La sete di Pino Lo Verde

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La storia della domenica

siccità“Qualcuno ha tuttora memoria di quell’estate irripetibile per la calura e l’afa che non concessero tregua agli uomini, alle bestie e alla flora. I tg della sera offrivano bollettini di guerra, con morti e caduti sulla trincee segnate dai barometri. Ciascuno alzava gli occhi al cielo invocando una nuvola, un nembo, un cirro o un qualsiasi evento astrale che attenuasse l’implacabile tirannide solare. Si era non sotto, ma dentro un vulcano che con il suo fiato rovente di zolfo divorava ogni forma di vita”. Nell’estate più rovente, Pino Lo Verde vede inaridire la sua campagna. La sua reazione sarà furiosa. E lo porterà alla disfatta. Ma già qualcuno promette che la Sicilia sarà una terra verde. Ecco il racconto in duemila parole di Gaetano Savatteri.

Non è singolare né strano dire che capì molte cose di se stesso nel momento esatto in cui affrontò il sette verticale, cinque caselle vuote di parole crociate nella Settimana Enigmistica numero 3236. Questo episodio va raccontato, perché spiega molto. Era la primavera del 1994 quando, come sempre, dopo aver preso posto nel suo gabbiotto, si inoltrò nei cruciverba della rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione – e già quella petizione, posta sopra il titolo, restituiva quasi un brivido di appartenenza a una scelta schiera di inimitabili.

Temperò la matita, non troppo ché la punta eccessivamente fina sfregia la pagina e rende ardua la lettura; ripulì la gomma da precedenti tracce di cancellature. Un’occhiata al cielo, prometteva bel tempo. Partì dalle definizioni marginali, quelle brevi, da due o al massimo tre lettere: ECO, NA, NO, TRA. Al sette verticale capì quanto fino a quel momento non aveva mai intuito, e sì che aveva già compiuto, lo scorso 12 gennaio, cinquantacinque anni. La domanda suonava ambigua, com’è d’uso nelle parole crociate: “Candido sindaco etneo”.

Bisogna pur dire che su quell’interrogativo, in fondo semplice, restò fermo per parecchie ore. E a soluzione raggiunta, dopo una giornata di smanie, gli sembrò di avere svelato non semplicemente un mistero enigmistico, ma quasi la chiave della propria vita. Dovere di completezza impone di enunciare la risposta che molti avranno già trovato: le cinque caselle contenevano la parola Bianco, cioè il cognome del sindaco di Catania a quell’epoca, che di nome faceva Enzo.

orto botanicoIl facile e non sofisticato gioco di significati tra Candido e Bianco ebbe l’effetto di una folgorazione per Giuseppe Lo Verde, da ventisei anni usciere presso il dipartimento di Scienze Botaniche dell’Università di Palermo. Intuì, nel completare il cruciverba del numero 3236 della Settimana Enigmistica, che la sua vita era connaturata al suo cognome: e quindi non apparve più un caso se ventisei anni prima aveva partecipato al concorso di usciere presso l’Università; non sembrò immeritata la raccomandazione di un cugino dell’assessore regionale all’Agricoltura che gli aveva consentito di piazzarsi tra gli abilitati; non suonò indegna la decisione dell’allora preside di facoltà, sollecitato da uno zio di Lo Verde, carrozziere di fiducia del preside stesso, di strapparlo al rettorato per collocarlo all’Orto Botanico, circostanza che offriva il duplice vantaggio di un posto di lavoro meno faticoso perché più appartato e abbastanza vicino a via Harmò, dove Giuseppe Lo Verde abitava.

Poiché è buona norma non attenersi all’apparenza, il lettore più accorto si sarà già chiesto come avesse fatto in tanti anni Giuseppe Lo Verde a non cogliere il significato cromatico del suo stesso cognome. Eppure già in numerose occasioni ne avrebbe potuto afferrare l’intima essenza e dunque il destino, se soltanto avesse interpretato correttamente la battuta che immancabilmente, ogni martedì e giovedì, gli rivolgeva il professor Piazzese, docente di geobotanica, gridandogli: “Sempre Lo Verde”. Frase che, pronunciata più rapidamente, poteva anche essere: “Lo Sempre Verde”. Ma Giuseppe Lo Verde non afferrava, proprio che no.

D’altra parte, a sua parziale discolpa, v’era il fatto che tra i titoli presentati al concorso per usciere all’Ateneo palermitano – certificato comprovante che era figlio orfano di padre invalido del lavoro, referto medico attestante ventisei centesimi di invalidità civile postumi di un incidente automobilistico, licenza di terza media serale, patente B e D, obblighi militari assolti – non ne possedeva alcuno relativo alla conoscenza del latino, lingua morta per chiunque e particolarmente sepolta per Giuseppe Lo Verde, al pari dei cadaveri mummificati in esposizione nella cripta dei Cappuccini: non sapeva né poteva sapere dunque del “nomen omen”, motivo per cui non aveva nemmeno mai provato a leggere – forse uno dei pochi in Italia – Il nome della rosa di Umberto Eco, né per questo provava sensi di colpa o complessi di inferiorità. Non sembri brutale, ma fino al mese di marzo del 1994, aveva vissuto sereno ignorando se stesso.

Da tutto questo potrebbe promanarne il sospetto che Giuseppe Lo Verde non fosse uomo di acute virtù intellettuali, ma in compenso elegante e distinto lo era in misura incomparabile rispetto a qualsiasi altro usciere dell’università di Palermo. Il cardigan a scacchi comprato da Torregrossa, la scarpa con la fibbia di Spadafora, i calzini di Miraglia, la camicia di Alongi e al polso sinistro il braccialetto d’oro che sua moglie gli aveva comprato da Fiorentino per i venti anni di matrimonio. Insomma, con quella sua ricercatezza, la stempiatura alta, gli occhi chiari, i capelli grigi e la postura naturalmente aristocratica, più di una volta Giuseppe Lo Verde era stato scambiato per professore, dalle matricole di primo anno.

Non immaginava ciò che diceva tra sè il professor Di Cara, ricercatore presso la cattedra di Botanica sistematica, ogni volta che lo salutava festosamente gridandogli: “Elegantissimo Pino Lo Verde”. Ebbene, in quel momento, Di Cara pensava: “Pino Lo Verde di belluvidìri”. Belluvidìri, la definizione che i contadini di Aragona, paese d’origine del professor Di Cara, attribuivano agli alberi di alto fusto, chioma vasta, monumentale presenza – i colossali pini mediterranei, ad esempio – per distinguerli da certi mandorli ritorti o dagli olivi rachitici che pure fruttavano ogni anno a smentita del loro aspetto: e trasudava un certo sottile disprezzo per pini e platani sì di belluvidìri, ma di sostanziale vana utilità in un mondo che pesava il valore di uomini e vegetali dai tumoli di mandorle e di olive raccolti.

Ordunque, per lungo tempo ignoto a se stesso, Giuseppe Lo Verde nel ramimomento stesso in cui cominciò a prendere coscienza, si ritrovò graziato dall’eredità di una zia della moglie che, inopinatamente, nelle sue volontà testamentarie si ricordò della nipote facendola proprietaria di duemilasettecento metri quadrati di campagna incolta nel territorio di Villafrati, lungo la statale Palermo-Agrigento. Tra tasse di successione, pratiche burocratiche e un tentativo di impugnativa da parte di un altro nipote che viveva ormai da ventitré anni a Genova, quei duemilasettecento metri quadrati di terra furono un cruccio per Giuseppe Lo Verde che vi mise piede sì e no tre volte (in un’occasione per cercare possibili compratori in zona, ma nessuno a Villafrati voleva saperne): più le spese e i pensieri che le soddisfazioni.

Purtuttavia, una decina di anni dopo quella folgorazione e quel lascito testamentario, in coincidenza con gli ultimi giorni di lavoro prima della pensione, Giuseppe Lo Verde si ritrovò a pensare insistentemente a quei duemilasettecento metri quadrati ricadenti nel Comune di Villafrati. E, tre giorni dopo la festa che i suoi colleghi gli avevano fatto, regalandogli l’orologio che di consueto veniva consegnato ai neopensionati, Lo Verde si ritrovò con sua stessa sorpresa a estirpare gramigna da quei duemilasettecento metri quadrati in leggera pendenza che avevano conosciuto solo erba cattiva e cardi selvatici.

Rapidamente, divenne abitudine trascorrere alcune ore raccogliendo pietre e dissodando. Peraltro, cosa avrebbe potuto fare a casa? Dio non aveva voluto che avessero figli, e sua moglie stava sempre fuori, con la scusa di andare al Capo o all’Albergheria o a Borgo Vecchio o a via Bandiera a scovare i prezzi più convenienti. Giuseppe Lo Verde diventava pazzo ad ascoltare i rumori del traffico, i passaggi degli autobus, i clacson di mezzogiorno, le nenie dei venditori ambulanti, l’urlo dell’epilettica del secondo piano, la musica sparata dai baracchini carichi di cd falsi.

