L’uomo delle grattatelle

|




La festa di San Calogero appena passata, con tutto il suo frastuono di folla, bancarelle, banda musicale, lanci di pane e fuochi d’artificio, segna l’inizio dell’estate agrigentina. Un racconto di Salvatore Indelicato.

altLa festa di San Calogero appena passata, con tutto il suo frastuono di folla, bancarelle, banda musicale, lanci di pane e fuochi d’artificio, segna l’inizio dell’estate agrigentina. Il caldo torrido del solleone, già nella prima mattinata, comincia a picchiare senza tregua per finire, poi, al tramonto infiammando il cielo azzurro e terso. Chi può, si trasferisce al mare o in campagna, altri si accontentano del refrigerio che offrono i giardini pubblici.

Strade, vicoli e cortili si riempiono di “forestieri”, soprattutto emigranti che fanno ritorno a casa, dopo un anno di duro lavoro, per passare la bella stagione con i propri cari. Le case, dai muri scrostati e dai tetti riarsi, fanno da cornice al piano antistante la piccola chiesa della Madonna degli Angeli.

Don Antonio, il parroco, seduto davanti al portone, aspetta l’ora della preghiera Vespertina conversando amabilmente con qualche anziano che cerca ristoro all’ombra del sacro edificio.
Alcune donne ritirano i panni, stesi da un balcone all’altro, con evidente fatica, sbuffando e asciugandosi il sudore con il dorso delle mani.

“‘Zza Cuncittì, ma comu s’avi a fari cu ‘stu caudu? Taliassi ‘sti robi, sunnu tisi comu ‘u baccalà”.
“Ragiuni avi, vossia, ‘zza Trisinè… Stanotti un chiusi occhiu, tra li sudura e me maritu ca paria a serra di mastru Nicuzzu, ‘u falignami”.

Una miriade di passerotti, come una nuvola, si spostano ora di qua, ora di là, in uno stormire allegro e rumoroso.

D’improvviso il piano si anima, come ad un unico comando, frotte di bambini arrivano dalle strade adiacenti, si dividono in gruppi e, incuranti del gran caldo, organizzano i loro giochi.
Unu manda all’unu, i 4 cantuna, palla a muru, ‘u pallino, ‘a tuortula, ‘a fussitè, ammucciarè, o lignu santu, o ‘ppa…

Qualcuno tira calci ad un “preziosissimo” pallone “Telestar”, comprato mettendo insieme i pochi spiccioli, risparmiati per settimane.

Accaldati, trafelati di sudore, le guance come due pomodori, corrono felici di quel loro tempo libero lasciato dalla scuola.

“Nicarè, adasciu ca ti strupii d’accussì…” – grida uno degli anziani, seduto con le mani appoggiate al bastone.

“Biati iddi ca ponnu curriri…” – commenta un altro, mentre don Antonio rientra in chiesa per la funzione.
Tra le mille voci e grida che si accavallano, si rincorrono, mischiandosi in un boato infernale, una si fa strada, prima timidamente, poi, sempre più forte.

“Grattatella… ch’è bella… ch’è friscaaaa…
Cu veni ‘cca nni mia
‘u cori e l’arma s’arricria.
CCi la dugnu ‘ca mintuzza,
c’arrifrisca la vuccuzza.
Cci la dugnu ‘ccu limuni
ppi livari lu suduri.
Megli’ancora di ‘na vasata
è ccu a fraula ‘nzuccarata.
Sulu cincu, cincu liri
Pi lu friscu vui gudiri

alt

D’incanto tutti si fermano, le voci cessano. Solo la campanella della sagrestia ancora tintinna argentina per tutto il piano. Un uomo, apparso dalla via Mandracchia, spinge la sua carriola di legno, rivestita di zinco, e abbannia la sua mercanzia. Si ferma, si piega sulle ginocchia e solleva i lembi di un telo di juta che copre una grande lastra di ghiaccio.

Dal bordo della carriola, legato da uno spago, pende uno strano attrezzo di metallo dalla forma romboidale, mentre dall’altro lato, da una cassettina sporgente, tre bottigliette colorate fanno bella mostra di sé.

“Picciò… l’omu da grattatella…” è il grido di un ragazzino, che rompe quella sorta di pausa forzata, dando il segnale per l’assalto alla gradita, quanto imprevista fonte di frescura al caldo infernale di quel pomeriggio.

“A mia… a mia…”
“Iu la vogliu ca menta…”
“No, prima a mia cu limuni…”
“Adasciu picciliddi… ci ‘nnè pi tutti. Cincu liri, cincu liri”.

Tra spintoni e grida, il nugolo di bambini si appressa intorno alla carriola che sembra scossa da un terremoto.

L’uomo delle grattatelle, con gesto solenne, stacca l’attrezzo di metallo, lo alza in alto, gira lo sguardo sopra i ragazzini e, con fare cerimonioso, comincia a sfregarlo sul lastrone di ghiaccio. Come per magia, quella dura massa semitrasparente, sembra divenire docile sotto i continui passaggi della macchinetta, dal cui fondo, l’uomo estrae “‘a nivi”, la deposita in un cartoccio di carta oleata e la guarnisce con il misterioso liquido colorato delle bottigliette.

Ad uno ad uno, i bambini ricevono l’agognato ristoro alla calura estiva che consumano voracemente appartati, chi sui gradini della chiesa, chi con le spalle appoggiate sui muri, altri seduti in un angolo. Per qualche minuto, solo il cicaleccio dei passeri la fa da padrone.

L’uomo delle grattatelle, in piedi, fa la conta, soddisfatto, degli spiccioli guadagnati e fa per andarsene quando lì, in un angolo poco distante, la figurina esile di un bambino incrocia il suo sguardo.
E’ magrolino, forse troppo, indossa un calzoncino corto, tenuto su da una bretella di traverso, forse troppo largo, una camicina a righe e un paio di sandaletti già consumati, forse troppo grandi per lui. Lo guarda triste, di sottecchi, con le braccia dietro la schiena e il musetto lungo.

“E tu, nicareddu, un ti piaci ‘a grattatella?”

“‘U n’haju sordi…” – è la risposta del bimbo, mentre due lucciconi gli bagnano gli occhi, forse troppo grandi.

L’uomo lo guarda, poi si abbassa sulla carriola e prepara un nuovo cartoccio di grattatella.

“Veni ‘cca, nicu. Oj è festa pi tutti. Comu la vo’?”
“A la menta.”

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *