Lu pupu du ziu Tanu

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Il tuo racconto per Malgrado tutto

Continuano ad arrivare al nostro sito i racconti in duemila parole che partecipano al concorso lanciato da Malgrado tutto. Vi ricordiamo che per inviarli c’è tempo fino al 30 novembre. Le modalità di partecipazione le trovate sul sito Malgrado tutto web nella sezione “Il tuo racconto”. La commissione che valuterà i racconti è composta da Carmelo Sardo, Giancarlo Macaluso, Gero Micciché, Toti Ferlita, Agata Gueli, Paolo Terrana e Gaetano Savatteri. Il vincitore riceverà in dono un’opera originale del giovane artista Giuseppe Cipolla, e il suo racconto, assieme agli altri ritenuti meritevoli, verrà pubblicato in volume.
Oggi pubblichiamo “Lu pupu du ziu Tanu” di Fabio Fabiano.

Lu pupu du ziu Tanu
di
Fabio Fabiano

 

Fabio FabianoOgni qualvolta l’Ispettore Di Falco si recava al museo archeologico per accompagnare parenti, amici o colleghi non poteva fare a meno di ricordarsi la storia della statua rubata.
Tutto iniziò un pomeriggio di quelli dove la canazza vince su tutto e tutti. Per meglio spiegare cosa si intende per canazza è esemplificativa la condotta dell’Ispettore Di Falco. Il poliziotto era seduto sulla sua poltrona con i piedi sulla scrivania e cazzeggiava con un giochino in plastica della figlia. Ombra si faceva la manicure con il tagliacarte del suo capo e Romano ripuliva il suo computer dai files temporanei. La pattuglia formata da Pisano e Dispenza, che completavano il personale in servizio quel pomeriggio, erano parcheggiati sotto un cavalcavia a godersi un attimino di fresco.

L’unico che chiaramente era attivo, anche se non faceva nulla, era l’Ispettore Tarallo che riusciva, solo con la sua presenza, a scatenare tutto ciò che di sfigato poteva accadere in quel pomeriggio di canazza.
“Ma la vuoi piantare di pulirti le unghia con il mio tagliacarte che poi mi tocca disinfettarlo” si accese Di Falco.
“Esagerato, che vuoi che sia e che ci devi mangiare con il tagliacarte” replicò Ombra.
“Se permetti mi fa schifo usarlo dopo che tu ti sei pulito le unghie” rispose Di Falco.
“Sai capo quando non sei impegnato a scrivere o a indagare ti trasformi in un vecchio rompicoglioni”
“Sai Ombra che sei veramente uno scassamin…
Di Falco non finì di profferire la frase che entrò spalancando la porta l’Ispettore Tarallo. Era ansimante e non riusciva a parlare. Appena i suoi polmoni ricevettero l’ossigeno necessario alla fonazione urlò tutto d’un fiato “Minchia! Scattò l’allarme al museo, si futteru a statua.”
Di Falco non ebbe dubbio che la situazione era molto grave, del resto Tarallo non avrebbe mai portato un una notizia buona in base alla sua nomea di iettatore, pertanto dispose: “manda subito sul posto la volante e la pattuglia con Pisano e Dispenza.”
Ombra non se lo fece dire nemmeno, posò il tagliacarte, sfilò le chiavi della vettura attaccate a un gancio infilato nella parete e uscì dalla porta. Romano posò le cuffie della workstation delle intercettazioni e si precipitò anche lui fuori della stanza. L’ultimo ad uscire fu Di Falco che prese da un cassetto la pistola d’ordinanza, la inserì nella fondina e si precipitò in direzione delle scale. Due minuti dopo la macchina del commissariato con a bordo i tre poliziotti sfrecciava tra le strade comunali con il lampeggiante e il bitonale accesi. L’eco del suono si rifletteva sui palazzi e amplificava il segnale di allarme della vettura.
In meno di dieci minuti giunsero dinanzi l’entrata del museo che si trovava in periferia nell’area archeologica della città. I poliziotti delle volanti avevano preso il possesso dell’entrata del museo per cui non entrava e non usciva nessuno.
Di Falco chiese conferma del furto della statua. Uno dei poliziotti giunti per primo confermò: “hanno preso la statua dell’Efebo. Sono scappati da una porta con serratura antipanico che dà a sud verso la zona archeologica. Dispenza e Pisano sono usciti da lì e sono alla ricerca dei ladri.”
Di Falco non esitò, entrò dentro il museo, si sedette e si attaccò al cellulare. Dispose l’immediato invio sul posto del personale della polizia scientifica e che tutto il personale presente nel commissariato uscisse e iniziasse a istituire posti di controllo all’uscita della città. Poi avvisò il Commissario Capo Capuozza del furto, il quale avvisò il Questore che avvisò il Prefetto, inoltre il Commissario Capo avvisò il magistrato di turno il quale avvisò il Procuratore Capo.
L’ingresso del museo era affollato di turisti e visitatori per lo più stranieri. Uno dei due poliziotti stava procedendo alla loro identificazione, i custodi invece erano alle prese con il sistema d’allarme che di tanto in tanto si attivava producendo un fastidioso rumore.
Di Falco comprese che la situazione era ancora più grave di quanto pensava mentre sentiva parlare il direttore del museo. Lo stesso gli chiarì il grande valore del reperto archeologico sottratto: “La statua rubata è considerata uno dei capolavori della scultura greca, è stata realizzata tra il 480 e il 460 a.C. in Sicilia. La statua raffigura un Efebo ed è ritenuta una delle sculture attiche più significative dello Stile Severo. E’ alta circa 85 cm.”
“Sì, ma quanto vale in euro?” chiese Ombra che voleva monetizzare l’oggetto trafugato.
“Non è possibile valutare una scultura del genere e come se lei mi chiedesse quanto vale il David di Michelangelo Buonarroti. Non ha prezzo non ci sono soldi per pagarlo” replicò piccato il direttore.
“E allora parchè se sono fregati sta statua se non ci possono ricavare i sordi?” ribatté Ombra.
