Malerba , storia di una conversione laica

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Fa ancora discutere il libro scritto a quattro mani da Carmelo Sardo e Giuseppe Grassonelli. L’analisi di Antonio Liotta, editore e collaboratore del nostro giornale, a “sirene” spente.

Giuseppe Grassonelli con Carmelo Sardo ospiti di un convegno in carcere

Giuseppe Grassonelli con Carmelo Sardo ospiti di un convegno in carcere

Riflettere,  ragionare al di fuori dei rumori e delle sirene che hanno reso schioppettante l’atmosfera del “Premio Letterario Racalmare-Sciascia Città di Grotte”  penso che sia utile e significativo.  Perché, in fondo, poco si analizza e molto si critica quando la passione prende il sopravvento, e, come è nella fisiologia, le tensioni giocano un brutto scherzo, fanno perdere la serenità, portano allo sviluppo di una forte componente emotiva che altera l’equilibrio razionale.

Veniamo ai fatti. Malerba, opera scritta da Carmelo Sardo e Giuseppe Grassonelli, vince il suddetto premio (31 agosto 2014) con 13 voti superando di un voto E’ lieve il tuo bacio sulla fronte di Caterina Chinnici e di due voti Piccola Atene di Salvatore Falzone.  Verdetto corretto? Premio meritato? Critiche da fare alla Giuria?  Non è questo che va preso in considerazione, ma l’opera nel suo complesso significato.

Malerba è una autobiografia (di Giuseppe Grassonelli)  mediata dal particolare intervento del giornalista/scrittore Carmelo Sardo. Scritto a quattro mani dove echeggiano e si individuano le atmosfere già presenti nell’opera prima di Carmelo Sardo “Vento di tramontana” e che, con una prosa sciolta, determinata e spesso molto cruda ed iperrealista, narra la storia avvincente della vita di Giuseppe Grassonelli, killer (come lui stesso di definisce) per vendetta  perché ‘ero accecato dall’odio’ (pagina 249), condannato all’ergastolo ostativo (cioè uscirà dal carcere solo dopo la morte) e che, rivedendo le tappe della propria vita, condanna il passato e dichiara pubblicamente che il suo cambiamento è radicale perché ‘mi sento cambiato, io sono cambiato’ (pagina 355).

Il libro, per scelta degli autori è scritto in prima persona. Questo è l’elemento, l’artificio letterario  che crea l’equivoco dell’identificazione personale che viene percepita dai lettori come testimonianza diretta di un solo autore, anche se rende più toccante la narrazione dei fatti e misfatti.

Il presidente della Giuria del Premio Sciascia-Racalmare, Gaetano Savatteri, con i tre finalisti

Il presidente della Giuria del Premio Sciascia-Racalmare, Gaetano Savatteri, con i tre finalisti

Ciò che viene con molta evidenza fuori, sono, ripeto,  la consapevolezza dello stato di depravata condotta (sesso, droga, gioco a carte ed a dadi barati, killeraggio spietato) e la certezza del cambiamento che avviene a seguito della presa d’atto che l’amore vince sull’odio e che l’amore per il sapere -la filosofia-  opera il cambiamento radicale.

Malerba, così come Grassonelli veniva chiamato, la ‘cattiva erba’, quella che non muore mai, qui, per una forma di contrappasso, diventa la ‘buonaerba’.  Non siamo lungo la via di Damasco, ma la conversione di Giuseppe Grassonelli è laica, sicuramente istituzionale perché  è la consapevolezza della realizzazione della finalità che ha il carcere di rieducare e restituire alla società una persona redenta, cambiata in positivo. Tutto ciò assume un particolare valore perché questo uomo che si definisce ‘killer per vendetta’ non è nelle condizioni di essere lasciato in libertà perché condannato sino alla morte.

Che concretezza e sviluppo può avere, in queste condizioni, l’anelito a ‘riconquistare una vita vera’?, ad assaporare la ‘libertà di respirare l’aria di mare’, del mare del paese natale, Porto Empedocle?

Grassonelli intuisce, capisce, afferma che la vera forza non è della mafia (che sia cosa nostra, la stidda, la ndrangheta), ma dello Stato che è in grado di combattere concretamente la criminalità organizzata e cita e condivide il pensiero di Leonardo Sciascia (pagina 111) quando  afferma che “L’unico modo di sconfiggere la mafia… è l’applicazione del diritto in quanto tale”..

L’eco della ‘strage di Porto Empedocle del 21 settembre 1986’ è ancora viva; molte ferite sono ancora aperte;  le testimonianze cinematografiche che in sequenza si succedono nelle 380 pagine aprono uno spaccato sugli anni sessanta-settanta su cui ancora resistono omertà, reticenze, contraddizioni che rendono oscura la storia di quegli anni macchiati di sangue quasi quotidiano.

Possono  l’esempio e la scelta operata da uno dei massimi protagonisti di questa  storia  portare ad un cambiamento positivo non solo nella delinquenza organizzata, ma soprattutto fare breccia ed insegnamento concreto nei giovani di oggi che nelle condizioni di crisi sociale ed etica che viviamo sono tentati ad incrementare le fila  della MALERBA?

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