L’orologio dell’antimafia si è fermato ai tempi di Caselli

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Nel nuovo numero di “S”, nella rubrica “L’Osservatore Romano”, Gaetano Savatteri si occupa di Grasso e Ingroia. Per moltissimi italiani i due magistrati sono esponenti di punta del fronte antimafia. I loro contrasti, fino a poco tempo fa, erano noti solo agli addetti ai lavori. Ma con la candidatura di entrambi lo scontro è esploso. Rivelando che nella lotta a Cosa nostra esiste una spaccatura che risale a vent’anni fa. Savatteri ne racconta i contorni

altPALERMO – “Abbiamo pensato di invitare i magistrati Piero Grasso e Antonio Ingroia nella nostra scuola. Così potranno parlare ai ragazzi di legalità e di lotta alla mafia. Non è una bella idea?”. La professoressa aspetta una risposta, possibilmente vuole anche una mano d’aiuto per contattare Grasso e Ingroia e portarli assieme nell’aula magna della sua scuola. Bella idea, no? Bellissima. Ma per far capire che è molto difficile, se non impossibile che Grasso e Ingroia siedano allo stesso tavolo, occorre un giro di parole un po’ ipocrita, mettendo le mani avanti: “Sa, professoressa, sono molto impegnati, sarà complicato far conciliare le agende di entrambi. Riparliamone”.

Andando in giro per scuole, convegni e manifestazioni sulla legalità, capita spesso – non solo a me – di sentirsi rivolgere queste domande, dal nord al sud dell’Italia. Per moltissimi italiani, Grasso e Ingroia sono due esponenti di punta di un fronte antimafia che negli ultimi venti anni ha raggiunto successi considerevoli nella lotta a Cosa Nostra. L’esistenza di attriti personali e professionali, di divergenze sulle politiche giudiziarie e di incompatibilità reciproche era invece noto solo agli esperti di “procurologia”, materia di competenza di una cerchia tutto sommato ristretta di magistrati, avvocati, giornalisti e osservatori attenti degli equilibri sempre complessi della procura della Repubblica di Palermo.
altLe candidature alle elezioni nazionali, con Piero Grasso nelle liste del Pd e Antonio Ingroia a capo del movimento Rivoluzione Civile, hanno finito per esaltare e rimarcare pubblicamente differenze e contrasti. Le prese di distanze felpate di Grasso e quelle più irruenti di Ingroia, nelle loro conferenze stampa di presentazione, hanno reso palese quello che prima rimaneva più o meno sotto traccia. E hanno riaperto una frattura che risale a venti anni fa e che si è via via accentuata: da una parte i pm considerati vicini a Gian Carlo Caselli, dall’altra quelli ritenuti prossimi a Piero Grasso.
Vecchia storia, registrata per la prima volta, ufficialmente, subito dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, quando un gruppo di magistrati della procura firmò un documento contro l’allora procuratore capo Pietro Giammanco. Attorno a quelle firme, contando adesioni o assenze, si sono costruite assonanze, sintonie, cordate, amicizie e inimicizie.
Nel 2012, in un mondo cambiato, il peso di quell’antica divisione grava ancora sul mondo dell’antimafia istituzionale, trasferendosi dentro il Consiglio superiore della magistratura, riverberandosi sulle forze dell’ordine e diventando adesso il binario sul quale correranno le politiche giudiziarie antimafiose di due formazioni di sinistra come il Pd e altRivoluzione Civile. Il Pd con Grasso. Rivoluzione Civile con Ingroia.
In vent’anni, le ragioni del dissenso si sono approfondite, passando per l’esito dei processi ai politici promossi dalla procura di Caselli, per la gestione di alcuni pentiti e del processo contro Totò Cuffaro della procura di Grasso, per la vicenda politica che bloccò Caselli nella corsa alla procura nazionale antimafia, finendo per avvantaggiare Grasso. Senza parlare del diverso approccio verso l’indagine sulla trattativa tra Stato e mafia, con le refluenze che hanno investito il Quirinale.
Contrasti inconciliabili, dunque. Sul terreno restano i dubbi avanzati dallo storico della mafia Salvatore Lupo: “C’è in questi apparati un conflitto fazionario che ha motivazioni autonome, come quello secolare tra carabinieri e polizia. Comunque le ragioni di merito erano percepibili negli anni Ottanta, quando veramente si crearono le basi nuove per un’efficace lotta alla mafia. Adesso non più: non vorrei che sul campo restassero soltanto le ragioni di carriera, di rappresentanza di gruppi e di fazione”.
È inverosimile lanciare un appello generico a Grasso e Ingroia per trovare una linea comune sull’antimafia. Sarebbe ingenuo. Ma qualcuno dica che risposta dare a quella professoressa quando vorrà invitare Grasso e Ingroia nella sua scuola. Anche se forse, ormai, anche lei ha capito che è una bella idea, ma irrealizzabile.

Gaetano Savatteri


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