La monaca del convento del Gattopardo di Gaetano Savatteri

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La monaca del convento del Gattopardo

C’era una suora racalmutese accanto alla Beata raccontata nel romanzo di Tomasi di Lampedusa.

Cosa si sa di lei?

 

Il convento di Palma di MontechiaroNella seconda metà del Seicento, nel convento del SS. Rosario di Palma, fondato dalla famiglia Tomasi, si sviluppa la storia religiosa e mistica di suor Maria Crocifissa, al secolo Isabella Tomasi, che sarà in seguito beata e che viene citata nei primi capitoli del romanzo Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
Negli stessi anni, in quel convento, c’era una monaca di Racalmuto: suor Maria Francesca. Riprendo le notizie dal libro La santa dei Tomasi di Sara Cabibbo e Marilena Modica, pubblicato da Einaudi nel 1989, nel quale mi sono imbattuto per caso. E’ un invito per gli studiosi appassionati della storia di Racalmuto, che sicuramente ne sanno molto di più di me, a scovare altri documenti e notizie su questa religiosa. Qui di seguito quel poco che c’è nel libro di Cabibbo e Modica, ripreso da un manoscritto anonimo, come si limitano a precisare le autrici del saggio.
Suor Maria Francesca, nel secolo Antonina Petrozzello di Racalmuto: entrata in età matura nel monastero, era stata “molto commoda e facoltosa in casa sua e si pigliava tutti l’agi e commodità che lecitamente poteva; era ben servita dalli suoi servi che l’amavano per li soi boni modi, e donative che ricevevano. Se la passava sola in casa avendole morto il suo unico fratello quale era arciprete del medesimo Recalmuto, lasciandola erede universale di tutto quello che possedeva“.

Era probabilmente quel tanto che bastava per farsi una dote monastica e il suo confessore offrì in contanti ai duchi di Palma la dote della Petrozzello. La biografia sottolinea un dato che certamente fu percepito dalla comunità all’ingresso di suor Francesca: la capacità di adattamento alla regola da parte di una donna “avvezza a stare a maniggio e padrona di casa sua“, cosa che, nella fantasia delle suore, la fece assimilare a quelle nobildonne romane che avevano messo le loro sostanze, la loro libertà, il loro prestigio sociale a servizio della causa cristiana.
L’oculatezza e la maturità sembrano informare tutta la sua vita: viene incaricata dell’approvvigionamento del monastero, “e tutto quel che passava di sua mano lo faceva con tanta avvertenza che pareva desse nell’estremo. E dicendole a volte che non si assottigliasse nelli suoi affari, rispondeva: – se io fossi padrona di questa robba, e fossi in casa mia, potrei dare con libertà come faceva perché era robba mia, ma essendo robba di Gesù Cristo, bisogna dare con attenzione e misura“. Figura connotata con i tratti della forza fisica e della capacità gestionale, non sembra smentire, neanche dopo morta, le caratteristiche “maschili” della sua personalità: il fatto miracoloso si opera infatti sulle mani del cadavere, che da ruvide e callose come quelle di un uomo in vita, diventano bianche e morbide”.

Gaetano Savatteri

 

 

 

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