Ladri di collanine. Quando i poveri e i vinti fanno solo notizia

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Certe  storie  non le vediamo. Non ci piacciono. Sono quelle che raccontano la disperazione. In un Paese che venera il successo e disprezza il fallimento meglio la storia dei vincitori piuttosto che quella dei vinti.

Dal film "Ladri di biclette"

Dal film “Ladri di biclette”

“Fatti imprenditore di te stesso”, ti gridano da tutte le parti. Fino a qualche anno fa urlando, ora in modo più sommesso. A vent’anni sei così sciocco da crederci, a trent’anni ci provi, a quaranta fallisci, a cinquanta non trovi né soldi né lavoro, hai moglie e figli, sei disperato e pronto per fare del male agli altri e a te stesso. E lo fai in modo maldestro. Nella miseria e nella disperazione perfino le cattive azioni hanno il sapore del fallimento.

Salvatore Consoli, imprenditore senza impresa e senza soldi, disoccupato e disperato ha scippato a Salviano (a Livorno) una collanina d’oro a una signora ottantenne, la quale è caduta. Per fortuna ha preso soltanto un grande spavento, ma poteva andar peggio. Consoli è fuggito, ma è stato quasi subito fermato da Alessandro Disgraziati, il quale ha poi dovuto proteggere il Consoli da un certo numero di persone inferocite che volevano fare giustizia sommaria. Bravo Alessandro Disgraziati che ha mostrato umanità, fermezza e saggezza. Ha protetto il Consoli fino all’arrivo dei carabinieri, facendo sì che ad affermarsi fosse la giustizia giusta, quella legale. Il Consoli poteva uccidere una donna anziana e il tutto per un misto di disperazione e stupidità.  Al processo ha dichiarato di farsi schifo.

Quante di queste storie accadono nel nostro paese e nel mondo? Ma noi non le vediamo. Non ci piacciono. Preferiamo le storie dei ricchi e dei potenti, dei famosi e dei vip. Ammiriamo le loro ricchezze, i loro sfarzi, i loro sentimenti. Godiamo delle loro cadute. Preferiamo la storia dei vincitori piuttosto che quella dei vinti. Ci rassicuriamo con gli stereotipi offerti incessantemente, 24 ore non stop, dai mass media. Veneriamo il successo. Disprezziamo il fallimento. Eppure nel XIX secolo storici e romazieri narravano della povera gente, dei diseredati, dei vinti. E ancora alla fine del secondo dopoguerra Vittorio De Sica e Cesare Zavattini raccontarono di un uomo a cui avevano rubato la bicicletta che gli era necessaria per poter lavorare come attacchino. Divenne ladro di biciclette, ma fu così maldestro da farsi prendere.

Il realismo della pittura e dei romanzi del XIX secolo, la fotografia tra XIX e XX secolo e il neorealismo del cinema e della letteratura (Pasolini, per esempio) della seconda metà del XX secolo raffiguravano e descrivevano gente come l’anziana signora di ottant’anni, Salvatore Consoli e Alessandro Disgraziati. I fratelli Goncourt ebbero a dire nel 1864: “Dato che viviamo nel XIX secolo, in un’epoca di suffragio universale, democrazia, liberalismo, ci siamo chiesti se le cosiddette «classi inferiori» non avessero diritto al Romanzo, se questo mondo al di sotto del mondo, il popolo, dovesse continuare a subire l’interdetto letterario e il disprezzo di autori che sinora non hanno mai parlato dell’anima e del cuore che può avere.

Ci siamo chiesti se vi siano ancora, per lo scrittore e per il lettore, nei tempi di uguaglianza in cui viviamo, delle classi indegne, delle disgrazie troppo vili, dei drammi troppo sboccati, delle catastrofi che ispirano terrori troppo poco nobili….Ci è venuta la curiosità di scoprire….se in un paese dove non ci sono caste né aristocrazia legittima, le sofferenze degli umili e dei poveri avrebbero saputo suscitare interesse, commozione e pietà quanto le sofferenze dei grandi e dei ricchi…”. Erano davvero i tempi dell’eguaglianza e della fine delle caste? L’ironia dei Goncourt ci dice di no e sappiamo che neanche questi sono i tempi dell’eguaglianza e della fine delle caste. Ma Goncourt, Balzac (evocato da Piketty), Dickens, Zola, Verga, De Sica, Zavattini, Pasolini non ci sono più. I poveri e i vinti continuano ad esserci, ma come notizie, non come realtà che ci fanno aprire gli occhi.

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