“La variazione di KafKa”

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Una riflessione di Venerando Bellomo sul libro di Adriano Sofri, presentato ad Agrigento lo scorso 17 ottobre.

E in un pomeriggio di ottobre, sospinti da un vento leggero che spira dal mare africano, Adriano Sofri e Agrigento si sono, l’un l’atro, ritrovati al circolo Empedocleo a parlare del suo libro “Una variazione di Kafka”, edito dalla Sellerio. Ed  è evidente, almeno sotto un aspetto, che il saggio è un giallo filologico.

E’ proprio come nei romanzi gialli, che muovono da una situazione di quiete d’ambiente: località di ameno riposo, terme, campagne inglesi con i loro inossidabili villaggi, d’un tratto succede un qualcosa, un delitto, di oscura matrice e di rocambolesca perpetrazione, che ne richiede una pronta soluzione, perché quella quiete infranta ritorni nella sua eterna compostezza.

Ed anche in questo caso l’inizio sta in una piacevolezza intellettuale, quale può essere stata per l’autore il rileggere “La metamorfosi” di Kafka nell’edizione BUR con testo a fronte in tedesco.

Ma ecco che questa situazione di diletto è turbata da quello che sembra un errore, per quanto impossibile, del traduttore: l’aver tradotto l’espressione “lampioni elettrici della strada” con “tranvia elettrica”.

Sprazzi di luce che si proiettano sul soffitto della stanza ove si ritrova, inspiegabilmente, imprigionato in un corpo che non gli può appartenere (quello di uno scarafaggio) Gregorio Samsa, protagonista della narrazione kafkiana: forme di luci tra loro diverse, statica l’una, dinamica l’altra.

Sembrerebbe poca cosa nell’economia della traduzione, un mero refuso, se non fosse che l’autore, proprio per curiosità intellettuale (com’è potuto accadere, vista la notevole competenza della traduttrice?), vuole trovarne la ragione, la scaturigine.

Ed è in questa indagine filologica che, sciascianamente, emerge una metafisica: la Grazia illuminante della quale è portatore l’investigatore che, nell’occasione letteraria, si manifesta e trasforma per Sofri nel motore di ricerca Google, rimedio digitale dove poter attingere straordinarie informazioni. Scoprendo, in quel mentre, che Borges si era lasciato attribuire una traduzione dell’opera che non aveva fatto.

Ed è proprio nel confronto tra diverse traduzioni dell’opera kafkicana, che l’autore ha modo di verificare l’uso promiscuo delle due espressioni, così da far pensare che tale variazione sia dovuta ad una volontaria scelta, migliorativa, della prima traduttrice.

E ciò può esser sostenuto soltanto ricorrendo ad un parallelo che comporta un’indagine intima tra  Sofri e Samsa, ambedue, in un certo momento della loro vita, ristretti fisicamente per ragioni e in luoghi assolutamente diversi: la detenzione, per il primo, il corpo di uno scarafaggio, per il secondo. Ed in tale condizione privativa non è forse di maggior conforto guardare una luce in movimento, qual è quella di un tram elettrico, che scorre lungo il soffitto, piuttosto che la staticità della luce di un lampione che incupisce ancor più chi è forzatamente trattenuto?

Venerando Bellomo

Venerando Bellomo

Ma a ben vedere, che tale compenetrazione di intima sottigliezza possa essere attribuita alla traduttrice risulta poco convincente, anche alla luce del fatto che della Metamorfosi, a distanza di poco tempo uscirono due edizioni, tanto che la seconda venne scambiata per una ristampa della prima, trovandosi, questa, ad essere tradotte, indifferentemente, ora l’una ora l’altra. Ed in tale circostanza risulta di maggiore consistenza che l’intervento correttivo sia stato fatto proprio dall’autore che di Samsa ne percepisce l’intimo pensiero.

Da questa riflessione, Sofri non può che sentirsi coinvolto in un’esperienza “fraterna” con Samsa, così come, in un altro contesto, allo stesso autore ( L’Unità, 21giugno 1994) non sfugge questa stessa comunione tra Pasolini e Sciascia. Quando nello scrivere “L’Affaire Moro”, lo scrittore racalmutese rende un accorato tributo all’amicizia, ormai soltanto compianta, con Pasolini. E nell’apertura del saggio, si ritrovano, anche questa volta, a breve distanza, due parole: “ fraterno” e “fraternità”, proprio a volere indicare la comune tragedia: la morte dei rispettivi fratelli, che li univa in un’intima fratellanza.

Ma proprio perché i libri parlano di libri, e, comunque, questi tra di loro si parlano, ecco che nell’occasione della presentazione, emerge, borgesianamente, che ad Agrigento i tram elettrici non ci sono mai stati.

Tuttavia, a ben vedere, in un ragionamento di tipo combinatorio, si potrebbe introdurre un’ulteriore variazione: che le luci che illuminavano la stanza di Gregorio Samsa erano sia quelle dei lampioni stradali, che quelle del tram. Ora statiche, ora in movimento o in entrambe le situazioni congiunte. E se così fosse, certo che a conclusione dell’incontro ben potremmo dire che Agrigento si ritrovò ad essere il “motore immobile”.

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L’incontro, coordinato da Giandomenico Vivacqua, è stato promosso dal Centro Culturale Pier Paolo Pasolini di Agrigento. Hanno conversato con l’autore Gino Bonomo, Fausto D’Alessandro, Giovanna Lauricella, Gaetano Siracusa, Stefano Vivacqua.

Nel corso della serata uno spazio è stato dedicato alla nave italiana che sta soccorrendo i migranti. Ernesto Melluso ne ha parlato con Vittorio Alessandro.

 

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