La perfida duchessa e il brigante mozzateste

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Storia di Maria Gioacchina Gaetani, contessa di Racalmuto nel Settecento. Lo storico Serafino Messana: “Donna di torvo genio”. Proteggeva il brigante racalmutese Minico Curto, suo killer di fiducia. La ricostruzione di Nino Vassallo, fondata su documenti inediti.

Keira Knightley nel film La Duchessa

Il Settecento per la Sicilia fu un secolo di estrema instabilità ed incertezza in cui l’isola passò di mano in mano tra le varie case regnanti d’Europa come un sacco di fave. Nel volger di ventuno anni l’isola si vide ceduta dalla Spagna al Piemonte per poi essere presa dagli austriaci ed infine riconquistata dall’Infante (il principe ereditario) di Spagna Carlos III de Borbon che poi venne incoronato re di Sicilia e di Napoli dando inizio alla dinastia dei Borbone delle due Sicilie. Ma se qualcuno immagina una qualche resistenza da parte dell’isola ai tanti cambi di padrone o un qualche anelito di indipendentismo si sbaglia di grosso. L’unico fuoco che si fece da parte dei siciliani fu quello dei giochi pirotecnici che allietarono la città di Palermo ad ogni nuova incoronazione.

La nobiltà siciliana (ma sarebbe meglio dire palermitana visto che l’aristocrazia aveva lasciato, ormai da alcune generazioni, la vita noiosa dei feudi siciliani per vivere nel lusso della capitale), ebbe modo di dare sfogo alla propria inclinazione allo sfarzo organizzando feste e cortei maestosi per la città.

I re, o i vicerè, giuravano presso la cattedrale sui Vangeli, si impegnavano al rispetto e all’osservanza dei Capitoli del Regno di Sicilia e dei privilegi della città di Palermo e questo alla nobiltà bastava. Nel 1736 per rinnovare i fasti dell’incoronazione di Carlo III avvenuta l’ anno prima, come al solito, il Pretore e il Senato della città di Palermo (Sindaco e consiglio comunale del tempo) diedero alle stampe un opuscolo dal titolo “La Reggia in trionfo per l’acclamazione, e coronazione della Sacra Real Maestà di Carlo Infante di Spagna, Re di Sicilia, Napoli, e Gerusalemme”, ecc. Tra la sfilza dei nomi dei senatori che si leggono nel frontespizio spicca quella del Pretore di Palermo per l’elencazione di tutti i titoli da lui posseduti. Si legge “IL DUCA LUIGI GAETANI CONTE DI RACALMUTO, BARONE DELL’AMENTA, GANNO, Pietra Russa, e Fontana del Conte, Signore delli Feghi di Garamoli, Colmitella, Mezz’Arati, Casalvecchio, Dornaxhali, Cannatone, Noce, Fico Amara, ecc. Del Consiglio di S.R.M. Deputato del Regno. Terza volta Pretore.”

Il lettore racalmutese non avrà difficoltà nel riconoscere in questo elenco i nomi delle principali contrade di Racalmuto e magari sorriderà a vederle elevate al rango di “baronie”. Ma come fu e come non fu che Luigi Gaetani, Duca di Valverde, divenne Conte di Racalmuto?

Anche per il piccolo centro girgentano come per tutta la Sicilia il Settecento fu un secolo di incertezze e di cambi di signoria al punto che negli anni a venire neanche si capì chi era stato investito della contea e non ne rimase che una vaga memoria tra i racalmutesi stessi. Con la morte, di Girolamo III, ultimo esponente della famiglia che per tre secoli ebbe la signoria di Racalmuto, la contea era passata, nel 1716, alla nuora, vedova dell’unico figlio maschio, Brigida Schittini.