Ecco pertanto svelate le ragioni intime per cui saliva sulla sua Ford Fiesta e se ne andava a Villafrati. Soltanto là gli sembrava di ritrovare il silenzio dell’Orto botanico, gli odori, la quiete e, in ultima analisi, il senso delle sue giornate. Acquistò attrezzi: zappa, rastrello, guanti. Si informò su bulbi e sementi. Tornò più volte all’Orto botanico, tra lo stupore dei suoi vecchi colleghi che sempre lo avevano visto disinteressato alle rarità botaniche che si allineavano per viali e orti. E invece ora si soffermava a lungo davanti alle washingtonie e alle cycas; odorava un’artemisia o un’urginea; si stupiva sotto un ficus magnolia o un ficus religioso. Si informava con i giardinieri su interramenti, potature, innesti. E, se i suoi colleghi lo avessero visto, avrebbero scoperto che anche in via Oreto, dalle parti di casa sua, mostrava un’ insolita curiosità per i gerani proletari della vicina, per l’alloro profumato del pizzaiolo, per la solitaria pomelia del colonnello dell’esercito in pensione del terzo piano.

E’ vergogna dire che Giuseppe Lo Verde sognava? Ma quel sogno si spegneva affrontando l’ultima curva prima del bivio per Villafrati, quando già dall’auto intravedeva il triangolo di terra schietta e nuda che la sorte gli aveva affidato. Sognava di riempirlo di piante officinali, medicinali, succulente, felci, carnivore, oleose, alimentari. Ma era un sogno che tale sembrava destinato a restare.

Non vi è chi non sappia che la bella e martoriata terra di Sicilia è afflitta, acquanelle sue campagne lontane dalla costa, da una cronica assenza d’acque per l’irrigazione e perfino per gli usi potabili: lunga e spesso perdente battaglia del contadino che a quelle zolle aride cerca di strappare umori utili a far germogliare il frutto necessario alla propria sopravvivenza. Giuseppe Lo Verde finì per ritrovarsi nell’identica condizione dell’atavico contadino siciliano: la sua terra non voleva saperne di dare corpo alle sementi, forza ai bulbi, crescita ai virgulti interrati. Cocciuta e secca, inghiottiva ogni embrione di vegetazione, spegnendolo in una specie di fame riarsa che annichiliva e uccideva.

Si narra che sia stato un geologo di Misilmeri, incontrato casualmente al distributore di benzina lungo la statale Palermo-Agrigento, a suggerirgli l’ipotesi che sotto il suo triangolo di terra si trovasse una falda acquifera. Giuseppe Lo Verde impegnò parte della sua liquidazione per finanziare l’impresa di trivellazione: molteplici furono i tentativi, ma dal fondo continuavano a emergere scaglie sabbiose che sfarinavano tra le mani. L’operaio alla trivella scuoteva la testa, ché la sua esperienza lo faceva sicuro che quella non era zona d’acqua, ma da sempre seccagna. Quando toccarono i novantotto metri di profondità, l’operaio fu smentito: tornarono in superficie zolle bagnate, scure come fango, odorose di pozzo. L’acqua c’era.

Chi non ricorda quella primavera? Fu mite e tiepida, carica di speranze. Dal pozzo profondo l’acqua veniva su fresca e gorgogliante, si incanalava nei percorsi disegnati da Giuseppe Lo Verde, bagnava le radici del limone, rinfrescava le rose, rinvigoriva la cedronella. Affrontando ogni mattina la curva prima del bivio per Villafrati, Lo Verde intravedeva il colore più intenso e fresco del suo triangolo di terra che si stagliava in un panorama di tinte bruciate. E’ eccessivo dire che quella forse fu la sua stagione più felice? No, perché come molte felicità fu breve.

Come spesso avviene, l’avidità e l’invidia dell’umana specie indussero un vicino di campagna di Lo Verde a voler imitare quell’impresa eccezionale di realizzare l’oasi nel deserto: anch’egli sondò, trivellò, perforò e a centoventi metri di profondità trovò acqua. Non si curò del fatto che avrebbe attinto alla medesima falda, né si fece scrupolo che, trovandosi il suo pozzo leggermente più a monte, avrebbe presto impoverito ed essiccato la sorgente di Lo Verde. E questo inesorabilmente accadde. Il pozzo divenne muto e silenzioso: inaridì il limone, sfiorì la rosa, ingiallì la cedronella. Giuseppe Lo Verde confortò di pianto l’agonia del suo giardino, ma le lacrime servirono solo a versare altro sale sulla terra piagata accelerandone la sterilità.

