I turchi alla marina

|




La storia della domenica

Binocolo“Guardò dentro il binocolo. La macchia c’era: un’ombra che si rivelò immediatamente come una barca, una barchetta, un fuscello, con due uomini a bordo, forse tre, forse di più, che gesticolavano verso la spiaggia”. Sulla costa tra Torre Salsa e Giallonardo che si affaccia sul mare africano, un’ombra all’orizzonte suscita paure, egoismi, ipocrisie, perplessità. In una giornata d’estate, su quel tratto di spiaggia siciliana, attraverso le lenti di un binocolo, il mondo appare improvvisamente minacciato. Ma forse è solo un’illusione o la proiezione delle nostre ansie. E’ il racconto di Gaetano Savatteri, per il terzo appuntamento con “La storia della domenica”.

Il binocolo del generale Bortolin aveva più di cinquant’anni, fabbricato in Germania nel 1958, ma vista ancora buona. Migliore, di certo, delle diottrie dello stesso generale, che in realtà si era congedato dalla guardia di finanza non superando mai il grado di colonnello, se non nell’ultimo giorno di servizio quando gli era stato concessa la stelletta che gli avrebbe dato titolo e miglioramenti economici utili a fargli compagnia durante la pensione.

Dunque, nella foschia abbacinata prossima al mezzogiorno, molto prima che il generale riuscisse a metterla a fuoco, il binocolo avvistò la macchia che incrinava la bonaccia tra Giallonardo e Torre Salsa, nella costa estrema e perduta che si affaccia sul mare africano.

“Son due? Ma no, son tre…”, si ripeteva il generale Bortolin, con il suo accento padovano che ventidue anni di servizio a Palermo, Trapani e Siracusa non avevano scalfito. Alla ricerca di conferme, il generale si guardò attorno, nel tratto di spiaggia che condivideva con gli abitanti delle sette case che venivano affittate e riaffittate annualmente sempre dagli stessi inquilini balneari. Lacerato da un sospetto, ritenne dovere istituzionale condividere i suoi dubbi con l’unica autorità presente: a due ombrelloni dal suo, in calzoncini fucsia, in piedi, assorto nel fumo del suo sigaro, stava il giudice Vetrugno.

Giudice ragazzino, proveniente da Lecce, da due anni in servizio alla procura della Repubblica di Agrigento, era la prima estate che – attraverso la raccomandazione di un cancelliere – era riuscito a mettere piede nel piccolo villaggio di Torre Salsa, quelle sette case sparpagliate sull’altopiano brullo come tutte le altre colline che precipitavano a mare tra Siculiana e Montallegro.

Istituzionalmente, il giudice impiegò qualche tempo a rendersi contomare della richiesta del generale che aveva interrotto il filo dei suoi pensieri, mentre osservava i giochi di sabbia dei suoi due gemellini; riflessioni affannose sul tempo che gli mancava alla richiesta di trasferimento verso palazzi di giustizia più settentrionali, meno afosi e capaci di assecondare le sue ambizioni che erano vaste quanto nascoste. Con sufficienza guardò dentro il binocolo. La macchia c’era: un’ombra che si rivelò immediatamente come una barca, una barchetta, un fuscello, con due uomini a bordo, forse tre, forse di più, che gesticolavano verso la spiaggia.

Ma tutto questo avveniva, nelle lenti del binocolo, quasi in una luce rarefatta e bianca, densa e surreale.

Vetrugno intuì quel che il generale Bortolin stentava perfino a vedere. “Sono due clandestini, cercano di approdare. Forse sono in difficoltà”, disse. E ammirò il tono distaccato e professionale della sua voce, simile a quella del radiologo che diagnostica una metastasi al polmone.

clandestini“Clandestini? Qui, a Torre Salsa?”, chiese il generale, precipitandosi ad avvertire i compagni di spiaggia. Il binocolo passò dalle mani scettiche dell’avvocato Chiarelli, accolse lo sguardo trepido dell’onorevole Valeria Curtopelle e la miopia stolida del cavaliere Sciortino prima di tornare saldamente in possesso del generale Bertolin, che ne aveva seguito con ansia il percorso. Sciortino sussurrò: “Li turchi sono giunti alla marina…”. Ma nessuno sembrò accorgersene.

Il “teorema Vetrugno” prevalse: clandestini. “Bisogna fare qualcosa”, ripeteva, torcendosi le mani, l’onorevole Curtopelle. Deputato regionale, avrebbe voluto chiamare il segretario del partito, l’Arci, padre Scialino della Caritas e anche quel giornalista che sempre si preoccupava di pubblicare qualche sua dichiarazione. Ma a Torre Salsa il telefonino non aveva campo.

