Una Madonna venuta da lontano

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La leggenda e l’affascinante mistero che avvolge la statua della Madonna del Monte di Racalmuto.

Un momento della cerimonia di incoronazione del 1938

Nell’ottantesimo anniversario dell’incoronazione della Madonna del Monte, Regina di Racalmuto, continuiamo la pubblicazione di articoli a Lei dedicati, negli anni, da “Malgrado tutto”. Oggi vi proponiamo uno stralcio della presentazione del libro “Una Madonna venuta da lontano”, curata da Gaetano Savatteri.

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Quando, per festeggiare i cinquant’anni dell’incoronazione della patrona, nel 1988 si decise di mettere in scena la tradizionale recita che ripercorre i momenti salienti dell’arrivo della Madonna, facendo interpretare a gente di Castronovo di Sicilia la parte che la leggenda gli assegna, cioè di scudieri e cavalieri al seguito di Eugenio Gioeni che dal Maghreb portavano in Sicilia quella statua di marmo che – per miracolo o per fatalità – avrebbe deciso di non muoversi più da Racalmuto, i racalmutesi scoprirono con sorpresa che i castronovesi nulla sapevano della favola sacra.

Il dipinto, conservato nella chiesa del Monte, che riproduce la scena dell’arrivo della statua della Madonna del Monte a Racalmuto

La leggenda che alcuni scrittori, come padre Bonaventura Caruselli da Lucca, definiscono “soave e consolante“, affannandosi a garantire l’autenticità, sopravviveva solo a Racalmuto. E questo potrebbe spiegarsi con il fatto che i castronovesi non bella figura ci fanno in questa storia, che dopo avere trasportato la pesante statua dal Nordafrica, attraversando i pericoli del Canale di Sicilia, sbarcati a Punta Bianca, sono costretti a interrompere il loro percorso verso Castronovo di fronte all’irremovibile decisione della Madonna di optare per Racalmuto e per i suoi abitanti.

Ma forse la ragione è anche un’altra, a volerla leggere con gli occhi di oggi, con lo scetticismo e la diffidenza dei nostri tempi: una leggenda creata ad arte, con sapiente conoscenza dei sistemi di comunicazione dell’epoca e di formazione e manipolazione dell’opinione pubblica, che serve alla famiglia Del Carretto non solo per consolidare il proprio potere, ma anche per riceverne una sorta di investitura celestiale.

La statua della Madonna sceglie infatti di restare a Racalmuto, pertanto tra i racalmutesi e, in definitiva, nella baronia di Ercole Del Carretto. Leggenda “consolante”, appunto. Che finisce per consolare e coadiuvare il potere politico del momento. Allo stesso tempo la favola sacra mette alla berlina un principe di Gioeni che, secondo quanto ci raccontano alcuni documenti dell’epoca, era esponente di una famiglia ostile ai Del Carretto.

Il dipinto, conservato nella chiesa del Monte, che riproduce la scena dell’arrivo della statua della Madonna a Punta Bianca

Sarà questa analisi forse troppo laica e attenta ai meccanismi di conservazione del potere, ma qualche sospetto sulla genuinità della tradizione e sulla presenza quantomeno di “correzioni” storiche ad uso della casata locale, non può non nascere.

Troppo perfetta e rotonda, troppo precisa nel raccontare il ruolo del nobile in carica e nel sottolineare che la promessa del principe Gioeni di edificare un santuario per la Madonna verrà presto dimenticata e assolta, invece, dai Del Carretto. Insomma, in un colpo solo si liquida un avversario consegnandolo al ridicolo e si conquista una protezione santa e imperitura.

E quando alla leggenda che vuole la statua ritrovata in una grotta africana – tanto per aggiungere riserve e sospetti, e “guastare la festa”, sempre che ciò sia possibile – bisogna chiedersi cosa ci facesse una statua di scuola gaginesca palermitana in una campagna nordafricana e da chi e perché sarebbe stata portata laggiù. E se ciò fosse vero, il primo e affascinante mistero, tanto più affascinante quanto più irrisolvibile, riguarderebbe proprio il viaggio della Madonna dalla Sicilia all’Africa prima ancora che il suo ritorno.

Prummisioni durante la festa del Monte

(…) Per consolidare la devozione, al punto che la Madonna del Monte diventerà negli anni regina e compatrona togliendo il primato a Santa Rosalia (la cui leggenda palermitana è peraltro successiva al 1503 di almeno centocinquanta anni), e per diventarne a tutti gli effetti patrona con la costruzione di una chiesa – che è quella che ancor oggi esiste, al sommo della scalinata – e, naturalmente, una festa – e anche questa continua ad esistere, si presume da mezzo millennio o giù di lì.

È meglio dire fin da adesso che questa festa ci piace, e appunto per questo abbiamo recitato la parte dei guastatori. E ci piace nel suo profumo di torrone, di zucchero caramellato, di notti insonni, di giornate sudate, di botti e rumori, tamburi e zoccoli di cavalli. Ci piace in quel tanto di passionale e virile che tenta di esprimere, nella sua devozione irriguardosa che mette insieme pugni e preghiere, soldi e bandiere, offerte e promesse, valentìa cavalleresca e pianto di bambini, ore stanche e attimi di esplosiva euforia.

Ci piace e appassiona quando si incendia e perfino nei suoi tempi morti, nella noia di quando tutto deve ancora avvenire, mentre monta nell’aria l’attesa squarciata dai colpi di mortaretti.

da Malgrado tutto, 7 luglio 2003

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