“In un mercato ufficiale nessuno sarebbe disposto a comprare un pezzo del genere, perché non si potrebbe esporre o aggiungere in una collezione di un museo pubblico, ma di fatto esistono delle collezioni private di miliardari, gente disposta a pagare per aggiungere un pezzo così prestigioso nella propria raccolta. Pensate se la statua finisce ad un nababbo negli Emirati Arabi Uniti e questi si limitasse a farla vedere solo ed esclusivamente ai suoi amici, come potremmo recuperarla? Inoltre lui sarebbe anche capace di spendere una cifra notevole pur di averla. Ma questa cifra non può essere quantificata, sono dei mercati clandestini di cui nessuno conosce o può comprendere le regole” chiarì il direttore.
La conferma a quelle parole si ebbe quando giunsero sul posto: Questore, Comandante Provinciale dei Carabinieri, Prefetto, Procuratore Capo, Soprintendente ai beni culturali e tanti altri soggetti che neanche Di Falco conosceva ma che per i codazzi che si portavano dietro dovevano essere dei pezzi da novanta. Immancabili giunsero giornalisti, cameraman e fotografi.
Inizialmente il direttore gli mostrò il punto del museo dove era esposta la statua. Un basamento in muratura alto un metro da terra, illuminato da fari che davano una luce particolare all’opera, era tutto quello che restava assieme alla delusione di quattro custodi con le facce incupite assieme al loro direttore.
Giuseppe CipollaDi Falco percepì un senso di tristezza nel vedere quel sito così vuoto. Quella statua che egli aveva visto tante volte in tv o nei manifesti ormai sembrava che fosse anche sua, faceva parte della città e dei suoi abitanti e il pensiero stesso che l’avessero rubata lo percepì come un fatto personale, come se qualcuno fosse entrato a casa di amici e avesse rubato la statua di cui egli andava fiero.
Il particolare beffardo era una colomba che aggrappata alla testa di un’altra statua guardava impaurita una situazione a lei completante aliena.
“Che cazzo ci fa quella colomba dentro il museo?” si chiese Romano sbalordito.
“Te lo spiego io- affermò con un sorriso sardonico Di Falco e poi continuò- qualcuno ha portato il pennuto dentro il museo e lo ha fatto volare in un’ala opposta a quella dove era custodita la statua rubata. Il volatile muovendosi ha fatto scattare gli allarmi di quell’area. I custodi si sono precipitati nell’area opposta a quella della statua, dove scattavano gli allarmi attivati dalla colomba, così i ladri hanno avuto tutto il tempo per prendere indisturbati la statua che gli interessava, giungere sino alla porta con serratura antipanico – Di Falco ne indicò una spalancata- aprirla e con tanta facilità allontanarsi e aggirare sofisticate misure di sicurezza.
“Esatto” si limitò a dire il direttore con lo sguardo basso.
“Un’analisi perfetta, non avrebbe fatto meglio Sherlock Holmes osservando gli elementi presenti dentro il museo” disse una voce femminile che aveva pronunciato il nome del famoso detective in perfetto inglese.
Di Falco si girò, aveva riconosciuto quella voce, l’avrebbe riconosciuto tra mille altre, era quella della sua amica Grace Cremonesi.
Nata in Inghilterra da genitori italiani, si era trasferita in Italia all’età di sedici anni e da quella data era diventata una delle sue migliori amiche. Si guadagnava da vivere facendo la guida turistica per cui per il poliziotto non fu assolutamente una sorpresa vederla in quel luogo.
La donna si avvicinò ai poliziotti e ai custodi riuniti davanti al basamento dove era posta la statua prima di essere rubata. Di Falco salutò affettuosamente la sua amica abbracciandola e baciandola sulle guance.
“Grazie per i complimenti, ma qui il problema è ritrovare la statua oltre che capire come l’hanno rubata” le disse sorridendo con amarezza.
“Sì questo è vero, ma già è un buon inizio comprendere il modus operandi, mi pare dicono così gli attori nei film thriller” disse la donna soddisfatta di avere visto il suo amico di vecchia data.
Il direttore convinto dell’importanza che potevano avere le riprese del sistema di videosorveglianza invitò l’Ispettore Di Falco e il resto dei poliziotti a visualizzare le registrazioni: “si accomodi nella saletta della videosorveglianza così potremo rivedere le fasi del furto.”
I tre poliziotti assistendo impotenti al lavoro dei loro colleghi della polizia scientifica, appena giunti, presero in considerazione la proposta del Direttore e si avviarono verso la stanza.
All’interno si misero a sedere e assieme a un addetto rividero le scene videoregistrate relative al furto. Iniziarono la visualizzazione esattamente venti minuti prima del furto.
Il custode addetto al sistema di videosorveglianza commentava le immagini: “la telecamera posta all’ingresso mostra una cinquantina di turisti che si ammassano davanti l’ingresso. Sono gli stessi che stiamo trattenendo. Mentre stanno effettuando il pagamento del biglietto ecco che tra di essi si mescola una donna che indossa un capello a larghe faglie tanto che è impossibile osservarne il volto. La donna porta in mano una borsone, è vestita con un tailleur pantaloni. Pagato il biglietto, entra assieme alla comitiva ma dopo il corridoio iniziale la donna si distacca dal gruppo e va spedita verso un’ala opposta alla stanza dove è presente la statua trafugata. Si tratta di una sala dove sono esposte armi ed elmi del periodo greco. Lì apre il borsone e fa uscire la colomba che si mette a volare. Conclusa l’operazione esce da quella stanza e si porta molto velocemente nell’ala dove era custodita la statua dell’efebo. Una volta lì si fermava ad ammirarla. E’ come se aspettasse un segnale che arriva puntualmente quando la colomba con il suo volo fa scattare una serie di allarmi posti nella stanza delle armi. Immediatamente come potete vedere i nostri custodi si sono portati nella stanza dove è scattato l’allarme. Lì hanno visto la colomba e hanno pensato che si trattasse di un falso allarme. Nel frattempo la donna appena sente il fischio degli allarmi non perde un attimo di tempo si avvicina alla statua e indisturbata afferra la statua e si dirige verso la porta con la serratura antipanico. Da quel momento in poi non essendoci altre telecamere puntate sulla porta non abbiamo altre immagini.”
Romano affermò “chi ha attuato il furto conosce bene i luoghi e i sistemi di sicurezza e quindi non è escluso che ci può essere la responsabilità occulta di qualcuno all’interno del personale in servizio al museo – poi rivolgendosi al direttore chiese – ci deve fornire tutti i nominativi dei custodi in servizio al museo.”