“Sì, bisogna fare qualcosa”, assentì l’avvocato Chiarelli, che pure fino a poco prima aveva manifestato evidenti dubbi. Nel breve tratto di spiaggia serpeggiò un fremito di stupore, ché mai l’avvocato Chiarelli si era trovato d’accordo con l’onorevole Curtopelle: candidato trombato per il centrodestra alle ultime elezioni regionali, nutriva un sordo rancore nei confronti della Curtopelle che aveva ottenuto il suo seggio a palazzo dei Normanni per quarantacinque voti di vantaggio, poco più dei trentasei voti che a lui invece erano mancati per approdare all’Assemblea regionale siciliana, e quindi a un benessere assicurato per sé e per le sue generazioni. Ingiustizia che riteneva insanabile e doppia, avvertita come uno scippo, al punto che, nei momenti di maggiore esaltazione rabbiosa, immaginava di vedere fuoriuscire dalla borsa di Valeria Curtopelle le trentasei schede che gli avevano sbarrato l’accesso al palazzo dei vicerè.

giallonardo“Bisogna fare qualcosa!”, ripeteva Gioacchino Chiarelli, ma ora con cipiglio scuro. “Chiamare l’esercito! Bisogna ributtarli a mare! Respingerli alla frontiera! Generale!”. Bortolin scattò quasi sull’attenti. “Generale, assuma il comando delle operazioni”, incitò Chiarelli. Il generale corse sotto l’ombrellone, chissà perché indossò la sua maglietta bianca con la scritta “Pizza Luigi, anche a domicilio”, e tornò a scrutare il filo dell’orizzonte.

Ma Valeria Curtopelle, superato lo sbandamento, era passata all’offensiva: “Ecco, ecco la vera anima del centrodestra. E lei si dice cattolico?”. In verità, Chiarelli mai si era detto cattolico, solo per i battesimi dei tre figli era entrato in chiesa, vantando invece una certa dimestichezza con due direttori di banca di provata fede massonica. “Ha dimenticato quando gli emigrati eravamo noi? I nostri padri, i nostri nonni?”, berciava la Curtopelle.

Troppo tardi si accorse di avere sbagliato. Chiarelli reagì, con la foga del controesame dibattimentale: “Suo padre? Suo nonno? Ma se erano tutti latifondisti! Vero, cavaliere Sciortino?”.

“Feudo Mirabella, feudo Disini, zolfara Gessolungo…”, cominciò ad elencare Sciortino, con gli occhi socchiusi, quasi gustando quei nomi di antico feudalesimo che gli rinvangavano la giovinezza. “Non mettiamo in mezzo le famiglie!”, ruggì Valeria Curtopelle. “Qui c’è gente che sta morendo. E lei, non ritiene di dover fare qualcosa? Istituzionalmente!”.

Sollecitato, il giudice Vetrugno – sempre sotto il profilo istituzionale – calcolò se era in presenza di un’ipotesi di reato. Trovò una scappatoia: “Ritengo siano in acque internazionali. Non ho giurisdizione”. “Certo, solo quando c’è da mettere nei guai qualcuno ha giurisdizione”, mormorò Chiarelli, a voce bassa. Vetrugno sentì, ma non rispose: già due mesi prima aveva iscritto Chiarelli al registro degli indagati, per un’inchiesta sui fondi europei, per l’ipotesi di truffa allo Stato e associazione a delinquere. L’avvocato ancora non sapeva. Vetrugno pregustò il giorno in cui lo avrebbe interrogato.

mare“Vanno alla deriva! Vanno alla deriva!”, gridò Bertolin, continuando a guardare nel binocolo. La macchia scura, confusa nella luce, scompariva veloce dietro la scogliera di marna bianca. Osservarono tutti nel binocolo, ma ora c’era solo un paesaggio vuoto e vasto e bianco di caligine. “Ormai sono affidati al mare…”, commentò il generale, con amarezza e sollievo. “Il mare colore del vino”, disse a voce alta il cavaliere Sciortino, da sotto il suo panama, con gli occhi ancora socchiusi. Gli altri lo guardarono sorpresi, ma il cavaliere ogni tanto se ne usciva con frasi a scatasciare. Ciascuno tornò al suo ombrellone, meditando su quel che avrebbe potuto fare, su quanto avrebbe voluto dire.

(Il giorno dopo, il cavaliere Sciortino, si lasciò convincere da suo nipote e andò a mangiare pesce a Porto Empedocle. A Lido Azzurro erano allineate le canoe di un torneo a squadre del Mediterraneo: c’erano anche due tunisini, avevano vinto il primo posto. Assaggiando un piatto di calamaretti, il cavaliere Sciortino ripeteva a voce alta, quasi con un sorriso: “Ai clandestini ora ci danno la medaglia?”. Il nipote lo guardò sorpreso, ma suo zio ogni tanto se ne usciva con certe frasi incomprensibile, a scatasciare).

Gaetano Savatteri

Potete trovare i racconti precedenti nella rubrica “La stanza dello scirocco”

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *