La Regalpetra che non c’è più (Mazza zi’ Ca?)

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Il racconto di Roberto Salvo finalista al nostro concorso “La strada lunga”.

La strada dei ricordi … è sempre la più lunga. Forse perché i ricordi sono come un lungo viaggio a ritroso, a volte piacevole, a volte doloroso. Spesso improvvisamente senza volerlo i ricordi spontaneamente affiorano alla mente, questo effetto reminescenza è un fenomeno incomprensibile e provoca tanta nostalgia.

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La strada dei ricordi è sempre la più lunga…

La strada dell’amore per il paese dove sei nato è in salita, ogni volta che la ripercorri: profumi, sapori, suoni , immagini, momenti felici, momenti dolorosi ritornano alla mente e sembrano coltellate allo stomaco, come una droga ti possiedono e un nodo ti serra la gola. Si! I ricordi spesso fanno male ma sono la nostra identità.

Quello che voglio raccontare sono semplici storie vissute nelle strade di polvere che ho respirato in un paese che  non c’è più.

Ogni paese ha i suoi personaggi illustri: persone che tutti conoscono e spesso il loro nome viene associato al paese dove sono nati; le amministrazioni comunali dedicano loro le strade dei rispettivi paesi.

Noi racalmutesi abbiamo: Pietro Asaro, pittore del seicento, la cui pittura si rifaceva al Caravaggio, Marcantonio Alaimo, grande medico e scienziato, e il nostro contemporaneo scrittore Leonardo Sciascia che ha fatto conoscere Racalmuto al mondo, tanto per citare i più famosi.

Ci sono altri tipi di personaggi che molti ricordano anche a distanza di tempo. Io ne ricordo due in particolare del mio paese; ho impresso in mente i loro volti, il loro modo di camminare e soprattutto quello che facevano. Erano due persone umili che seppur molto note in paese, purtroppo nessuna strada porterà mai il loro nome.

Uno dei due veniva chiamato ” Nicuzzu Bicchinu”, detto anche “muzzuni” (mozzicone di sigaretta), molto probabilmente aveva svolto il mestiere di becchino, era una figura magra e incurvata, con un viso scarno e una leggera e rada barbetta. Credo di non avere mai sentito la sua voce, non stava mai fermo, percorreva la piazza avanti e indietro sempre con lo sguardo basso, attentissimo a cercare e raccogliere mozziconi di sigarette buttate per terra, era poverissimo ma non chiedeva l’elemosina, se qualcuno gli dava qualcosa lui ringraziava con tanti inchini.racalmuto3-salvo

L’altro personaggio era “Liddru Ciarlatanu”, un omone alto un metro e ottanta, molto simpatico e sempre allegro: era robusto ma non grasso, con la barba incolta ma non lunga e un vocione possente. Non ci stava molto con la testa, il nostro caro “Liddru”, e  credo che “Ciarlatanu”  stesse ad indicare la sua loquacità. Girava tutte le strade del paese chiedendo l’elemosina, ringraziava sempre con un sorriso e togliendosi  “lu tascu” (cappello siciliano). Un giorno la casa pagliera dove abitava andò a fuoco e lui si salvò per miracolo, a chi gli chiedeva di raccontare l’incidente lui rispondeva sempre allo stesso modo: “ la paglialora s’abbruscià ma li surci murieru”. Quando per la festività di San Giuseppe si montava in piazza Castello un palco, dove veniva apparecchiato un tavolo per servire il pranzo di San Giuseppe, lui stava seduto al centro rappresentando San Giuseppe come un attore consumato, mentre “Nicuzzu Bicchinu” gli sedeva accanto assieme ad altri poveri.

Roberto Salvo

Roberto Salvo

A volte le strade oltre che lunghe sono anche molto belle, come quella che aveva il mio paese con inclusa una meravigliosa piazza, era tutta lastricata con basuli di pietra lavica, una vera meraviglia. Lo scempio accadde nel 1973, l’allora sindaco: “lu zi Totò”, la sua giunta, la maggioranza che lo sosteneva e le sonnacchiose opposizioni del “sol dell’avvenir” compirono il misfatto. Non si è mai capito per quale arcano motivo ad uno ad uno i basuli furono rimossi e finiti chissà dove,  fu come cavare tutti i denti ad una bella donna e sostituirli con una orribile dentiera. La piazza fu imperdonabilmente catramata e vi fu posta anche una vasca con orrendi pesci in pietra, una specie di abbeveratoio per i piccioni, sfregiando il  cuore del paese e provocandogli una ferita che sanguinerà per sempre. Da quel giorno nessuna mamma ha potuto più dire ai propri discoli figli, “ha la facci chiù tosta di li basulati di la chiazza”; l’unica forma di protesta fu quella di un buon tempone che, durante i lavori, una mattina fece trovare piantati per terra una diecina di piante di cavolo. Il mio fantasioso compaesano in questo modo protestò per la scarsa qualità dei materiali usati, non certo per lo scempio che si stava perpetrando. Un’agenzia di viaggi inglese  negli anni settanta recitava: “visitate l’Italia prima che gli italiani la distruggano”.

