L’antimafia dei tradimenti e delle carriere

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Da Caterina Chinnici che scalza Beppe Lumia nelle gerarchie del Pd in vista delle prossime europee, passando per Sonia Alfano che scompiglia le certezze a sinistra candidandosi sotto l’insegna dei democrat, fino al possibile avvicendamento all’assessorato Energia fra Ingroia e Marino. La rivoluzione antimafia sembra essersi conclusa in malo modo, o non è mai iniziata? 

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Francesco Foresta

E ora chi glielo racconterà alla base, pronta a gridare al complotto in caso di mancata candidatura? Che potrà mai inventarsi il buon Beppe Lumia per attaccare il Pd dei cattivi e dell’antimafia dura e pura che, inesorabilmente, senza neppure troppi isterismi, l’ha lasciato in panchina nella prima e più importante partita dall’avvento di Renzi premier, le Europee del 25 maggio?

La beffa è che non è che gli hanno messo in lista un Crisafulli qualunque, un colluso e contiguo comunista facile da “mascariare” invocando l’intervento di chissà quali garanti. Il nome, meglio il cognome, scelto da quel birbantello di Fausto Raciti, è inattaccabile e inarrivabile, splende da anni nel firmamento delle stelle antimafiose per eccellenza. E, roba di non poco conto, è pure una gran brava persona. Si chiama Caterina Chinnici e, colmo dei colmi, Lumia la volle nel suo governo a guida (si fa per dire) Raffaele Lombardo, presidente ora finito nella polvere di un’inchiesta che gli ha già regalato una condanna a dieci anni per concorso esterno.

“Nessun imbarazzo” si è affrettata a dire sorridendo l’ex assessore alle Autonomie Locali. E non si saprà mai se si riferisse al suo nome accostato a Don Raffaele o alla sua candidatura che sancisce di fatto l’ultimo tradimento in terra di antimafia. Veti e veleni che da quando Saro Crocetta si è spostato da Tusa a Palazzo d’Orleans sembrano sfregiare con l’acido della calunnia vecchie amicizie che sembravano eterne.

Antonello Cracolici e Beppe Lumia

Antonello Cracolici e Beppe Lumia

Prendete la coppia Lumia-Cracolici. L’uno, del lombardismo, è stato compositore, concertatore e direttore d’orchestra. L’altro è stato fedele amministratore delegato fornendo appoggio politico e non solo. La regola dei troppi mandati è stata la spada di Damocle che ha ghigliottinato Lumia, parlamentare da 19 anni e 355 giorni, dimenticata per l’Antonello in carica all’Ars dalla legislatura numero 13 (oggi siamo alla XVI) e diventato così acido nei confronti dell’ex amico da digitare l’altro giorno, quando la candidatura di Lumia cominciava a barcollare, un tweet più pesante di un avviso di garanzia: “E ora entrerà in scena il circo Barnum dell’antimafia”.

Amici e guardati. Prendete Antonio Ingroia. Per Crocetta è diventato il coperchio di ogni pentola. C’è da liquidare Sicilia e Servizi? Eccolo pronto a varcare la soglia di via Thaon de Revel, tranquillizzare tutti i dipendenti salvo poi licenziarne una ventina con cognomi non proprio illibati. Di liquidazione, per inciso, ora non se ne parla più, anzi Sicilia e Servizi è diventata d’incanto strategica per la Regione. C’è da sostituire un commissario delle disciolte province in quel di Trapani? Chi ti nomina il buon Saro? Indovinato. Non per le sue qualità da amministratore, ancora tutte da dimostrare, ma perchè Trapani è territorio di Matteo Messina Denaro, e vuoi mettere Ingroia al posto di un Linares nel frattempo spedito da Roma a svernare a Napoli? Il nuovo identikit dell’ultimo grande latitante di mafia non l’ha tracciato il pm allievo di Borsellino ma c’è da scommetterci che il boss di Castelvetrano qualche risatina se la starà facendo.

Antonio Ingroia e Rosario Crocetta

Antonio Ingroia e Rosario Crocetta

Ora Ingroia sta per assommare un altro e ben più retribuito incarico. Crocetta lo vorrebbe, contro i desiderata di Udc e dello stesso Pd, a capo di un assessorato strategico, quello all’Energia. E a chi andrebbe a fare le scarpe l’uomo forte del Governatore? Ad un altro professionista dell’Antimafia nel frattempo caduto in disgrazia, l’ex pm Nicolò Marino, tirato fuori dal cilindro nei giorni del Crocetta Primo, altro magistrato prestato da tecnico alla politica. Poco più di un anno dopo Marino è diventato un sassolino nella scarpa del Presidente, fastidioso come un herpes al labbro, ancora antimafioso doc per carità, ma da cedere al migliore offerente nelle trattative per la composizione della nuova giunta: “Non esisterebbero problemi in una nomina dell’assessore Marino se tale scelta fosse proposta da uno degli alleati o in un quadro politico di larghe intese”, ha tagliato corto Crocetta. Sbattendo la porta in faccia al pm che indagò (e archiviò) un’inchiesta proprio sul futuro presidente della Regione.

La colpa di Marino? Soprattutto quella di mettere in imbarazzo Crocetta nei confronti di Confindustria. E qua si apre un altro fronte dell’Antimafia dei Veleni. L’assessore all’Energia ne ha fatto una questione personale giurandola a Giuseppe Catanzaro, numero due dell’associazione degli industriali siciliani, grande amico di Ivan Lo Bello e Antonello Montante, imprenditore che ha denunciato e fatto arrestare i suoi estortori, a capo di una holding nel settore dei rifiuti che ha conquistato pure l’ambito certificato della white list, bollino indelebile di conti a posto soprattutto in tema di legalità. Una guerra senza frontiere il cui testimone potrebbe passare ora a Ingroia, per nulla imbarazzato nel fare da commissario liquidatore, questa volta sì, di un altro simbolo della lotta al malaffare.

Nicolò Marino e Giuseppe Catanzaro

Nicolò Marino e Giuseppe Catanzaro

Incroci pericolosi che già nell’inverno 2012 spaccarono la cosiddetta antimafia militante: da un lato c’erano Leoluca Orlando e Claudio Fava per nulla convinti nell’appoggio al candidato Crocetta, “figlio” di Lumia e Cracolici e sostenitori di una lista alternativa poco premiata dal voto. Da un altro lato ecco Lucia Borsellino, pronta ad accettare il posto di assessore alla Sanità al posto del rinnegato Massimo Russo (oggi entrato in rotta di collisione coi vecchi amici tanto da rinfacciargli pressioni più o meno lecite su nomine di manager e primari) e pronta anche a subire gli strali della sorella di Paolo, Rita, decisa a combattere contro quei professionisti dell’antimafia che per tre anni si sono lasciati andare ad ogni genere di inciucio. Persino Maria Falcone gridava all’antimafia di “chi piange e di chi ricorda e che non riuscirebbe mai a tollerare la presenza di un Raffaele Lombardo alla commemorazione di Giovanni”.

soniaVolavano gli stracci e volano ancora. Con Sonia Alfano, altra figlia colpita dal lutto di mafia, che spariglia le certezze a sinistra dicendosi pronta a correre per le Europee sotto l’insegna del Pd e trova subito sponda nel renziano Fabrizio Ferrandelli. Nel frattempo però la Alfano trova il tempo di esultare per una sua vecchia amica – l’imprenditrice antiracket Valeria Grasso – voluta da Crocetta alla guida (senza compenso per carità) dell’Orchestra sinfonica siciliana nonostante nel suo curriculum vanti soltanto la gestione di una piccola palestra e uno scontro senza precedenti e passato sotto silenzio con altri antimafiosi doc, i ragazzi ormai diventati grandicelli di Addio Pizzo: “Semplicemente – dichiarava la Grasso nel 2011 – quelli di Addio Pizzo non hanno tollerato che chiedessi aiuto allo Stato senza passare da loro”. E la Alfano a rincarare la dose: “Alcuni di questi dirigenti dovrebbero smetterla di fare antimafia di facciata, istituzionale, senza sapere davvero cosa sia la lotta al racket. Per qualcuno che ha fatto dell’antimafia un mestiere sarebbe ora di andarsi a cercare un lavoro vero”.

Acqua passata? Forse no, considerato che anche un intellettuale non certo berlusconiano come il professor Giovanni Fiandaca, appena ieri ha detto che “in tema di antimafia si avverte l’esigenza di fare sempre meno retorica e di minori interessati opportunismi”. Non una voce isolata. Ernesto Galli della Loggia dalle colonne del Corriere (dicembre 2013) l’aveva scritto: “La lotta alla mafia non ha bisogno di premi all’antimafioso dell’anno”. E prima ancora il procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo dichiarava: “Che bella sarebbe l’antimafia se somigliasse ad Agnese Borsellino, riservata e concreta. Una riservatezza spesso violata da parvenu della giustizia che cercano un momento di notorietà o piu’ rapide carriere”.

Non saremo alla profezia di Pietrangelo Buttafuoco di una rivoluzione dell’antimafia finita a fischi e piriti ma certo in questi giorni non è un bel sentire.

Nella fotogallery che segue LA GIOSTRA DELL’ANTIMAFIA.

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 Fonte: www.livesicilia.it

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