“L’emigrazione è stata la mia università”

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Incontriamo Nonò Salamone, l’ultimo grande Cantastorie di Sicilia. “Mi interessano tanto i giovani; appassionarli, coinvolgerli e fargli amare la nostra musica, le nostre tradizioni e la nostra Sicilia”.

Nonò Salamone

Nonò Salamone è un cantastorie siciliano colto e raffinato, che ha lavorato tanto nella sua vita, a Milano, a Torino, in Germania, a Dillingen. Ha frequentato molti poeti, scrittori e registi, da Mario Soldati a Ugo Gregoretti. Nato a Sutera, uno dei borghi più belli della provincia di Caltanissetta, questa intervista è una sua testimonianza di vita.

Come e quando nasce la tua passione per la musica?

Mia madre mi raccontava che appena nato, non piangevo ma cantavo, invece io ricordo che vicino a casa mia, c’era un calzolaio molto anziano, quando mi vedeva, mi faceva sedere a cavallo al suo ginocchio e mi diceva, “ora cantami una canzone Nonò”, ed’ io senza farmi pregare iniziavo così: “Bandela lossa a la littossa, bandela lossa tilombelà”.

Sei stato un emigrante: a Milano, in Germania, a Torino, che cosa ricordi di queste esperienze?

Penso, che l’emigrazione sia stata la mia Università, quando sono arrivato a Milano, non sapevo nemmeno come si attraversava una strada! Prima di lasciare il mio paese, solo qualche volta, ero stato a Mussomeli, Campofranco, Casteltermini e altri paesini del vicinato, con tanta umiltà riuscii a conquistare il mio spazio musicale in diversi locali importanti come il “Principe”, “L’Arizona” e la “Stella d’oro” e cantare con orchestre come: Torreggiani, Papetti e Fiammenchi autore allora della famosissima canzone “Berta Filava”. Mi venne a trovare mio fratello dalla Germania e mi convinse di seguirlo verso Dilingen. A Milano vivevo da solo, avevo quasi diciotto anni, e la mia vita era molto sacrificata, perché a quei tempi, noi meridionali eravamo accolti peggio degli extracomunitari di oggi! Si viveva nelle cantine, dieci quindici persone per stanzone, senza servizi igienici, certo da questo punto di vista, la situazione era drammatica. Sicuramente in Germania era tutta un’altra cosa, c’era mio fratello con la famiglia, e tanti altri amici siciliani e molti del mio paese. Sebbene agli inizi, non conoscessi la lingua, presto trovai un lavoro in un cantiere edile e quasi subito iniziai a suonare e soprattutto a cantare con un complesso musicale formato di miei compaesani, sebbene il nostro repertorio fosse fatto di canzoni italiane il complesso, si chiamava “The Red Devilis”. Facevamo tutte le manifestazioni organizzate dal consolato e dai Centri Italiani, In quella zona della Saarland eravamo i numeri uno. Col passare del tempo cominciavo a temere che le mie radici potessero fare una presa irreversibile in Germania, vedevo tutti quelli che finivano per sposarsi con una ragazza del posto, veniva a crearsi un legame con quella terra che diventava impossibile tornare indietro; naturalmente i figli gli nascevano tedeschi, con tutto il rispetto, questa cosa mi spaventava e mi faceva impazzire! Decisi di tornarmene in Italia, a Torino, dove ho vissuto gran parte della mia vita. In questa città, abitando proprio nel centro, tra via Palazzo di città e Via Po, proprio accanto alla Rai, al Teatro Reggio, al Comune, al Palazzo Reale, certo avevo tante occasioni, di incontrare gente interessante, del mondo dell’arte e dello spettacolo; proprio in Via Montebello si facevano le selezioni per il concorso nazionale di voci nuove della Rai-TV “La piccola ribalta” vi partecipai e vinsi, e da lì ebbe inizio il mio percorso musicale e teatrale a Torino. Con spettacoli nei teatri torinesi, nelle manifestazioni più importanti, e tanta Rai sia Radio che televisione.

Nonò Salamone

Come hai vissuto il ritorno da Torino nel paese Presepe di Sutera?

Quando ero ragazzino non vedevo l’ora di andarmene via da questo piccolo paese ma una volta lontano, sentivo il bisogno di ritornarci, anche solo per pochi giorni, era un bisogno vitale! Mi sentivo cittadino del mondo, ma il mio corpo per campare aveva bisogno di quell’aria, anche per pochi giorni, bastavano a temperarmi per il periodo che ne vivevo lontano. Col passare degli anni, mi sono reso conto, quanto poco avevo vissuto, quel paese che tanto amavo, e mi preoccupavano tante cose, la più importante, quella che una volta vecchio, ci poteva essere il rischio, di morire di nostalgia e non vedere più la mia montagna, ma soprattutto rischiare che dopo morto potevo rimanerne sempre lontano. Grazie a Dio, sono rimpatriato in tempo, per respirare, vivere e godere l’aria del mio paese.

I Cantastorie in Sicilia sono stati i veri “giornalisti” del popolo e qualcuno vi sta proponendo come Patrimonio dell’Umanità?

I Cantastorie in Sicilia, per quello che io ricordo, lasciando in pace la loro antica storia, giravano per i paesi dell’isola, accompagnati da un familiare, poiché la maggior parte erano ciechi, erano accompagnati da una figlia oppure dalla moglie, che oltre a portarli sotto braccio, spesso, avevano una gabbietta con una cocorita bene addestrata a prelevare la famosa pianeta della fortuna! Che serviva per arrotondare l’incasso abbinato alla vendita della storia scritta nel famoso foglio volante. Negli anni cinquanta, cominciò ad arrivare, una nuova generazione di cantastorie, formata da: Orazio Strano, Ciccio Busacca, Vito Santangelo, Paolo Garofaro e tanti altri! Di solito si posteggiavano nella piazza più importante del paese. Avevano predisposto sul tettuccio della loro macchina un mini palchetto, alle loro spalle piazzavano un cartellone dipinto con la storia che rappresentavano, finita l’esibizione, si invitava il pubblico ad acquistare la storia, che spesso era romanzata dall’artista in modo esagerato. Si trattava di notizie vere e inventate, ma questo era poco importante, quello che contava era appassionare e coinvolgere gli spettatori, spesso le storie erano piene di morti giustiziati per vendetta e delitti d’onore, più morti c’erano e più la gente si lasciava prendere, e comprava la storia. Subito dopo iniziarono con la vendita dei dischi e delle musicassette; iniziarono alcuni passaggi televisivi, addirittura Ciccio Busacca fu ospitato da Mike Bongiorno in una famosa trasmissione, Dario Fo inserisce nel suo spettacolo “Ci ragiono e canto” il fior fiore dei cantastorie, da Busacca a Rosa Balistreri ; ancora Busacca lavora con De Simone, e la Balistreri con La Proclemer con lo spettacolo “La Lupa”! Ultimamente c’è un po’ di confusione, sono tanti quelli che si definiscono cantastorie, addirittura da Claudio Baglioni a De Gregori, molti artisti siciliani sono convinti di essere eredi di uno o dell’altro artista, scimmiottando: Busacca, Strano e la stessa Balistreri, ma “sbagliano”! Ogni artista deve essere se stesso, come lo sono stati i grandi del passato!

Quando si parla di te, molti dicono: Nonò Salamone è l’ultimo cantastorie della Sicilia, è vero?

Non lo so se è vero, e perché si pensa questo! Cerco di dare una spiegazione a queste domande: sono stato amico e ho cantato con i più grandi della musica popolare italiana; ho frequentato molti poeti, scrittori e registi della letteratura italiana del secolo scorso, da Mario Soldati a Melo Freni, Massimo Scaglione, Ugo Gregoretti, Maurizio Scaparro e tanti altri; ho fatto teatro, radio, televisione e anche un pizzico di cinema; ho cantato in diversi teatri e nelle piazze di tutto il mondo; sono stato contadino, operaio in cantieri edili, ho lavorato per diversi anni in fabbrica, ho sempre raccolto e letto libri comprati spesso nelle bancarelle. Credo in questa immensa vita piacevole e anche difficoltosa, di avere accumulato e imparato tante cose, la più importante, quella di rimanere sempre me stesso. La ragione può essere questa.

Da dove nascono le tue canzoni?

Dall’attualità, dalla vita di tutti i giorni! Il mio repertorio è vasto e anche vario, i temi sono tanti, a volte arrivano inaspettatamente come per esempio una vigilia di Natale, nel tardo pomeriggio, in una grande strada di Torino mentre diluviava, rientravo verso casa e vidi un barbone proprio in mezzo alla strada, tra le macchine che correvano, l’ avevo conosciuto un giorno nelle vie del centro mentre rovistava nei cassonetti dell’immondizia, stava cercando qualcosa da mangiare, in quell’occasione mi ero messo a parlare con lui. Lo invitai al bar a mangiare qualcosa, diventammo quasi amici e mi ha raccontato la sua vita e ne feci una ballata, con quel drammatico finale della notte di Natale. Un’altra storia: una sera mentre rientravo a casa in Via Palazzo di Città, sempre a Torino, all’angolo della strada c’era tanta gente assiepata, era successo un incidente c’era per terra un ragazzo morto, era uno straniero. Ho pensato subito alla sua famiglia lontana e alla sua vita vissuta lontano dai suoi affetti mentre la gente guardava solo per la curiosità di vedere il morto! Così nacque una mia canzone dal titolo: “Vegetazione” e tante altre storie.

Ti è mai capitato di piangere mentre canti, come avveniva a Ciccio Busacca?

Penso, sia un mio difetto, mi commuovo sovente e riesco a cantare solo se alla commozione aggiungo la rabbia. In questo modo riesco a dare forza alle corde vocali, diversamente la mia voce verrebbe fuori debole e poco intonata.

Luigi Di Pino, Alfio Patti, Nonò Salamone e Carlo Barbera al Festival dei Cantastorie di Paternò

Qual è la canzone alla quale ti senti più legato?

Credo una delle prime, “E vaiu a lassari”. L’ho scritta alla fine dell’anno scolastico al terzo avviamento agrario, agli esami scritti d’italiano sul tema: “Parlate dell’emigrazione”, io presentai questa poesia che poi musicai!

“Mamma mia mi nni vaiu

a travagliari ‘unni codda lu suli

e ta’ lassari cccu tantu duluri”!.. …

Hai conosciuto Modugno, qual è stato il tuo rapporto con lui?

Per caso! Si doveva fare uno sceneggiato televisivo, e Modugno ne doveva cantare la sigla. Alla Curci Editore, avevano sentito una mia canzone ed erano interessati ad usarla per l’occasione. Poi la cosa non andò in porto, perché Mimmo scelse un canto popolare che con la Bonaccorti modificarono leggermente, divenendone padroni. Il canto è “Nebbia alla Valle” Che poi divenne “Amara terra mia”. In quei periodi ho avuto modo di incontrare la grande Modugno, alla Galleria del Corso a Milano.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

E’ brutto dire non ho più grandi progetti! Mi piace fare tante cose, ma capisco che i grandi progetti li devono fare i ragazzi, io di quello che passa, prendo, ciò che m’interessa, Cercherò di dosare bene il mio tempo libero. Vorrei riuscire a sistemare il mio archivio pieno di molte cose importanti, Non mi sento vecchio e nemmeno arrivato, dico anche che sto benissimo! Scrivo sempre qualcosa, faccio qualche concerto dove mi fa piacere andare, e posso permettermi, anche di non farlo! Mi interessano tanto i giovani; appassionarli, coinvolgerli e fargli amare la nostra musica, le nostre tradizioni e la nostra Sicilia.

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