Lampedusa, la speranza è negli occhi innocenti dei bambini che si sono salvati

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Mentre la tragedia si fa largo con casse anonime che sigillano vite senza futuro e senza più un passato, il loro sorriso dà un pò di tregua all’orrore

altHo visto una bambina che teneva stretta una bambola mentre la aiutavano a scendere dalla motovedetta della guardia costiera. Quando si è accorta della telecamera che la riprendeva, ha sorriso e ha agitato una mano, salutando e allargando la faccia in un bel sorriso che non tradiva la stanchezza di un viaggio di due giorni e una notte. Appena dietro di lei, un altro soccorritore ha allungato la mano a un bambino. Avrà avuto cinque sei anni. I suoi occhi neri erano vispi e felici.

Sì, felici. Sapete quando si legge la contentezza sulla faccia di un bambino che sta per salire su una giostra? Ecco, lui ce l’aveva appiccicata addosso mentre metteva i piedi a terra sulla banchina del porto con la stessa curiosità innocente ed eccitata dei bambini che scoprono un gioco nuovo. Una dopo l’altro sono sbarcati le loro mamme e i loro papà. Ordinati e composti, allungavano una mano ai soccorritori e andavano a riprendersi i loro piccoli in attesa di istruzioni. La scena si era ripetuta il giorno prima e quello prima ancora. Sul molo di Porto Palo e sul molo di Pozzallo. E a Lampedusa, naturalmente. Diversi i protagonisti, identico il dramma e la speranza che li ha spinti verso le nostre coste. Ne ho visti a bizzeffe di filmati che ritraggono le stesse scene. Ce li mandano in redazione la Guardia Costiera e la Finanza, che da mesi non hanno un attimo di tregua. Avanti e indietro nel canale di Sicilia a individuare barconi carichi di migranti, a soccorrerli e a portarli a terra. Qualche volta arrivano sfiancati da una traversata estenuante. Lunga anche sette giorni, senza cibo. Ma non fanno notizia. A meno che non vi siano sbarchi di centinaia e centinaia di uomini, donne e bambini. E allora si guadagnano un minuto e quindici secondi di cronaca nei telegiornali, e un trafiletto, se va bene, nei quotidiani nazionali. Ma poi ci scappa il morto. I morti. Un’ecatombe. E allora la tragedia si fa largo e conquista le aperture di tg e giornali. Diventa dibattito nei talk show e materia prima per gli approfondimenti. E fioccano i video, le immagini dell’orrore e del dolore. E fatalmente si scopre l’emergenza. E ci indigna e ci inorridisce una mattanza di queste dimensioni. E si corre il rischio di galleggiare nella retorica di circostanza, dove annegano invece certe valutazioni politiche che sgorgano dalla fonte inesauribile della demagogia.
Nel barcone che se n’è colato a picco nel fondale di fronte alla più bella spiaggia del mondo, l’isola dei Conigli, spegnendo fiamme e attese di oltre cinquecento africani, non c’ erano clandestini -come si ostinano a definirli una legge eufemisticamente “da rivedere” e chi invece li vorrebbe rispedire a casa. C’erano persone. Profughi. C’erano uomini e donne (tante) e bambini, che scappavano dalla fame e dalle guerre dei loro paesi. Non puntavano a una vita dignitosa. Volevano solo vivere, sopravvivere. E hanno preferito correre il rischio di una traversata rischiosa e costosa (fino a tremila euro a testa pagati ai mercanti degli scafi) piuttosto che consegnarsi inermi agli orrori delle dittature e delle lotte tribali. Non sono stati fortunati. Tutto qui. Non hanno avuto in sorte di essere “avvistati” come capita a migliaia di altri barconi, dalle forze di pattugliamento istituite nel Mediterraneo. Sono sgusciati via ai radar e giunti fin quasi a toccare la salvezza. A mezzo miglio dalla costa. Ma un destino bieco li ha segnati. Racconteranno i superstiti che nel buio di una notte senza luna e senza stelle, hanno incendiato coperte e teli per farsi notare da una due barche che passavano lontane. Una perdita di gasolio, una scintilla, l’inferno. Le fiamme hanno acceso di colpo la notte e la loro angoscia. Il barcone ha cominciato a prendere acqua. Chi era sul ponte si è buttato. Chi era forte ha galleggiato una due ore prima dei soccorsi. Tutti gli altri, giù, negli abissi. Quelli più poveri, che non si potevano permettere un posto sul ponte da 500 euro, erano ammassati nella stiva. Il mare li ha risucchiati negli inferi. Il medico dell’unico ambulatorio di Lampedusa racconterà poi che molti cadaveri avevano la collanina che portavano al collo, con un’immagine sacra, stretta tra i denti, come nella consapevolezza di un addio di preghiera. E ora assistiamo alla mesta conta del recupero di corpi. Un supplizio senza posa, per un bilancio ancora incerto, ancora da completare. Scorrono negli occhi e toccano il cuore le immagini dei teli di cerata rigonfi di cadaveri. E poi quelle bare, allineate nell’hangar obitorio dell’aeroporto. Come nelle grandi tragedie, nei devastanti terremoti. Ma qui sono casse anonime, dove hanno sigillato le vite senza più futuro, e senza più passato, di uomini, di donne e di bambini che ora sono solo un numero e non avranno mai più la dignità di un nome sulla croce che sormonterà la terra arida di Sicilia dove saranno sepolti.

Carmelo Sardo

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