Quando andarono via Di Falco e i suoi colleghi faticarono ad uscire a causa della calca che si era formata all’ingresso dell’edificio. Rientrati in ufficio i poliziotti iniziarono a stilare verbali e informative da inviare all’autorità giudiziaria raccontando tutto quello che avevano appreso in merito al furto.
Romano non rinunciò a fare una capatina presso l’archivio alla ricerca di qualche tombarolo o trafficante di opere d’arte. In merito salì dall’archivio tre fascicoli relativi a tre grossi trafficanti d’arte. Poi con i nominativi interrogò il terminale e scoprì che uno era ancora in carcere e stava scontando una pena, il secondo si era trasferito da diversi anni a Firenze, mentre il terzo era ancora lì residente e sicuramente molto attivo in base alle ultime informazioni contenute dentro il fascicolo. Si trattava dell’avvocato Pietro Salsedo di 55 anni. Ricco ereditiero, commerciava e accumulava reperti storici. Sembra che il padre avvocato e proprietario terriero gli avesse impedito da giovane di svolgere l’attività di archeologo per farlo diventare un avvocato come lui. Ma il giovane Salsedo forse per vendetta nei confronti del padre aveva dedicato la sua vita all’acquisizione e al commercio di opere d’arte anche quando questo era vietato dalla legge.
Romano non perse tempo e propose: “che ne dite di fare una visitina a Pietro Salsedo nelle mattinate, chissà che non sia implicato nel furto dell’efebo.”
Di Falco ci pensò su e poi decretò: “appuntamento alle tre di notte al Commissariato andiamo a fargli una bella perquisizione.”
Prima di andare via i poliziotti della squadra di polizia giudiziaria furono convocati nella stanza del Commissario Capo Capuozza. La discussione fu relativa al clamoroso furto e non mancarono le raccomandazioni “necessita un impegno straordinario teso al recupero dell’opera”.
In realtà la questione che fu sottolineata in quell’occasione era relativa a una frase mal digerita dal Questore proferita in sua presenza dal Colonnello dei Carabinieri al Prefetto e al Procuratore Capo “non vi preoccupate il nostro Nucleo Tutela Patrimonio Culturale è stato interessato e nel giro di qualche giorno saremo in grado di acciuffare i ladri e ridare al museo la tanto prestigiosa statua.”
Alle tre di notte la squadra al completo con due vetture si mosse in direzione della villa dell’avvocato Pietro Salsedo.
A vederla di notte non sembrava ma era una immensa villa a due piani immersa in una vera e propria tenuta. Arrivati al cancello di ferro battuto bussarono e attesero un bel pezzo prima che qualcuno rispondesse, a farli spaventare immediatamente invece fu il latrato di un cane corso che si posizionò dietro il cancello e cominciò a ringhiare e abbaiare finché non giunse l’avvocato in persona. In faccia Salsedo era incazzato come il suo cane, svegliato nel pieno della notte e con i poliziotti dietro la porta finse cordialità: “dovevano rubare l’efebo per avere ospiti sgraditi i poliziotti del commissariato”
Di Falco replicò “avvocato, siamo qui per una perquisizione come lei avrà sicuramente intuito.”
L’avvocato legò il cane, aprì il cancello e disse “siete arrivati in ritardo vi hanno preceduto”
Ombra ringhiò “che stai a dire?”
L’avvocato sorridendo invitò i poliziotti ad entrare in casa: “entrate, entrate ne approfitto per aprire un novello così mi date un parere sul mio vino di quest’anno.”
I poliziotti percorsero una trentina di metri e giunsero all’ingresso della splendida villa. La porta era semiaperta e furono accolti in un ingresso che era grande e un tantino tetro nello stesso tempo.
“Avvocato manco Dracula ci vorrebbe abitare qui” disse impertinente Ombra.
“Mi fa impressionare con questi discorsi, pensi piuttosto a dare un giudizio su questo novello” replicò l’avvocato con dei calici e una bottiglia in mano.
“Senta la bevuta ce la facciamo un’altra volta- disse Di Falco – adesso dobbiamo fare la perquisizione.
“Prego accomodatevi pure ma come vi stavo dicendo prima siete stati anticipati dai vostri colleghi carabinieri”disse con un ghigno beffardo l’avvocato mostrando un verbale di perquisizione che portava la data del giorno prima.
Di Falco rimase deluso e guardò in fondo al foglio per verificare l’esito della perquisizione. Avendo notato che il verbale era negativo e nulla era stato sequestrato disse: “i colleghi dei carabinieri sono sempre un passo avanti a noi ma questa volta gli è andata male.”
L’avvocato sorrise maliziosamente e poi disse “lei e i suoi uomini siete molto più simpatici del maresciallo dei carabinieri Rapisarda. Sa li trovo scorbutici e devo essere sincero un tantino invadenti. In realtà io dovrei tifare per loro considerato che è stato lei assieme alla Squadra Mobile ad arrestarmi per la prima volta.”
“Considerato che siamo stati preceduti penso che sia del tutto infruttuosa la perquisizione ma magari, considerato che le siamo simpatici, potrebbe aiutarci a recuperare la statua, del resto lei è un esperto e conosce i giri giusti” riprese Di Falco.
“Perché no a voi lo dico, c’è un sito su internet dove avvengono compravendite di reperti diciamo clandestini. Il server si trova in paesi dove questa pratica non è reato, purtroppo il sito è solo in inglese. Provate a farci un giro tra qualche giorno, chissà che non trovate qualche trafficante pronto a vendervi l’efebo. Il sito è www.antiquariotrade.org registratevi con un nome falso e cominciate a visitarlo giornalmente sono sicuro che vi condurrà da qualche parte.
“Grazie avvocato e ci scusi per l’orario” concluse la discussione Di Falco che poco dopo uscì dalla villa con il resto della squadra.
Nei giorni successivi l’amica dell’Ispettore Di Falco Grace Cremonesi fu ospite del commissariato. Essendo di madrelingua inglese era in grado di tradurre ciò che era scritto nel sito. Si registrò con un nome falso come la maggior parte degli utenti di quel sito e iniziò a navigare tra aste on line di pezzi e collezioni di grande valore artistico e archeologico che riguardavano tutto il mondo. Passati alcuni giorni i poliziotti decisero di mettere un annuncio civetta sul sito “cerco efebo greco stile Severo”.
