La solitudine del prossimo sindaco

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Lo scenario. Grandi manovre, ma non c’è una nuova forza emergente. A Racalmuto, e in molti posti della Sicilia, il sindaco rischia di non rappresentare nessuno. Ancora senza nome nè volto, sembra già destinato a restare troppo solo

L'aula del consiglio comunale di RacalmutoChi sarà il prossimo sindaco di Racalmuto? La questione è appassionante. E fin da ora, quando mancano quasi due anni alle elezioni amministrative, si cominciano a svolgere le prove generali di candidature, veti, siluramenti, autoproposte, proposte, programmi, esclusioni. E polemiche. Naturalmente, tutti si aspettano che il prossimo sindaco sia persona capace e fattiva. Ma la questione è un’altra: chi ci sarà dietro al prossimo sindaco? O, per essere più chiari: chi rappresenterà il prossimo sindaco?

La risposta sembra semplice: i cittadini che lo hanno eletto e anche quelli che non lo hanno eletto. In pratica, il sindaco rappresenta tutti i cittadini. Ma le cose non stanno proprio così. Nella storia, passata e recente, le classi dirigenti di un paese, di una città, di un’intera nazione, sono sempre state portatrici di interessi precisi e concreti.

Per dirla in parole povere, con un esempio illustre: per secoli dominarono l’aristocrazia e il clero, fin quando la nascente borghesia non volle sedere al tavolo del potere e lo fece rumorosamente, dando vita a una rivoluzione e tagliando le teste dei propri re.

In democrazia, vale lo stesso meccanismo. E per riportare le cose aGaspare Matrona Racalmuto, basta vedere, a volo d’uccello, cosa è successo negli ultimi centocinquanta anni. Subito prima e subito dopo l’Unità d’Italia, gli amministratori del paese – i Matrona, i Farrauto e altri – erano espressione di un ceto che si era arricchito in fretta con zolfare e commerci, che aveva fatto studiare i propri rampolli e che voleva gestire la cosa pubblica. Il fenomeno proseguì per alcuni decenni, coinvolgendo pian piano anche artigiani e nuovi ricchi, fino all’interruzione determinata dal fascismo.

Conclusa la ventennale parentesi del regime (ma anche in quel periodo il potere passò di mano, conquistato da un ceto impiegatizio che nello Stato fascista finalmente conosceva il suo trionfo), il dopoguerra si presentò con i partiti, capaci di reclutare e organizzare forze sociali: da una parte la Democrazia cristiana con i suoi giovani turchi e i suoi vecchi notabili, dall’altra parte i partiti comunisti e socialisti, catalizzatori delle necessità di contadini e lavoratori fino a quel momento esclusi dal dibattito politico, eppure pronti a imbarcare esponenti di vecchie famiglie in vista da candidare alla poltrona di primo cittadino. La cosa durò a lungo, e i sindaci del paese (insegnanti, medici, avvocati) rappresentavano più o meno il loro mondo di riferimento e in qualche modo riuscivano a conciliare le diverse spinte sociali, anche al di là dell’esito delle elezioni.

Gli anni Settanta e Ottanta portarono alla ribalta della politica i figli, ormai istruiti e laureati, di operai, minatori, contadini, braccianti che con tanti sacrifici erano riusciti a fare studiare le nuove generazioni. Il popolo, spesso tenuto ai margini, usato come serbatoio elettorale, ma relegato in posizioni marginali nell’amministrazione della cosa pubblica, ora giustamente reclamava il proprio protagonismo. Era finito il tempo dei sindaci scelti tra i notabili di un tempo, tra gli esponenti delle solite dieci o quindici famiglie in vista. Si allargava la base sociale di chi poteva e voleva legittimamente aspirare a guidare in prima persona il paese.

La crisi politica degli inizi degli anni Novanta, con il tramonto del sistema ormai logoro dei partiti, ruppe le regole e reclutò una nidiata di trentenni, a volte già delusi dai partiti, ma pronti a mettersi in gioco, consapevoli che il nuovo meccanismo politico ed elettorale avvantaggiava il nuovo: è stata, quest’ultima, la lunga stagione incarnata da Salvatore Petrotto e Gigi Restivo. In questo caso, non tanto a causa di un mutamento sociale, ma per un cambiamento generazionale e politico favorito dagli eventi nazionali. Era una generazione politica antagonista a quella dei “fratelli maggiori”, destinata ad agire in conflitto o in accordo momentaneo con la precedente, ma proprio perché coagulata su basi così fragili finì per sfaldarsi rapidamente, forse non avendo dentro di sé le ragioni profonde che tengono insieme e a lungo un blocco sociale.

La piazza di RacalmutoE oggi? Qual è la classe sociale in movimento a Racalmuto? Ecco la domanda. Qualcuno dice: i giovani. Ma i giovani, di per sé, non sono classe sociale. Sono forze nuove, rappresentano un passaggio generazionale, ma in una situazione di fragilità economica ed occupazionale, i giovani non possono rappresentare un blocco capace di raggrumare interessi e istanze. I giovani hanno molti bisogni, ma poca voce, soprattutto perché stretti da una maggioranza di anziani. Anche numericamente, i giovani oggi pesano meno che nei decenni precedenti.

Purtroppo, anche a non voler stringere le cose del mondo e della politica in una lettura di stampo marxista, resta il fatto che le classi dirigenti sono quasi sempre espressione della realtà economica di un luogo.

Quando l’economia langue, i ceti dirigenti non brillano. E a Racalmuto – e non solo, anche a Grotte, a Comitini, a Licata, a Favara e in molti centri piccoli e medi della Sicilia – non si vedono al momento fasce di società in movimento (se non in movimento migratorio verso altri luoghi d’Italia e d’Europa). Non si intravedono gruppi sociali (e quindi circuiti intellettuali e culturali) capaci di rappresentare interessi forti, in grado di smuovere coscienze e avviare cambiamenti. Non si vedono nemmeno grandi ambizioni e grandi appetiti, spesso lievito di molte carriere e di molti successi; semmai piccoli appetiti e minuscole ambizioni. Si vedono, al massimo, movimenti di protesta – locali o agganciati a fenomeni nazionali. Avranno la forza di reggere e di diventare soggetti politici?

Certo, tra due anni un sindaco ci sarà. Dovrà esserci. E ci auguriamo che sia bravo, onesto, capace e perfino simpatico. Ma, a meno che nel futuro immediato non emergano nuove realtà, il rischio è che sia un sindaco solo. Solo, di fonte alle necessità, ai bisogni e alle domande di un paese che assiste impotente al proprio impietoso tramonto.

Gaetano Savatteri

 

  

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