Come avvenne il passaggio della contea da questa a Luigi Gaetani non è ancora del tutto chiaro. Pare che un personaggio misterioso, Paola Macaluso, avanzava un credito dalla Schittini e alla di lei morte pretese ed ottenne dal Tribunale della Gran Corte nientemeno che la Contea di Racalmuto. Ma a quel punto “dichiara di avere agito in nome e per conto del duca Luigi Gaetani” (1). Va detto, circostanza sinora sfuggita a tutti coloro i quali si sono occupati della storia del paese, che Gaetani era stato cognato di Brigida Schittini essendo rimasto vedovo dell’altra sorella di lei, Maria Schittini (2). Fu così che il duca di Valverde ottenne l’investitura della contea di Racalmuto dal re Carlo III, il 12 aprile 1736 (3), iniziando la storia della signoria racalmutese della famiglia Gaetani che durò fino al 1777.

Unica figlia ed erede universale di Luigi, nata dalle seconde nozze di questi con Raffaela Buglio, Maria Gioacchina Gaetani venne investita della contea con dotali il 29 aprile 1748. Nata a Palermo il 17 luglio 1735 andò in sposa a Ferdinando Francesco Gravina principe di Palagonia. Maria Gioacchina ereditò in seguito anche il principato di Lercara per la morte del fratello della madre.

Per la nobiltà palermitana, padroni della Sicilia, erano gli anni dello sfarzo e del lusso. Per il popolo gli anni delle carestie e della fame. In quell’epoca era entrata in voga una nuova moda: quella della costruzione delle magnifiche ville a Bagheria. Fu una vera e propria gara della nobiltà palermitana che così dilapidava le rendite che i poveri regnicoli siciliani assicuravano loro e che presto non sarebbero più bastate. Ancora oggi si possono vedere, sopravvissute all’espansione dissennata e selvaggia della città, le ville Valguarnera, Cattolica, San Cataldo, Trabia, Villarosa, i palazzi Butera, Aragona-Cutò. Ma la più famosa, più eccentrica, più bizzarra delle ville di Bagheria (e forse del mondo) era e rimane la villa Palagonia.

Il Principe di Palagonia

Costruita attraverso più generazioni della famiglia Gravina fu Ferdinando Francesco, VII principe di Palagonia, a trasformare la villa in una “corte di mostri”. La dimora ha un impianto barocco con interni ricchi di specchi e colmi di dipinti e sculture e un giardino con muri ornati da mostri in pietra (in origine duecento) che per la sua bizzarria incuriosì tanti viaggiatori provenienti da tutta Europa. Fu per queste stravaganze che la figura del suo ideatore venne subito avvolta dalla fama di folle visionario, di schizofrenico e misantropo.

Al piano nobile della villa, nella camera dei ritratti, quasi a grandezza naturale, oltre a quello del principe si trova il ritratto della moglie. La didascalia sotto il ritratto dice: “MARIA GIOACCHINA GRAVINA GAETANI E BUGLIO PRINCIPESSA DI PALAGONIA E LERCARA FIGLIA DEL DUCA LUIGI GAETANI DEI PNPI DEL CASSARO MOGLIE DI FERDINANDO FRANCESCO GRAVINA ED ALLIATA DAMA DI CORTE“. Nella didascalia, non appaiono tutti i titoli ma si tratta proprio della contessa di Racalmuto. Oltre al ritratto, nella sala degli specchi della villa, si trova un busto in altorilievo che ritrae Maria Gioacchina negli anni giovanili.

Nè Maria Gioacchina né il marito il principe di Palagonia, verosimilmente, misero mai piede a Racalmuto. Nè i racalmutesi forse si resero pienamente conto del cambiamento di signoria non restando quasi memoria alcuna di questa famiglia nel paese.

Serafino Messana (1818 – 1892) di Racalmuto, si laureò a Palermo in Chimica filosofica medica e gestì la farmacia ereditata dal padre in piazza S. Anna. Uomo di vastissima erudizione, oltre a pubblicare diversi opuscoli sui temi più svariati, ci ha lasciato quattro fascicoletti intitolati “Ricerche storiche di Racalmuto” scritti intorno al mese di gennaio del 1880. Vi sono raccolte, in ordine sparso, notizie di varia natura su Racalmuto alcune delle quali, come vedremo, di eccezionale valore traendo origine proprio dalla tradizione tramandata oralmente nel paese che altrimenti sarebbero andate perdute per sempre. Tra queste carte c’è un qualche riferimento, piuttosto inquietante, alla nostra signora.

Messana parla della duchessa Gajetani. Ricordiamo che del titolo di duchessa (più elevato di quello di contessa) Gaetani o Gajetani nel Settecento in Sicilia potevano fregiarsene solo Maria Gioacchina o sua madre Raffaela Buglio ma considerata l’epoca dei fatti è alla prima che Messana si riferisce.

“Una donna di torvo genio residente in Palermo un secol fa – scrive Messana – la cui casa facendo centro e covo di briganti che colà accorreano e godevano impunità, era messa segno come un secondo Porto Franco di Parigi del socialista (Sue) nei Misteri di Parigi. Costei all’ombra del fatal privilegio feudale Mero e Misto fomentava e proteggea i delitti dei di lei vassalli: causa il malgoverno dell’insano Borbone. Da quella donna dispiegassi in Racalmuto la gran parabola della scelleratezza dai di lei favoriti. La megera di tante nequizie nomata era Duchessa Gajetani tanto portata a vanto nella storia contemporanea; da essa si installò il favoritismo dei prepotenti e del brigantaggio”.

A questo punto Messana ci fa conoscere un racconto di briganti dei tanti, che una volta, erano tramandati oralmente dalla popolazione racalmutese.

Maria Gioacchina Gaetani

“Il brigante Domenico Curto di erculee membra ebbe i natali a Racalmuto; nella verde età diede pruove di coraggio e di valore versato nelle grassazioni e nei delitti. Ben tosto la Gajetani lo predilesse e chiamollo tra gli scherani come quelli di don Rodrigo del Manzoni. Lenta nel promettere e nel donare mandò il Curto disarmare e rubare la di lei gualdana che la notte istessa spediva con grasso numerario per Misilmeri. Il Curto solo adempie risicoso compito: con armi e pastrano avviassi al passo, tien ritto da un canto con bastone il pastrano che metteva paura qual fantasma, ed esso da un altro canto. La gualdana sopragiugne e si vede investita da confusi linguaggi minaccevoli (era il solo Curto) loro infligge deporre armi e denaro, pena la morte contravvenendo all’intimazione. Cotestoro compresi di spavento, e tra la vergogna e il timore di desso levaronsi armi e denaro mettendo nelle mani del Curto, che tutto baldansoso quanto quelli allibiti, reddì dalla duchessa onusto di trofei. Al loro ritorno confusi e dolenti narrano esagerate novelle; ma la duchessa loro appalesa la gherminella del Curto cui vilmente s’inchinano con sommesse gradassate. Grata la nobile donna alle spavalderie riconforta il Curto dargli piena libertà qualora recidesse parecchie teste di briganti per consegnarle all’Avvocato Fiscale in Palermo. Si accinse alla cruenta opra il ribaldo; ed una donna testimone contemporanea ottuagenaria ci riferì, che una notte d’inverno sedendo presso al focarone colla moglie di Domenico Curto, inteso Minicu Curtu, videlo entrare tutto camuffato appendendo un sacconcino alla caviglia dietro la porta, e vessene. Curiose le donne frugano il dentro dopo avere veduto sotto di quello una polla di torbido umore. Vé quale sorpresa allorquando si avvidero dai capelli esservi una recisa umana testa! E quel trofeo con ben altri doveva il Curto presentarli alla duchessa per ottenergli l’ambita liberazione. Quell’anno terribile godè finalmente piena impunità e morì nella cheta ombra dei suoi delitti”.

Minicu Curtu, quindi, fu quello che lo storico Hobsbawm, da qualche anno scomparso scomparso, avrebbe definito un “bandito padronale” alle dipendenze della contessa di Racalmuto che se ne serviva per proteggere i propri latifondi.

Foto da internet

 

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