La verità, questa sconosciuta

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Un caso ancora aperto: Cataldo Tandoy, capo della squadra mobile di Agrigento, ucciso nel 1960

“Sì, siamo stati noi ad ammazzare Miraglia”. E’ il mese di gennaio del 1947. Sciacca sta vivendo uno Tandoy, un caso ancora apertodegli inverni più freddi della sua storia. Sono passati solo pochi giorni dall’assassinio del capopopolo più amato, uno dei tanti sindacalisti siciliani fatti fuori per essersi messi in testa di stravolgere l’ordine delle cose, e di ottenere il riconoscimento dei diritti per i poveri. Davanti ai funzionari di polizia Cataldo Tandoy e Giuseppe Zingone, Calogero Curreri e Pellegrino Marciante confessano il delitto. Fanno pure i nomi dei complici. E perfino quelli dei mandanti: alcuni grossi proprietari terrieri della zona. Gente alla quale uno come Accursio Miraglia non può che stare sulle scatole, con quella sua strampalata idea di pretendere l’applicazione della legge Gullo-Segni, per l’assegnazione delle terre incolte ai contadini.

“Sì, siamo stati noi”. La confessione spiazza gli stessi investigatori, finisce nel verbale l’interrogatorio e nel successivo rapporto poi consegnato ai magistrati. In undici finiscono in carcere. Ma è una storia strana. La mafia non può certo accettare una conclusione di tale portata. Sarebbe contro natura. E sperimenta una soluzione formidabile: la ritrattazione. Costringe chi aveva confessato a dire: “Siamo stati torturati“. Ergo: a finire sotto inchiesta sono i poliziotti e anche un maresciallo dei carabinieri. Tutti accusati di aver estorto le confessioni con la violenza. Gli arrestati? Liberi. Ed è Tandoy quello che meno di tutti sopporta l’evoluzione della vicenda. Chiede subito il processo per sé e i suoi colleghi. Non l’otterrà mai.

Sarà lo stesso giudice istruttore ad assolvere gli investigatori per non aver commesso il fatto. Ne è felice, Tandoy. Ma è una gioia effimera, perché la normale evoluzione della vicenda prevede che in mancanza di violenze agli indagati, questi dovessero tornare sotto processo. Non succederà nulla di tutto questo. In compenso si moltiplicheranno depistaggi, insabbiamenti, coperture e deviazioni. Gli assassini di Miraglia resteranno per sempre liberi. Il commissario Zingone finirà in Sardegna. Tandoy si rassegnerà all’ingiustizia. Continuerà a fare il poliziotto, ma ogni volta si accorgerà che è impossibile, a meno che non si tratti di processare ladri di polli, fare giustizia. Da funzionario integerrimo non si lamenterà. Scriverà tutto in un dossier riservato. Ma in Italia nulla è più pubblico del riservato. E il dossier di Tandoy evidentemente scotta. La mafia non dimentica. E nel 1960 Cataldo Tandoy sarà ucciso ad Agrigento. Gli assassini non verranno mai scoperti.

Massimo D’Antoni

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