grande rispetto istituzionale: ho espresso le mie idee, poi me ne sono andato. Voglio dire una cosa a favore del sindaco. Il 75% degli elettori ha dimostrato al secondo mandato che il mio era un modello sbagliato e il suo un modello giusto. Lui è bravo e io no. Lui è sindaco rieletto e io non faccio più politica. La gente dà ragione a lui. Se non fosse stato eletto, avrei potuto dire: ‘hai visto, Marco, avevo ragione io’. Invece non posso farlo”
È amministrabile questa città, a cominciare dal suo teatro, o è davvero impossibile per problemi di risorse, per cui un amministratore è con le mani legate?
Teatro Pirandello“Questa è una terra irredimibile, non perché ha cattivi amministratori, ma perché gli amministratori sono espressione di chi li vota. La gente vuole tali amministratori. Dovrebbero essere non solo onesti, perché questa è una precondizione, ma anche bravi e capaci. È la capacità che non è premiata: si continua a votare per il postino, per il medico che non sanno nulla di pubblica amministrazione o che non se ne occupano addirittura. È la gente che si vuole auto-massacrare. La mancanza di risorse c’è, ma come in tutte le pubbliche amministrazioni: per amministrare bene non sono necessarie grandi risorse. Certo, non puoi fare grandi opere pubbliche, ma puoi fare altre cose, riorganizzando i servizi, risparmiando dove c’è da tagliare e rilanciando un settore. Non ho grande considerazione degli amministratori attuali della nostra terra. Quasi rimpiango quelli degli anni ’70 –’80 che quanto meno avevano scarso senso del denaro pubblico, ma alla fine lo spendevano sul territorio. Oggi non c’è nemmeno questo. Da assessore provinciale ho realizzato tante cose, che mi hanno dato soddisfazione sul piano personale, magari non riconosciute, visto che gli elettori mi hanno bocciato. Amministrare bene non significa avere il consenso: l’elettore, in una terra come questa, dà il consenso dove pensa che ci sia una speranza per lui. Così, chi più promette più ottiene. Ma le promesse rimangono promesse e la gente dimentica chi invece le cose le ha fatte. Un deputato, non so se fosse l’on. Giglia, diceva che se si fosse data l’acqua agli agrigentini, la Dc non avrebbe più preso voti. È una frase amara, terribile, ma vera”.

Anna Maria Scicolone

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