Non trascorsero neanche ventiquattro ore e ci fu una risposta “anche io interessato a efebo greco stile Severo contattami”
“Minchia ci siamo!” disse entusiasta Romano.
Scrivigli che siamo disposti a un contatto per continuare le trattative suggerì Di Falco a Grace che tradusse e scrisse sul sito.
“Sono disponibili a contatto da effettuare a Palermo se per lei va bene?”
“Ok digli di fissare il giorno e l’ora” dispose Di Falco.
Trascorsero altre 12 ore ed arrivò la risposta “Ci vediamo mercoledì 13 corrente mese, ore 12, davanti le scale d’ingresso del Teatro Massimo di Palermo io porto un cappello a larghe falde”
“Minchia deve essere la ladra come segno di riconoscimento parla di capello a larghe falde” affermò soddisfatto Ombra.
“Scrivi che ci vedremo all’orario e al giorno pattuito e che tu indosserai un foulard rosso” suggerì Di Falco a Grace.
Giorno tredici Grace con uno splendido abito nero e un foulard rosso attaccato al collo si presentò all’appuntamento. Non era sola perché c’erano Ombra e Dispenza vestiti da netturbini che non la perdevano di vista neanche un attimo. Spazzavano e raccoglievano foglie sempre dallo stesso metro quadrato di marciapiedi. Alla riunione si era presentato anche Di Falco e Romano che erano giunti sul posto come tassisti un’ora prima. Vi erano anche la Fouser e Pisano che somigliavano a una coppia in viaggio di nozze che fotografavano il monumentale teatro. Le condizioni meteorologiche erano quelle della perfetta classica giornata primaverile palermitana. Dalla parte nord della piazza sbucò una Mercedes bianca con tre persone a bordo. Le segnalò Romano via Radio: “attenti l’auto si è fermata nei pressi del marciapiedi e nel sedile posteriore c’è un uomo con un cappello a larghe falde. Trascorsero pochi minuti e dalla vettura scese l’uomo con il cappello e si diresse verso Grace. L’uomo indossava una sahariana e pantaloni dello stesso colore donandogli un aspetto esotico. Il sospetto si avvicinò e in inglese chiese a Grace “Le interessa la scultura greca?”. Grace non rispose e puntò lo sguardo oltre il suo interlocutore, ciò determinò la rotazione del capo di quest’ultimo verso l’indietro, e proprio in quel momento l’uomo si accorse di una canna calibro 9 millimetri puntata nella sua fronte. Non ebbe neanche il tempo di comprendere cosa stesse succedendo che si trovò un braccio immobilizzato da Ombra e Dispenza che lo perquisì. Romano e Di Falco nel frattempo si erano avvicinati ai due uomini all’interno della Mercedes. Di Falco giunse all’altezza dello sportello posteriore lato conducente sfoderò la pistola aprì lo sportello si infilò all’interno e disse “mani alto polizia”
Romano aprì lo sportello anteriore del passeggero e disse: “Gianni che minchia ci fai qui?”
Gianni Rapisarda cognato di Romano, per averne sposato la sorella, si era arruolato nei Carabinieri lo stesso anno di Romano, il poliziotto in quel preciso momento si ricordò che il parente era in forza al Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Palermo da pochi mesi. Nel giro di pochi secondi arrivarono altri due uomini che urlano “fermi carabinieri” puntando le pistole in direzione degli occupanti della Mercedes. La Fouser e Pisano che erano intervenuti a ridosso dei carabinieri armati comprendendo la situazione si avvicinarono e mostrarono i tesserini della polizia ai loro colleghi carabinieri.
Di Falco inserì la pistola nella fondina e disse una sola frase: “www.antiquariotrade.org”
Gianni Rapisarda replicò alla stessa maniera: “www.antiquariotrade.org”.
Il maresciallo Rapisarda scese dalla macchina poggiò i gomiti sul tettuccio per scaricare la tensione e poi disse “l’avvocato Salsedo me la paga, brutto pezzo di merda, per poco non ci faceva sparare tra di noi.”
Di Falco chiamò Ombra e Dispenza che intanto avevano compreso di aver perquisito un carabiniere e non un trafficante di opere d’arte e poi propose: “Ci vediamo tutti nel parcheggio del porto.”
“ok” confermò Rapisarda che diede disposizioni agli altri.
Al parcheggio arrivarono tutte le auto con i poliziotti e i carabinieri che avevano partecipato all’operazione.
Di Falco e Rapisarda si spostarono in un angolo appartato per parlare.
“Abbiamo fatto una bella figura di merda, noi di questa operazione non abbiamo notiziato il magistrato, solo il dirigente del commissariato; se tu sei d’accordo scriviamo entrambi che all’appuntamento non si è presentato nessuno ed evitiamo di fare ridere i capi. Che ne dici?” Propose Di Falco.
“Ok anche io sono d’accordo, all’avvocato Salsedo vado a fargli visita questa notte stessa.” replicò Rapisarda.
“Senti io ho un’idea migliore per sistemare la pratica Salsedo ma mi devi dare tempo e fiducia.” rilanciò Di Falco.
“Ok pensaci tu, mi fido” chiuse il colloquio riservato il maresciallo dei carabinieri.”
Il fallimento dell’operazione fu un momento di riflessione per Di Falco che comprese come queste operazioni sotto copertura potevano finire male se non si svolgono sotto la super visione di un magistrato, infatti se avessero riferito al magistrato avrebbero scoperto che i carabinieri avevano un piano analogo lo stesso giorno e sarebbe stato facile capire che qualcuno gli aveva teso un tranello.
Della storia della statua non si ebbero altri spunti di indagini per circa due mesi quando giunse una lettera anonima indirizzata al commissario.
Nella missiva c’era scritto “Caro Cummissario lu Pupu do Zi Tanu l’arrubà dra bagascia di Pipina la Tunisina e ora si trova a Faru ni la casa di la Mennula”
Di Falco esaminò attentamente il contenuto della lettera che era contenuta in una busta affrancata. Scritta in dialetto, sicuramente con la mano sinistra per non far riconoscere la calligrafia.
In quella occasione l’ispettore di polizia ebbe la conferma che per essere dei buoni poliziotti bisogna innanzitutto conoscere le persone e il territorio e poi anche essere arguti tenaci e tutto quello serve per fare bene il suo lavoro, ma principalmente conoscere la gente e i luoghi. L’idea che si era fatta si rafforzò quel giorno perché Faro era un paese che distava una trentina di chilometri dal Commissariato e lui, a parte qualche ristorante e la splendida cattedrale barocca, non conosceva nulla. Pertanto chiamò Giovanni Vullo dell’ufficio Volanti e gli diede la lettera che era contenuta all’interno di una busta di plastica trasparente per proteggere eventuali impronte digitali latenti.
“Che mi sai dire?”
“La prima cosa è che Pipina la Tunisina è una mezza puttana di quaranta quarantacinque anni, la madre è una tunisina, il padre italiano, ormai morto, dovrebbe chiamarsi Giuseppina Passalacqua, molto probabilmente è mantenuta come amante da un mafioso del paese, Giuseppe Sciarra. Veste a troia e va in giro per il paese a bordo di una Peugeot decappottabile. La “Menulla” è una contrada periferica di Faro per lo più coltivata a mandorleti, lo dice il nome stesso.”
“Lo sai chi può essere sto Zio Tano o il suo Pupo?”
“A dirti la verità non ne ho proprio idea, se mi dai tempo provo a chiedere in giro.”
“Grazie te ne sono molto grato.”
A Di Falco quelle parole aprirono uno spiraglio di luce ma ancora erano più i dubbi che le certezze in quella storia.
Riunì la squadra e disse la sua: “la prima cosa che mi viene in mente in merito alla lettera anonima è che qualcuna possa averla scritta solo per danneggiare questa Passalacqua.”
Romano intervenne “magari avrà soffiato il marito o il fidanzato alla anonima autrice della lettera e questa si è vendicata calunniandola.”
“Secondo me – disse Ombra- l’anonima è preoccupata che il marito invece di portare i soldi a casa li porti a Pipina la Tunisina, del resto se a letto è più brava se li merita, o può darsi che la nostra amica tiene un piccolo bordello a casa sua e lì ci siano altre ragazze a spillare soldi ai Don Giovanni di Faro.”
Lu pupuDi Falco si alzò dalla scrivania in cui era seduto e decretò: “se chiediamo un mandato di perquisizione per uno scritto anonimo il magistrato anche se gli raccontiamo che si tratta di una mezza prostituta, non ce lo concederà mai, l’unica cosa che mi viene in mente è che se la Passalacqua sente puzza di gas e nel frattempo a casa sua bussano due della compagnia del gas non esiterà a farli entrare per verificare se ci sono perdite. Pertanto domani Ombra e Romano andate dal mio amico Giovanni Casà, gli chiedete al solito le tute e la macchina dell’azienda del gas, poi passate da casa di questa Pipina e gli inalate un po’ di gas che simula l’odore del metano. Fate passare dieci minuti e vi presentate dietro la porta e le dite che dovete effettuare un controllo. Con questa scusa date una occhiata alla casa e ci leviamo tutti i dubbi e non disturbiamo nessuno.”
“Ok buona idea” affermò Romano.
Il piano di Di Falco ormai collaudato da anni andò a buon fine, anzi andò oltre le più rosee aspettative. Non si verificava quasi mai che facilmente si risolvessero casi intrigati ma questa volta fu veramente una piacevole eccezione. Appena entrati i due poliziotti travestiti da operai della “Gasicilia” si imbatterono in una donna dai lunghi capelli neri con dei tratti arabi, un prosperoso seno messo in evidenza da una camicia scollata e un paio di pantaloni attillati che mostravano un sedere ancora sodo nonostante l’età.
“Giuro che vi stavo chiamando appena ho sentito l’odore, ci deve essere una dispersione di gas per fortuna che siete arrivati”
I poliziotti travestiti da impiegati della ditta del gas superata la soglia dell’abitazione non credettero ai loro occhi.
Nell’ingresso in bella evidenza e dentro una nicchia che sembrava ricavata apposta per contenerla videro la statua dell’efebo. La circostanza che li fece sorridere è che una statua di così inestimabile valore fosse utilizzata come porta cappello per un copricapo a larghe falde, molto probabilmente quello usato il giorno del furto.
Dopo l’iniziale cortesia dei due poliziotti finalizzata a ottenere la fiducia della donna per entrare dentro casa sua, Ombra alla vista della statua uscì al naturale: “brutta bagasciona zozza ma che cazzo ci fai con la statua rubata al museo?”
“Ma come si permette a parlarmi così?”
“Senti sottospecie di puttanone arabeggiante cerca di farti venire un’idea per spiegarci come mai a casa tua abbiamo trovato la statua dell’efebo, perché sei nella merda più totale e sta notte porterai il tuo bel culone dietro le sbarre del carcere.”
“Sì ma voi chi siete”?
“Minchiona ancora non l’hai capito, siamo poliziotti e siamo venuti ad arrestarti.”
La donna perse il suo naturale colore bruno e sbiancò in viso e tracollò su una poltrona dell’ingresso.
Romano si attaccò al telefono non gli sembrava neanche vero di stare per comunicare a Di Falco che avevano trovato la statua dell’efebo.
“Passo a prendere il direttore del museo per avere la certezza che si tratta di quella autentica e ti raggiungo” disse raggiante l’Ispettore.
Raggiunta l’abitazione il direttore Giacomo Fucà la guardò attentamente e conoscendola come una parte del suo corpo statuì senza dubbi: “E’ la statua originale, complimenti siete riusciti a recuperarla.”
Di Falco sentì nel cuore una grande soddisfazione, sorrideva come non lo faceva da mesi, dava delle pacche sulle spalle di tutti i componenti della squadra, non si mise a gioire come i calciatori che segnano un gol solo per il fatto che il salone dove erano presenti era appena cinque metri quadri.
L’abitazione della Passalacqua fu messa sottosopra alla ricerca di altre prove sul traffico di reperti. Furono controllati e messi sotto la lente di ingrandimento tutti i contatti che la donna aveva, alla ricerca di eventuali nominativi di trafficanti, ma la ricerca risultò infruttuosa.
Nel frattempo la notizia del ritrovamento cominciò a muovere tutto l’apparato mediatico e il Questore con il Commissario Capo Capuozza ebbero modo di spiegare nei dettagli le fasi del recupero della statua omettendo chiaramente la storia della lettera anonima e valorizzando l’attività investigativa.