Tutti i pomeriggi dopo che avevo fatto i compiti mi ritrovavo puntualmente in strada con i miei amici. Via Roma, molti la chiamavano “lu stratuni”, è un strada larga e lunga con tanti cortili, comincia alla “guardia” e finisce in piazza del Carmelo; era una strada sempre piena di vita e con tante attività,  c’era la barberia di “lu zi Totu Mastrubilasi”, dove noi ragazzi passavamo molto tempo ascoltando i discorsi e i racconti degli adulti e degli anziani. Quante lezioni di vita abbiamo imparato in quella barberia!

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Quante lezioni di vita abbiamo imparato in quella barberia!

A poca distanza c’era la bottega di alimentari sempre dei fratelli Mastrubilasi: lu zi Vicienzu bravissimo nel suonare la chitarra ed il  bengio, la zia Rosa una donna mite e sempre gentile, e soprattutto la zà Maria, anima della famiglia e della bottega, aveva un carattere molto espansivo, sapeva tutto di tutti perché la gente si confidava. Spesso erano storie di miseria e lei sapeva sempre come confortare e dare speranza dando il consiglio giusto. La gran parte della vendita avveniva a “cridenza”(a prestito), tutto veniva annotato in un quaderno con la copertina nera come si usava a quei tempi, ma mai la zia Maria negava di dare la spesa alla povera gente anche a quelli che non davano nessuna garanzia di poter saldare il debito.

Dirimpetto alla barberia Mastrubilasi c’èra una officina meccanica, il titolare era un uomo molto vecchio con un carattere burbero, noi ragazzi nutrivamo nei suoi confronti soggezione e forse un poco di paura. Tutti lo chiamavano Rusina, io non so se era il suo cognome o il suo soprannome, ma ricordo benissimo che fabbricava con la latta dei bellissimi fischietti come quelli degli arbitri di calcio ma non li vendeva, noi ragazzi sapevamo che l’unico modo per averli era quello di portargli una certa quantità di fave, materiale che nelle nostre case di contadini non mancava di certo.

Poco più avanti l’officina c’èra “lu tabacchimu di Varbazza”, dove si vendevano le sigarette sfuse e dove i contadini compravano le cartine, “li scramuzzuna” (sigari), un tabacco di pessima qualità o “lu trinciatu forti” per chi poteva permetterselo.

Naturalmente c’era anche un forno elettrico, gestito da Morgante e Picone, che non riuscivo a capire il perché lo chiamavano così dal momento che era alimentato a legna. La maggior parte del pane veniva impastato e preparato in casa, il garzone del forno andava di casa in casa con una tavola lunga tre metri che poggiava sulla testa. Le pagnotte di pane crudo venivano sistemate sulla tavola e trasportate al forno per la cottura, successivamente il pane cotto veniva trasportato dentro un “cufinu”, grande cesto fatto con le canne, e riconsegnato ai rispettivi proprietari.

Immancabilmente tutte le mattine passava lo zio Rabbiele (Gabriele) con la sua “bardanella” sulla spalla, una specie di lenzuolo bianco dentro al quale trasportava la  mercanzia, prevalentemente biancheria intima, ma solo per uomo. Lo zio Rabbiele svolgeva anche un’altra importante funzione, quella di cambiare i Dollari che arrivavano nelle lettere dall’America e dal Canada. Le nostre furbe mamme lo chiamavano chiedendo se avesse delle calze o delle canottiere; durante la visione della merce domandavano, come se l’avessero pensato in quel momento, a quanto stava il Dollaro quel giorno. Lo zio Rabbiele che aveva già capito tutto dall’inizio,  diceva che era calato e sparava il prezzo. Si intavolava una estenuante contrattazione sino al raggiungimento dell’accordo; dopo avere effettuato il cambio le donne rientravano in casa mentre lo zio Rabbiele chiedeva: e le canottiere?, un’altra volta era la risposta. I Dollari così raccolti, sarebbero stati rivenduti a coloro che si apprestavano a emigrare.

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…restavo sempre affascinato nel vedergli lavorare il ferro..

 

Tutti gli anni veniva organizzata la festa della Madonna del Carmine che noi ragazzi aspettavamo con impazienza; il parroco Don Arrigo assieme al comitato bussavano a tutte le porte delle case per raccogliere le offerte. Pochissimi davano denaro, la maggior parte delle famiglie donavano grano o fave, per questo Don Arrigo portava con sé un asinello per trasportare quanto veniva donato. I festeggiamenti duravano due giorni e la tradizione voleva si facessero delle grandi abbuffate di angurie e di “cuccia”: un piatto a base di grano cotto con ceci e foglie d’alloro che veniva consumato condito con zucchero o miele. La festa si concludeva con la presa della “ntinna”, l’albero della cuccagna e con dei poveri fuochi d’artificio sparati personalmente da padre Arrigo.

Dirigendosi verso la piazza del Carmelo, cento metri più avanti la “figurezza di la bedda Matri”,  c’era la bottega dove esercitava la professione di “firraru”( fabbro), lu zi Carminu.  Ricordo lo zio Carmelo con grande affetto, restavo sempre affascinato nel vedergli lavorare il ferro; con quale abilità, con quale maestria e arte riusciva a dare forma ad un rovente pezzo di ferro martellandolo da tutte le parti sino a farlo diventare qualcosa di utile. Alle pareti della sua bottega c’èrano affissi i suoi manufatti: zappe, falci, toppe di tutte le misure, pale di tutti i tipi, forconi e tanto altro ma soprattutto ferri da cavallo di tutte le misure.

Credo che l’attività preminente dello zi Carminu fosse quella di ferrare le bestie dei contadini: cavalli, asini ma soprattutto muli. Ci mettevamo in fila come a teatro per vedere ferrare gli animali, ma il vero spettacolo avveniva quando giungeva alla bottega uno dei tanti muli che venivano chiamati “fanzi”, si trattava di animali che non accettavano di essere ferrati e sembravano come impazziti.

In questi casi l’animale veniva introdotto  in un apposito costrittore tra il muro e delle barre di ferro. Almeno quattro uomini assistevano lu zi Carminu nell’impresa, il labbro superiore dell’animale veniva legato con una corda in modo che se tirata provocasse dolore al mulo ogni qual volta questo si imbizzarriva, la zampa da ferrare veniva legata con una corda per poterla sollevare e lu zi Carminu cominciava il suo lavoro che veniva interrotto ogni qual volta l’animale cominciava a scalciare. La scena a cui assistevamo ogni volta era surreale: grande concitazione, i contadini impegnati a tenere fermo il mulo davano sfogo a tutte le bestemmie che conoscevano e forse ne inventavano di nuove, imprecavano facendo l’elenco dei nomi di tutto il calendario, era una guerra tra bestia e uomini che disperati e infuriati lo sembravano. Se tutto andava bene nel giro di un paio d’ore il mulo veniva ferrato e lu zi Carminu si sedeva spossato a recuperare le forze, alcune volte  succedeva che le operazioni venivano interrotte,  lu zi Carminu si arrendeva all’evidenza e il contadino tornava a casa con il mulo non ferrato bestemmiando e rivolgendosi direttamente al mulo gli diceva: “quantu prima ti fazzu accanusciri a lu vitrinariu”, se il povero mulo avesse avuto la possibilità di capire il significato di quanto gli comunicava il suo padrone gli sarebbe venuto sicuramente un infarto immediato; i suoi preziosi gioielli erano terribilmente in pericolo.Racalmuto-salvo

Il ricordo più bello che mi lega a lu zi Carminu è quando, avendo bisogno di qualcuno che lo aiutasse a svolgere un lavoro si metteva davanti alla sua bottega aspettando di vedere qualcuno di noi ragazzi capace di aiutarlo. La cosa è un poco complicata da spiegare, lu zi Carminu aveva bisogno che qualcuno, con una mazza colpisse il ferro rovente che stava lavorando, ma questo doveva avvenire seguendo dei tempi e dei segnali precisi altrimenti sarebbe successo un macello. Queste le fasi di lavoro: lu zi Carminu con la mano sinistra tramite una lunga pinza metteva il ferro incandescente sull’incudine, quando batteva il martello che teneva nella mano destra sull’incudine dava il segnale di alzare la mazza e stare pronti a colpire, successivamente colpiva con il martello il ferro incandescente nel punto esatto dove voleva che venisse data la mazzata e gridava, “mazza”, e così di seguito sino a quando dava una martellata sull’incudine che stava a significare di fermarsi.  Sembrava una sinfonia, i tempi da rispettare erano da cronografo svizzero, se poi alla fine del lavoro lu zi Carminu ti diceva “bravu”, tornavi a casa che ti sembrava di volare.

Per questo quando qualcuno di noi ragazzi vedeva lu zi Carminu davanti alla sua bottega si precipitava da lui per dirgli:  MAZZA ZI CA’? , lui guardava chi eri e a volte rispondeva: NO, TU NNU SI BUONU”.

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2 Responses to La Regalpetra che non c’è più (Mazza zi’ Ca?)

  1. Roberto Salvo Rispondi

    3 ottobre 2014 a 9:28

    Voglio ringraziare di cuore, tutti coloro che hanno postato le meravigliose foto che ho utilizzato nel mio racconto.
    R. Salvo

  2. Calogero Restivo Rispondi

    30 agosto 2015 a 19:49

    Molto interessante il racconto, una visione di tempi se non moderni meno antichi di quelli che mi impegno a descrivere io. Differenza d’età certamente ma questo niente toglie alla difficile e complessa apparente semplicità del racconto. Complimenti.

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