Qualcuno ha tuttora memoria di quell’estate irripetibile per la calura e l’afa che non concessero tregua agli uomini, alle bestie e alla flora. I tg della sera offrivano bollettini di guerra, con morti e caduti sulla trincee segnate dai barometri. Ciascuno alzava gli occhi al cielo invocando una nuvola, un nembo, un cirro o un qualsiasi evento astrale che attenuasse l’implacabile tirannide solare. Si era non sotto, ma dentro un vulcano che con il suo fiato rovente di zolfo divorava ogni forma di vita. Giuseppe Lo Verde calpestava la sua terra ormai di pietra e cemento. Gli arbusti senza linfa segnavano come cippi funerari i punti in cui un tempo fioriva il miracolo della sintesi clorofilliana. Un canto sfinente di cicale rendeva vibrante il riverbero che si alzava dal suolo, quasi che il sole non fosse più lì in alto nel cielo ma dentro le viscere stesse del mondo: le zolle erano calde e arse, polverose e sfibrate. Sfinite.

D’intorno l’aria tremava nel vuoto del mezzogiorno. L’eco sferragliante di un motore accompagnava ed esaltava il frinire delle cicale: martellante e indisponente. Giuseppe Lo Verde non ignorava che proveniva dal pozzo del vicino, la pompa idraulica che succhiava acqua dalle viscere, quell’acqua che era stata sottratta a lui, alla sua terra, alle sue piante, ai suoi figli e creature. Il motore sferragliava e gorgogliava, immiserendo ancor più i duemilasettecento metri quadrati che la sorte gli aveva affidato perché ne facesse un giardino dell’Eden, a rinverdire – è il caso di dirlo – il tempo antico e perduto in cui la Sicilia fu fitta di boschi e foreste, di verzura e fiori.

rete idricaBisognerebbe avere altre e maggiori capacità narrative per riuscire a spiegare quei sommovimenti che a tratti alterano l’uomo più sereno trasformandolo in altro da se stesso, ma qualcosa del genere accadde a Giuseppe Lo Verde. A lunghi passi risalì la leggera pendenza della sua terra ormai esausta, traversò agilmente la rete bassa e maldisposta che segnava il confine, penetrò nell’altrui proprietà e si diresse verso il marchingegno meccanico che aspirava dal pozzo nemico l’acqua indebitamente sottratta.

E’ troppa pena descrivere i gesti scomposti, le urla belluine, gli insulti rivolti agli uomini e al cielo che fuoriuscirono dalla bocca di Giuseppe Lo Verde. Fu in quel momento don Chisciotte, David, Enrico Toti, il Tamburino Sardo. Fu condottiero antico, eroe tragico, guerriero epico. Fu Achille e fu Ettore, fu Pirro e fu Annibale, fu Creonte ed Edipo. Ma soprattutto Giuseppe Lo Verde in quel momento fu, perché cessò di vivere combattendo contro il mulino a vento della sua rabbia e del suo sconforto.

Qualcuno dovrebbe aver conservato, forse i parenti e gli amici più cari, l’articolo pubblicato l’indomani sul “Giornale di Sicilia”. Erano poche righe, senza foto: “Anziano pensionato muore nelle campagne di Villafrati fulminato da una potente scarica elettrica”. E più avanti si poteva leggere: “Il corpo di Giuseppe Lo Verde, 64 anni, residente a Palermo in via Harmò, è stato ritrovato nelle campagne di Villafrati. Il cadavere presentava segni di ustione. Secondo una prima ricostruzione, l’anziano pensionato, in passato dipendente presso l’Università di Palermo, sarebbe deceduto nel tentativo di manomettere la pompa idraulica di un pozzo alimentata da corrente elettrica ad alto voltaggio. Gli inquirenti hanno apposto i sigilli al pozzo, che peraltro è risultato abusivo, denunciando il proprietario. Ancora sconosciute le ragioni del gesto, forse attribuibile a dissapori per ragioni di confine e di vicinato”. Nella stessa pagina del giornale, l’assessore regionale all’Agricoltura, intervistato da un cronista, annunciava: “La siccità sarà un ricordo lontano. Entro i prossimi sei mesi completate le opere di canalizzazione per gli usi irrigui nelle zone di Villafrati, Baucina, Bolognetta, Misilmeri. La Sicilia tornerà ad essere un’isola verde”.

Gaetano Savatteri

I precedenti racconti nella rubrica “La stanza dello scirocco”

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