La Sagra delle malefigure

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Il commento di Carmelo Sardo & Gaetano Savatteri.  Il Mandorlo in Fiore si trasforma nel trionfo della disorganizzazione. Il pirandellismo va bene, ma ora si sta esagerando. Piuttosto che farsi ridere dietro, allora meglio non fare niente

Un'immagine del Mandorlo in FioreGiapponesi che girano per Agrigento come Pollicini dispersi nel bosco. Un gruppo della Lettonia in cerca d’autore e di un letto per la notte. Inviti a mezzo mondo, forse finti, forse veri, non si sa. Date che saltano, programmi annunciati con pochi giorni di anticipo. Forse mai come quest’anno la Sagra del Mandorlo in Fiore ha raggiunto le vette del paradosso, in un balletto di accuse e controaccuse che non fanno capire nemmeno chi comanda questo baraccone che, nel bene e nel male, è andato avanti per quasi settant’anni. Insomma, se questo è il momento in cui Agrigento esprime tutta la sua vocazione turistica, allora meglio lasciar perdere. Fermatevi, per carità: non ci facciamo conoscere.

Il caos organizzato della Sagra è partito al solito in ritardo. Ma come si fa? Da quasi un secolo si sa che ogni anno, nella prima settimana di febbraio, si svolge il festival internazionale del folklore e ogni anno è come se fosse la prima volta. Una volta mancano i soldi, una volta non c’è accordo, sempre ci sono polemiche.

Perfino quando quelle rare volte la Sagra è uscita fuori dai confini regionali, e ha conquistato spazi giornalistici nazionali ed europei, titoli di tg nazionali, sono fioccate polemiche becere alimentate da chi si chiedeva perplesso perché mai Agrigento dovesse affidare a organizzatori esterni un evento locale. Come dire: perché dobbiamo chiamare David Zard – uno dei più grandi manager e producer di sempre- o Andrea Scrosati, o Patrizio Baroni, o Michele Guardì, e non affidarci a agrigentini del posto, altrettanto capaci?

Fatto sta che quando i soldi erano sufficienti e ci si poteva rivolgere a veri manager del settore, i risultati si sono visti. Resta memorabile negli annali della Sagra l’edizione del 1990 quando vennero ad esibirsi ad Agrigento Robbie Robertson e gli indiani d’America, e ne parlò mezzo mondo. Ma poi, complici le spallate interessate dei soliti polemici e la crisi economica, la Sagra è via via scemata.

E così, anno dopo anno, la festa arriva come l’alluvione, come il terremoto: un evento imprevisto e inatteso. Una sorpresina dell’ultimo momento. Va bene che siamo nella terra di Pirandello, va bene che amiamo il paradosso, la fantasia al potere, il bel gesto e l’improvvisazione geniale, ma adesso si sta veramente esagerando.

Ma chi l’ha detto che la Sagra deve farsi a tutti i costi? Se non ci sono i soldi, se non c’è lo staff in grado di prepararla per tempo, al di là della buona volontà dei singoli, allora tanto vale fermarsi e riflettere. Fermarsi un anno, magari, giusto il tempo di capire se vale ancora la pena di fare tutto di corsa, recuperare soldi, lasciare strascichi di scontenti e delusi, per mettere in piedi una festona popolare di cui non si comprendono più né le ragioni né le finalità.

Un recente studio della Bocconi ha fatto un conto economico della Notte della Taranta di Melpignano, in provincia di Lecce. Ebbene, i ricercatori hanno accertato che per ogni euro speso per la rassegna musicale estiva (che per molti versi ha parentele con la Sagra, anche se giustamente la tradizione è stata arricchita dalle migliori esperienze di musica contemporanea), la zona di Melpignano e del Salento ha un ritorno di tre euro. Per farci capire: se la Notte della Taranta costa un milione di euro, turisti e visitatori lasciano tre milioni di euro in alberghi, ristorante, B&B e così via.

Cosa lascia la Sagra? Ma, soprattutto, cosa lascia una Sagra organizzata così malamente, confusa e caotica? Lascia dietro di sé una pessima immagine di Agrigento e della Sicilia tutta. Non è necessario fare le cose a ogni costo, anche male, pur di farle.

E questa Sagra è nata male. Fatta così non serve a niente. Ma anche dirlo non serve niente. Il prossimo anno qualcuno si sveglierà, dopo le vacanze di Natale, con un cerchio alla testa per lo spumante, e dirà d’improvviso: è tardi, bisogna cominciare a pensare alla Sagra. Ma no, manca più di un mese, c’è ancora tanto tempo per poter mettere assieme una colossale brutta figura internazionale.

Carmelo Sardo e Gaetano Savatteri


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