Per comprendere meglio il perché di quel furto o del ritrovamento della statua all’interno dell’abitazione della donna Di Falco accompagnò la donna presso il commissariato. Seduta su un sedia e accerchiata dagli uomini della squadra di polizia giudiziaria la donna si sentì assediata.
A condurre l’interrogatorio fu Di Falco seduto dietro la sua scrivania ansioso di comprendere quale era la motivazione.
In verità il poliziotto aveva formulato un’ipotesi, ovvero, che la statua fosse stata rubata e nascosta in casa in attesa di trovare un acquirente a cui piazzarla. Ma questa ipotesi strideva con la circostanza che se qualcuno ruba una statua del genere la cela meglio e non la espone in una cripta dentro casa. Inoltre, la soluzione del caso doveva essere intrinseca nella lettera anonima che a qual punto era veritiera. Nello specifico nella missiva vi era scritto che il Pupo, che a questo punto non poteva che essere la statua, era di proprietà dello zio Gaetano, inoltre vi era scritto, come era stato dimostrato, che la statua si trovava a casa di Pipina la Tunisina ovvero Giuseppina Passalacqua.
La prima domanda dell’Ispettore fu: “conosci un certo Zio Gaetano o qualcuno che si chiama così?”
La donna lo guardò con aria di sfida e gli disse spavalda: “Io con gli sbirri non ci parlo, non sono una infame”
Di Falco si innervosì vistosamente e non fu l’unico in quella stanza, ma trattandosi di una donna comprese che le maniere dure non avrebbero sistemato la faccenda.
Per scaricare la tensione compresse i muscoli della mascella e si scricchiolò le dita delle mani.
“Senti Passalacqua o come cazzo ti chiami, tu per me già sei in cella. Io i verbali di arresto li ho già pronti, devo solo aggiungere il tuo nome e la tua data di nascita, ma siccome devo capire per intero cosa c’è dietro questo furto ti do la possibilità di collaborare, con la promessa di scrivere al magistrato in tuo favore, in modo da farti concedere gli arresti domiciliari e diminuirti la pena.”
La donna incrociò le braccia e accavallò le gambe e non spiccicò manco una parola.
Di Falco percepì il segnale di chiusura e comprese che in quella posizione l’unico vantaggio che aveva era l’incriminazione per ricettazione e la possibilità di tenerla nella cella di sicurezza del Commissariato sino alla data della fissazione dell’udienza per la convalida dell’arresto.
“Ombra porta la signora a farle conoscere la cella di sicurezza del commissariato, la troverà un tantino scomoda ma per qualche notte sono sicuro che troverà il modo di adattarsi.”
“Ha le corna dure Pipina la Tunisina” disse sorridendo Romano.
“Bisogna trovare il modo per ammorbidirgliele” replicò pensieroso Di Falco.
Era ormai stanco ed avvicinandosi l’orario di pranzo pensò di mollare tutto per andare a prendere un panino o qualcosa di simile da mettere sotto i denti. Si alzò dalla sedia e si diresse verso l’appendiabito per prendere il giaccone quando inavvertitamente si scontrò con Pisano che aveva in mano un fascicolo che aveva ritirato da poco dall’archivio. Quello scontro determinò la caduta del fascicolo a terra, dove alcuni documenti si disseminarono per il pavimento.
Pisano imbarazzato si giustificò “si tratta del fascicolo che mi avevi chiesto in merito al tizio che mantiene la Passalacqua”
Di Falco si inchinò per aiutare il collega a raccogliere i fogli per ricomporre il fascicolo e fu in quell’istante che sulla copertina rossa lesse “Giuseppe Sciarra di Gaetano” c’era il timbro con la dicitura “MAFIOSO” e una serie di date e numeri di protocollo.
Quella scritta per il poliziotto fu illuminante, si alzò di scatto prese il cellulare e telefonò al suo amico Calogero Castro, uno storico della mafia che l’ispettore aveva aiutato spesso nel reperimento di antichi documenti.
“Senti, Gaetano Sciarra di Faro che ti dice?”
“Mafioso del dopoguerra, ma vediamoci in biblioteca così se ho necessità di consultare qualche pubblicazione lo posso fare tranquillamente.”
“Ok tra mezzora alla biblioteca comunale. Io ancora non ho mangiato e ne approfitto per un panino, che fa penso pure per te?
“Saporita idea imbottiscilo a tuo gusto.”
I due si incontrarono come previsto dinanzi un edificio vecchio ma da poco restaurato, che era la biblioteca comunale, ed essendoci delle panchine si sedettero su una di esse all’ombra di un salice. Scartarono i panini con sgombro condito con sale, limone, pezzetti di pomodoro, origano e un pizzico di pepe nero e cominciarono a mangiare con molto piacere.
“Minchia! Eccellente” esclamò lo storico tra un morso e l’altro.
“Qui c’è la tua gazzosa” replicò il poliziotto soddisfatto di aver allietato il palato dell’amico.
“In merito a Gaetano Sciarra posso affermare che è stato un importante mafioso prima della dittatura fascista in Italia, ma nel 1925 durante la repressione contro la mafia dal prefetto Mori fu arrestato e poi confinato. Tornò in Sicilia dopo lo sbarco degli alleati nel 1943, ed essendo stato confinato dal regime fu scambiato dagli alleati come un antifascista e fu da loro proposto come sindaco di Faro, in realtà era solo un delinquente che i fascisti avevano mandato in confine. Fu il primo cittadino di quel paese per circa un decennio e oltre a diventare importante uomo politico crebbe all’interno delle fila di cosa nostra tanto da essere eletto rappresentante provinciale negli anni cinquanta. Fu tratto in arresto negli anni sessanta ma dopo un breve periodo di carcerazione fu liberato. Tutti in paese lo conoscevano come lo Zio Tano e restò una persona ‘ntisa sino alla morte. Il figlio Giuseppe vive dei frutti della ricchezza accumulata dal padre e del mito di quest’ultimo ma a detta dei suoi stessi affiliati è chiacchierone, inconcludente e vanaglorioso. Passa il tempo dietro a prostitute ed è uno che si allarga a parlare vantandosi di imprese mai compiute sia erotiche che mafiose. E’ stato arrestato circa sei anni fa nell’operazione “Alba nuova”, non so se ti ricordi, deve aver scontato tre anni, ed adesso è libero e gestisce un nuovo impianto di calcestruzzo, considerato che il primo glielo hanno confiscato.”
“Grazie per il quadretto adesso ti faccio una domanda un tantino più difficile; cosa può essere Lu Pupu du Zi Tanu.”
“Ne ho sentito parlare, ma non ricordo bene, dovrebbe essere una statua o qualcosa del genere, finiamo di mangiare ed andiamo in biblioteca sicuramente troveremo dati più certi.”
I due entrarono in biblioteca salutarono gli addetti e Calogero Castro si immerse immediatamente nella lettura di raccolte storiche di quotidiani, registri e libri.
Il quadro di Giuseppe CipollaDi Falco ne approfittò per dare un’occhiata alle ultime pubblicazioni e con grande rammarico si accorse che la maggior parte dei gialli pubblicati dagli editori italiani erano di autori stranieri.
Non passò molto tempo e lo storico gli mostrò una serie di copie di vecchi quotidiani che parlavano del famoso “Pupo du Zi Tanu”.
Si tratta di una vecchia copia del Giornale di Sicilia del 1925 e in un pagina c’era la foto di un soddisfatto prefetto Mori con la famosa statua dell’efebo. La retorica fascista condiva il tutto.
Ennesima impresa del Prefetto di Ferro contro la mafia. Mori a capo di un contingente di Reali Carabinieri a Cavallo circondava il paese di Faro dove traeva in arresto una ventina di mafiosi. Nell’abitazione di uno di questi ed esattamente in quella del noto mafioso Gaetano Sciarra rinveniva la famosa statua dell’efebo. L’importante reperto archeologico, che si fa risalire al periodo della colonizzazione greca in Sicilia, utilizzato a casa del malfattore come semplice cappelliera, veniva consegnato al direttore del museo civico per essere esposto nella opportuna sede. Ancora una volta si è dimostrato come il disegno politico del Duce di liberare la terra di Sicilia da briganti, mafiosi e malavitosi sia ormai una questione di grande interesse nazionale.
“L’articolo continua con le fasi della cattura ma suppongo che non sia di tuo interesse. Ma sembra che da quella data la statua divenne celebre in paese come “Lu Pupu du Zi Tanu” anche perché sembra che il mafioso abbia intentato un causa negli anni ’50 per essere risarcito.” Aggiunse Gero Castro.
“Molto bene, adesso è chiaro il movente del furto. Sicuramente Giuseppe Sciarra ha pensato di riappropriarsi della statua che lui è convinto appartenesse al padre, una circostanza in linea con il personaggio. Chiaramente ad occuparsi del furto è stata la Passalacqua per conto dell’amante, quindi si spiega la custodia dentro la casa della statua nella cripta e l’antico utilizzo della stessa come cappelliera” sostenne Di Falco.
Il poliziotto compreso il movente pensò che era necessario raccogliere le prove contro Giuseppe Sciarra e si convinse che l’unica che poteva testimoniare contro di lui era la Passalacqua.
Tornò in Commissariato e si mise a riflettere sul modo di convincere Pipina la Tunisina ad infamare lo Sciarra.
La prima situazione che gli venne in mente era che a scrivere la lettera anonima doveva essere una persona che conosceva la storia del Pupu du Zi Tanu ed era pronta a denunciare la Passalacqua. Tra i soggetti a cui pensò immediatamente fu la moglie dello Sciarra. Su questa base elaborò la sua strategia. Prese il telefono chiamò Ombra che era in pattuglia assieme a Pisano e gli disse di rientrare in Commissariato.
“Vai a casa di Sciarra Giuseppe, se non lo trovi lì vai al’impianto di calcestruzzo, lo prelevi e lo porti qui” dispose Di Falco a Ombra.
“Ok capo” replicò l’altro.
In meno di venti minuti Ombra portò il mafioso al cospetto di Di Falco. L’uomo con un addome gonfio come una mongolfiera con le gambe esili in rapporto alla pancia si sedette e disse: “lei Ispettore Di Falco trova sempre il modo per disturbarmi e spero che questa volta sia una cosa seria”
“Questa volta è proprio seria Sciarra e rischi di restare in galera per diversi anni, ma la cosa che mi ha sorpreso di te è che la tua amante è in carcere per il furto della statua e nonostante ti stia coprendo il culo tu te ne stai fottendo altamente. Si vedi che te la scopi solo e non ci tieni a Pipina la Tunisina.”
“Ma che dice quale amante, che mi sta mettendo in mezzo da nuccenti?”
“Ma smettila lo sanno tutti in città che siete amanti e tu la mantieni e la fai vivere nella vecchia casa di tuo padre, dove abbiamo trovato la statua dell’efebo. In realtà pensavo che eri un galantuomo e ti saresti preso cura di lei.”
In quel momento Di Falco fece scattare il suo piano e bleffando continuò : “Evidentemente non lo hai fatto e l’hai lasciata in cella. Lei delusa ha ammesso che sei stato tu a chiederle di rubare la statua che consideri di tuo padre e pertanto ti dichiaro in arresto per il furto “
Sciarra vistosi scoperto sbottò: “sì la statua era di mio padre, l’ha comprato da un viddano che l’ha trovata in un pozzo, non è giusto che lo Stato se l’ha presa senza pagarici manco na lira. La statua è mia picchi prima era di mio patri.”
“Ombra vai a casa di Sciarra e vai a prendere il borsone con qualche indumento intimo, che tra poco lo accompagniamo in carcere e fai venire sua moglie così almeno prima di andare in galera può salutare il marito. Pisano accompagna il signor Sciarra in sala aspetto tra poco arriverà la moglie che lo deve salutare e gli deve portare il borsone.
Mentre Ombra andava a prendere la moglie di Sciarra, Di Falco lo chiamò al telefono: “quando state per far entrare la moglie di ‘sto pezzo di merda, dentro la sala aspetto, fammi uno squillo sul cellulare. Non te lo dimenticare?”
Ombra ridacchiando rispose: “non vedo l’ora di capire che stai combinando, ma sono sicuro che ti stai inculando a sangue a Sciarra, per come si merita.”
Chiusa la conversazione con Ombra Di Falco telefonò al numero interno del piantone che era pure addetto alla camera di sicurezza: “fatti sostituire da Iacono e portami sopra quella mezza buttana che hai in cella.”
Non trascorsero cinque minuti e la Passalacqua con una faccia più velenosa di un cobra si sedette di fronte all’Ispettore.
Di Falco per aumentare lo stato d’ira della donna rincarò la dose con pungente ironia: “ha gradito i nostri servizi di soggiorno e ristorazione? Prima di lasciarci c’è una cassettina dove può lasciare le sue critiche o eventuali suggerimenti.”
La donna lo fulminò con gli occhi e per un istante si capì che gli avrebbe infilzato le unghia in faccia, ma si trattenne e non pronunciò parola. L’ispettore si convinse che il suo piano stava andando a meraviglia e quella vampata di rosso nella faccia della donna era indice di una scarica di adrenalina che egli aveva sapientemente provocato. La donna stava a braccia conserte, era spettinata e seduta rigida sulla sedia tanto che la sua schiena non toccava la spalliera.
“Allora, signora Passalacqua non ha niente da dirmi in merito al furto della statua? Conosce il signor Giuseppe Sciarra? Di chi è la casa dove vive?
La donna sembrava addestrata dai servizi segreti del mossad non rispondeva neanche a una domanda del poliziotto e lo guardava fisso negli occhi cercando di trasmettergli tutta la ferocia che le esplodeva dentro. Di Falco sapeva che stava giocando con un toro inferocito e doveva solo spostare l’oggetto della collera della donna da lui verso Sciarra, solo così avrebbe ottenuto quello che cercava in definitiva, ovvero una chiamata in correità dell’amante della donna.
Di Falco non si scompose, e con un sorriso beffardo, estrasse dal fascicolo opportunamente imballata con del cellofan trasparente la lettera anonima che aveva accusato l’arrestata.
“La vedi questa? E’ la lettera anonima nella quale c’è scritto che tu avevi a casa la statua cioè “Lu Pupu du zi Tanu” che tu sai essere la statua che avevano confiscato al padre del tuo grande amore che ti sta lasciando marcire in cella, mentre lui afferma che di statue non ne sa niente.”
La donna prese la lettera in mano e lesse. Una seconda scarica di adrenalina la percorse lungo tutto il corpo le mani cominciarono a tremarle e assieme ad esse la lettera.
Di Falco con un sorriso beffardo e con la voce in falsetto le chiese: “lo sai chi ha scritto questa lettera anonima, prendendoti per bagascia? Dai, non ci vuole molto a capirlo. L’abbiamo capito pure noi che siamo sbirri coglioni.”
La donna piegò la testa aveva in mente qualcosa ma non si sbilanciò. Di Falco avvicinò la sua testa ai suoi occhi con un sorriso sarcastico e le disse: “ma dai che te lo immagini, Manno Assunta, la moglie del tuo amoruccio. E qui c’è la relazione della polizia scientifica che ha confrontato le calligrafie” continuò il poliziotto mostrando un fascicolo che aveva l’intestazione della polizia scientifica ma conteneva una perizia per un caso diverso.
L’ultimo atto della sua tragedia fu quando Ombra gli fece squillare il cellulare per comunicargli che la moglie di Sciarra stava incontrando il marito nella sala aspetto.
“Vieni che ti faccio vedere una cosetta” disse alla donna e la condusse nella stanza adibita alla videosorveglianza.
Lì vi era l’addetto alla sorveglianza e un monitor nel quale si potevano vedere le immagini riprese dalla telecamere del sistema a circuito chiuso.
“Facci vedere le immagini della sala d’aspetto” dispose Di Falco al collega.
L’addetto non perse tempo, spinse un tasto, aprì un menù a tendina e poi selezionò la telecamera della sala d’aspetto. Neanche a farlo apposta la scena che si vide sul monitor fu una di quelle da pubblicità dove protagonista era la famigliola felice. La moglie di Sciarra intenta a sistemare la camicia del marito e quest’ultimo che le accarezzava la testa a sua volta.
“Ma guarda che bel quadretto familiare, certo che la Manno è stata proprio brava a riprendersi il marito e in una sola mossa è riuscita pure a liberarsi di te facendoti sbattere in galera.” sobillò la Passalacqua Di Falco.
L’arrestata fu presa da una crisi di nervi e urlò “Buttanissima ora ci penso io a fariti godiri a to maritu! Ispetto’ aiu a fari una dichiarazione immediatamente.”
Queste erano la parole che il poliziotto voleva sentire dall’arrestata. Non perse tempo la condusse nel suo ufficio si sedette al computer aprì un nuovo verbale iniziò a scrivere.
La donna raccontava e lui scriveva, ogni tanto lei si fermava nel raccontare e suggeriva “Ispetto’ incarcassi la munu ca galera n’ava mangiari chiossa di mia stu bastardu”.
Con quel verbale pieno di dichiarazioni facilmente riscontrabili fu facile chiedere al magistrato di turno ed ottenere il fermo di Giuseppe Sciarra. Del resto Tarallo, anche se non sapeva niente della faccenda, appena vide il mafioso nella sala d’aspetto gli profetizzò: “vossia stasira arrischia di scurare al carcere di San Vitu”.
Per chiudere in bellezza la faccenda Di Falco si doveva togliere un altro sassolino e come diceva lui in questi casi più che un sassolino era un mazzacane. Pertanto telefonò al suo amico giornalista Donato Gueli e gli disse; “Ti do un’indiscrezione, ma tu non te la tenere per te, scrivila nel giornale e falla dire in televisione nel TG delle 20,00 quello più seguito e che replica ogni ora. A risolvere il caso del ritrovamento della statua trafugata al museo è stata determinante la collaborazione di un locale trafficante di reperti archeologici pentito, che era stato arrestato alcuni anni addietro, e che è un facoltoso libero professionista.”
Qualche giorno dopo che uscì la notizia gli telefonò il maresciallo dei carabinieri Gianni Rapisarda quello del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e gli disse: “ho letto il giornale e ora il nostro amico avvocato sembra che abbia la peste e nessuno che si occupa di traffico illegale di reperti archeologici sembra voglia avvicinarlo o fare affari con lui. Nel giro ormai l’hanno ribattezzato l’avvocato Buscetta. Grazie a nome di tutti i colleghi e complimenti per la risoluzione del caso.”
“Lu Pupu du Zi Tanu è ritornato a casa sua e questo è la mia più grande soddisfazione”
“Scusa Di Falco ma che è ‘sto Pupu du Zi Tanu?”
“Niente lascia perdere minchiate un giorno magari quando andiamo a visitare il museo assieme te ne parlo”

Fabio Fabiano

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