Li chiamano uomini a perdere

|




Sono più di 1200 in Italia. Sono i detenuti condannati all’ergastolo ostativo. Non possono usufruire di alcun permesso. Per loro un altro natale nella cella da dove potranno uscire solo dentro a una bara.

Natale dietro le sbarreE’ lunga cinque passi, larga tre. Entrando a sinistra c’è una tenda che copre il cesso e un lavandino. Di seguito un piccolo fornellino da campeggio appoggiato su un tavolinetto. Sulla parete di fronte c’è un letto attaccato al muro che durante il giorno viene sollevato per fare spazio. Sulla parete di destra c’è un tavolo per due persone. Incassato in alto, che quasi tocca il soffitto, c’è un televisore da dodici pollici. La porta è di ferro, pesante e scricchiolante. Il loro mondo è tutto qui dentro. E qui dentro, nella solitudine angosciante di una cella passeranno l’ennesimo Natale. E chissà quanti altri ancora: finché campano! Perché da qui non usciranno se non sepolti dentro a una cassa di legno. Li chiamano uomini a perdere.

Fantasmi silenziosi che si agitano in quelle lugubri strutture dove seppelliscono le vite di chi ha sbagliato. Sono ergastolani, sono fine pena mai. Alcuni confidano nei permessi premio. Altri nella semilibertà. Altri ancora nel cosiddetto articolo 21 che ti permette di uscire la mattina per andare a lavorare fuori e tornare in cella la sera. Altri non sperano in nulla. Non possono sperare perché hanno avuto inflitto l’ergastolo ostativo. Sapete cos’è? Non è solo il carcere a vita. E’ qualcosa di molto di più. L’ergastolo ostativo non prevede premi, permessi straordinari, men che meno semilibertà. Una forma di accanimento che sembra andare in direzione opposta rispetto all’obiettivo che si prefigge una detenzione: la rieducazione e la riabilitazione del detenuto. Lo dice la nostra costituzione. Eppure, nelle nostre carceri ci sono più di mille e duecento persone condannate “in nome del popolo italiano”all’ergastolo ostativo.

Loro lo chiamano “la pena di morte viva”. Ne ho incontrato uno recentemente in carcere condannato all’ergastolo ostativo. Uno che sta provando a reagire, che sta lottando per non farsi risucchiare per sempre dall’oblio senza posa di una condanna, definitiva come un marmo. Come lui ce ne sono altri. Che tengono duro, che provano a farsi sentire. Che invocano un atto di clemenza. Con chi brinderanno loro a Natale? Con chi mordicchieranno una fetta di panettone? Ci sarà sempre un poliziotto penitenziario intenerito. Che poi chi fa quel lavoro finisce sempre per farsi toccare le corde più sensibili del suo animo. L’ho fatto anch’io quel lavoro. E l’ho passato anch’io un Natale “rinchiuso” con loro. E a un certo punto succede. Non so se indigni o meno qualcuno, ma so che succede, perché anche a me, seppur trent’anni fa, è successo. Potrà apparire retorica grondante e buonismo sotto le feste. Ma succede. C’è sempre chi aprirà un panettone e ne taglierà una fetta anche per loro. E verserà un dito di spumante in un bicchiere di plastica, e brinderà con loro. Poi farà il suo dovere. Richiuderà la porta di ferro pesante, darà la doppia mandata, e aspetterà che il turno finisca per tornarsene a casa. Ad abbracciare la moglie, a sbaciucchiarsi i figli. Loro invece, attingeranno anche quella notte dal pozzo senza fondo della memoria che devono conservare allenata. E infine chiuderanno gli occhi sul Natale dei sogni che non scaldano più le loro grame esistenze.


Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *