La zia Teresa – Capitolo Quattordici

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Il nuovo capitolo del romanzo a puntate di Anna Maria Tedesco

Cosa stiamo facendo? Mio caro Antonio…

La zia TeresaDopo l’incidente Antonio era diventato più che mai assente, lontano, mentre le lettere arrivavano puntualmente una ogni settimana. Teresa si sentiva osservata scrutata e non solo da lui. Era diventato ormai insopportabile affrontare ogni giorno lo sguardo osceno del portiere e di sua moglie. Un mattino fu lei ad aprire la porta e a trovarsi davanti Alfredo che la guardò non come si guarda una signora, consegnandogli una lettera, ma lei altera gli puntò i suoi occhi pieni di disprezzo in faccia e la prese calma. Ferita e irritata avrebbe voluto strapparla, invece andò nello studio del marito e la poggiò sulle altre; tutte insieme formavano un mucchietto che la guardava minaccioso, ma lei non ebbe paura e per la prima volta si sedette al posto del marito e gli scrisse una lettera…

 

 

Mio caro Antonio,
non ho paura di farmi male, però è necessario rallentare.


Cosa stiamo facendo? Non ci parliamo più, non mi parli più, mi guardi come se non esistessi. Sono stanca, molto. Preferisco l’assenza a questo modo di stare insieme. Ti prego lasciami andare, posso e voglio star da sola, lasciami andare.

Approfitto di questo mio momento di “forza” perchè mi è difficile fare ciò che sto per fare e che avevo già maldestramente tentato di fare anche a Roma quando ti vidi, impazzito, invece sono ancora qui. Forse gioco d’anticipo perchè ho la strana sensazione che tu pensi e provi ciò che provo io, ma a me la mossa.

BASTA!

Come giustamente tu dici, io sono qui, e tu lì, e la testa, perchè è di testa che si parla, altrove ad inseguire cupi fantasmi.

Io non cerco stabilità, non ne ho mai cercata, mi è impossibile, forse è per questo che attraggo molto gli uomini, e non per la mia bellezza. Antonio ti amo, ma ho bisogno di sentirmi tutta intera, di non amputare niente, di “parole parlate”, di tenerezza, amore passione da dare e ricevere e non di tutto questo che mi fa star male. Abbraccia il mio sfogo, so che lo comprenderai e lasciami stare, stai sereno.

Così non va per me, non m’appartiene.

Lasciami andare, lasciami andare finché sei ancora in tempo.

Tua,

Teresa

La risposta non si fece attendere e l’indomani mattina Teresa entrò nello studio e lì trovo la lettera indirizzata a lei.

Amore mio,
mio unico amore,
ieri stanotte oggi, ore di grande inquietudine.

Ho una lunga lettera, per te. Cancellata.

Credo uguali in tutto. Intelligente tu, anch’io.

Sensibile tu, anch’io, presuntuosa tu, anch’io, inquieta, dolce, raffinata, elegante, pensiero sottile, acuto, malinconico, perplesso, spaventato, sicuro, insicuro, calmo, triste, generoso, buono, sincero, onesto, leale, vigliacco, traditore, sublime quanto ancora… E la musica, le letture, il piacere di scrivere a se stessi perché l’altro legga.

Uguali. Purezza del pensiero impossibile.

E’ solo una minima parte della lettera che volevo scriverti per pregarti di non scrivere quello che hai scritto e per convincermi a non scriverlo io, prima di te, terribilmente insieme. Ancora, insieme davvero, così finiva.

Cara Teresa, credo che dovremmo aggiustarci ad una calma più calma, un quotidiano più famigliare e personale e delegare ad una parte strana ma non delirante il nostro comunicare. Ho una proposta: ascoltami, ne parleremo stasera, ascoltami.

Per sempre tuo,

Antonio.

Annamaria Tedesco

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