L’uomo che per tre volte ha perso la faccia

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La storia della domenica di Gaetano Savatteri

Pietro MontandonC’è chi impiega una vita per perdere la faccia. E dopo che l’ha persa è pure contento. Ma che dico contento? Felice, radioso. Cose strane succedono in questa nostra terra di Sicilia. Prendi Pietro Montandon, ad esempio. Uno con questo cognome dovrebbe essere francese, corso, al massimo valdostano. E invece Montandon Pietro, classe 1954, è catanese al cento per cento. Dice: ma allora perché ti chiami così? E vai a scoprire che un bisnonno francese emigrò in Sicilia un secolo fa, penso uno dei pochissimi che dal nord sia finito a sud. Vabbè, risolto questo mistero, se ne aprono molti altri.

La prima volta in cui Pietro Montandon perse la faccia aveva tredici anni. Qui c’è poco da scherzare, perché un ragazzino che nel giro di niente, per una maledetta alopecia, si ritrova senza capelli, completamente glabro, nel momento in cui i suoi coetanei si vantano dei primi peli sul mento, attraversa una vera tragedia.

Potete immaginare gli sfottò, e potete facilmente immaginare le difficoltà di Pietro ad affrontare il futuro con una faccia improvvisamente diversa da quella che era stata sua fino a poco tempo prima.

A vent’anni però Montandon scopre il teatro. E che teatro. Lo Stabile di Catania di Turi Ferro, Ida Carrara, Umberto Spadaro. Pietro entra nella scuola dello Stabile, calca il palcoscenico assieme ai mostri sacri della scena siciliana e nazionale.

I MummenschanzLavora con Anna Proclemer, con Mario Scaccia, con grandi registi. Il fatto che Pietro Montandon non abbia una faccia lo aiuta. La recitazione è terapeutica, serve a scacciare incubi e complessi: una parrucca, un paio di baffi finti, cerone e trucco modellano il volto di Pietro Montandon, liscio come una tela da dipingere a piacimento. Con una faccia così, Pietro può fare di tutto: il bambino, il vecchio, il contadino, il nobile, il buono, il cattivo.

Ma sono proprio le parti da cattivo che gli riescono meglio: al pari dell’indimenticabile Yul Brynner, Pietro a volto nudo offre un profilo inquietante. I ruoli dello psicopatico, del traditore, del torbido, del lussurioso gli riescono benissimo. E fa impressione pensare che invece, nella vita vera, Pietro è sì un irrequieto, ma di solare vivacità, estroso come un catanese doc, la battuta pronta, l’amicizia accesa, la vitalità esuberante.

Insomma, Pietro Montandon dopo aver perso la faccia per la seconda volta sulla scena, negli anni successivi si impegna per averne una come attore. E’ la stagione dei ruoli impegnativi: nel Don Giovanni in Sicilia è un poeta sognatore, nei Beati Paoli è il misterioso Coriolano della Floresta, nella Lunga vita di Marianna Ucrìa è il perfido zio-marito.

Certo, con quella faccia gli affidano spesso di incarnare personaggi “fitusi”, come ammette lo stesso Montandon. Ma se è vero quello che dicono gli attori, sembra che quelle dei “fitusi” siano le parti più belle da recitare. Però, bisogna sempre diffidare degli attori e dei loro giuramenti.

E qui siamo alla terza vita di Pietro Montandon, il momento in cui perde di nuovo la faccia. E questa volta la perde veramente. Perché tempo fa, Pietro riceve una telefonata dalla Svizzera, dal cantone tedesco.

“Ti ricordi di me?”, chiede la voce.

Come no, è Floriana Frassetto, un’italo-americana che nel 1972, assieme ad altri due artisti, ha fondato i Mummenschanz, un gruppo di teatro che ha avuto successo mondiale. I Mummenschanz lavorano con il corpo, creano fantastiche scenografie, una cosa a metà tra il mimo e la danza, la favola e il sogno. Pensate che tanti anni fa andarono a Brodway per starci una settimana, ma fu tale il riscontro di pubblico che restarono in cartellone per tre anni consecutivi.

Per farla beve, Floriana Frassetto che aveva incrociato Pietro Montandon una ventina di anni prima, gli offre di entrare a far parte dei Mummenschanz. Si può dire di no a un’offerta cosi? Assolutamente no. Per Pietro Montandon si apre una nuova stagione, tournèe in Egitto, Israele, Danimarca, Svizzera, Cina. Il gruppo svizzero è formato da quattro persone, il resto lo fanno le luci e i movimenti. Rispettando la tradizione di molti siciliani, Pietro emigra in Svizzera. Emigrato di lusso, trattato in guanti bianchi, ma sempre e comunque un siciliano al nord.

Il problema è solo uno. Perché con i Mummenschanz Pietro ha perso definitivamente la faccia. Chi li conosce, infatti, sa bene che i quattro interpreti della compagnia non recitano con la loro faccia, ma si incarnano dentro oggetti quotidiani e li fanno vivere. Sul palcoscenico si muovono e camminano tubi, scatole, carriole, pupazzi.

Dentro ciascun oggetto c’è uno dei Mummenschanz, tutti insieme danno vita a una sinfonia surreale di cose inanimate che trovano un’anima. Insomma, Pietro Montandon è sui palcoscenici di tutto il mondo ma la sua faccia non si vede. “Già, recito con un carriola in testa o dentro una scatola di cartone”, sorride Pietro. “Ma è una sfida affascinante, qualcosa di magico che avviene ogni sera in scena”. C’è da crederci, visto l’entusiasmo. In fondo, è meglio perdere la faccia che indossare sempre la solita maschera.

Gaetano Savatteri


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